Where the truth lies



«Non ama i film già visti...»
(Vasco Rossi, La verità)

Where the truth lies (USA, 2018, 4'), dove «giace», sia nel senso funebre che in quello più generale di una collocazione, ma anche dove «mente, inganna» la verità, e - come direbbe Wallace - in questi tempi chimicamente tormentati le due cose non sono antitetiche, (Wallace direbbe anche che la verità ti renderà libero, ma solo quando avrà finito con te) ed è anzi bravura di Diane Nerwen mantenere legati i due aspetti del «to lie», che altro non sono, heideggerianamente, che l'essenza stessa della verità come ἀλήθεια, non-ascosità, Lichtung. Il surrealismo di Breton, da questo punto di vista, vale come iperrealismo - iperrealismo che la regista immanentizza in seno alla vita cittadina e metropolitana, punto cosmico di un'esperienza tanto più autentica tanto più foriera a se stessa. Non si tratta, in questo senso, di dire dove sia la verità più di quanto non sia interessante indicare il momento in cui questa, tradendosi, si dice (tradita); così, il cortometraggio, lungi dal farsi in vece di un'epifania comunque parziale perché comunque integrata all'interno di un sistema di veridizione, radicalizza l'esperienza acentrica in cui siamo coinvolti quotidianamente, in tutte le nostre, anche più effimere, mansioni giornaliere. In questo senso, Diane Nerwen lavora più sul sistema di veridizione come condizione di possibilità della verità che non sulla verità medesima, e, anziché scadere nella banalità di un relativismo cui questi tempi chimicamente tormentati offrono a più riprese il destro o, peggio ancora, di una critica alle fake news, ai programmi d'informazione e via dicendo, la regista è, piuttosto, concentrata a demistificare proprio l'assillante presenza di una molteplicità di verità come eco - e che fa eco - ad una totale assenza di un centro, di un nocciolo, più o meno stabile, di verità. Il cinema viene così ad essere non tanto più vero del mondo in cui proliferano verità parziali; semmai, il cinema viene ad essere la verità del mondo poiché, attraverso di esso, è possibile, finalmente, esperire il mondo così come sarebbe altrimenti impossibile perché ancora troppo coinvolti nel suo sistema di veridizione referenziale/differenziale: in termini piani, Where the truth lies permette quel capogiro, quella vertigine cui ormai, mondanamente, siamo abituati al limite della mitridatizzazione, e rispetto al quale non siamo immuni ma insensibili. Tale insensibilità non è dell'ordine dell'ignoranza o della falsità, ma rientra nel fatto che noi lo abitiamo, il mondo, cosa che sarebbe altrimenti impossibile, qualora vi ci sentissimo spaesati, ridicolizzati da un relativismo spinto, feroce. Vale allora per ognuno di noi, preso nella realtà quotidiana, ciò che DeLillo mette in bocca ad un personaggio di Rumore bianco, allorché questo dice di essere «il personaggio finto che si adegua al nome». Il sostrato politico, di un lavoro simile, è allora evidente. Come sopra, Diane Nerwen non è interessata a demistificare le nostre vite, non c'è alcun gergo dell'autenticità alla base di Where the truth lies; piuttosto, alla sua base, c'è una volontà di potenza propriamente artistica, cioè creatrice - di cosa? non di una verità, ma di un'esperienza, per così dire, autentica dell'inautentico: non un oltrepassare la linea, come Jünger, ma un rimanerci e trovare la stabilità per stare sul baratro del nichilismo. Esperire quest'acentrismo implica produrre la possibilità non di un'esperienza della verità ma di un'esperienza vera, genuina, tanto più effettiva quanto anch'essa efficace, cioè produttrice di effetti - quali? Sul feticcio della merce, Marx, con un lessico molto vicino al racconto dell'orrore, parla di tavoli che ballano, ed è di quest'esperienza inspiegabile, cinese, sulla soglia tra la realtà e la finzione, il reale e il surreale, l'economia e la religione, che la Nerwen dà prova di esperibilità, di qui la valenza politica del suo lavoro: il cinema non dà una verità ulteriore, il cinema non è una religione; al massimo, il cinema può far esperire qualcosa d'altrimenti inesperibile, come abbiamo visto. Quest'esperienza è vera nel senso di onesta, genuina. Senz'altro, è anche esperienza di verità, ma solo nel momento in cui è autoriflessa. Perché? Perché il sapere disposto in essa è immanente ai rapporti di potere tra le forze dischiuso cinematograficamente. Viceversa, una critica al mondo odierno, alle fake news e, insomma, alla precarietà della verità, come ad esempio fa Giorgio Canali, è affatto innocua, perché allacciata a quel sistema di sapere che è disposto da un potere che quella critica non discute. Un potere che è reso possibile dal sapere, ma un sapere, col suo sistema di verità, che è disposto esperienzialmente dal potere (Foucault). Ed è la grandezza di Diane Nerwen a permettere non una verità né una critica alla verità/falsità che ammorba le nostre esistenze quanto, semmai, la percezione che un diverso rapporto di forze, quindi un potere che produca diversamente un'esperienza, sia possibile, e ciò attraverso il cinema: cinema non come contro-parte della realtà, ma sua possibilità - ulteriore e però immanente perché la realtà in sé, e il potere e il sapere ad essa coestensivi, non è la totalità dell'essere, sulla superficie del quale, oltre ad essa, si distende («to lie») anche il cinema, che è invece dell'ordine del possibile, è cioè senza con ciò essere reale, e però non meno produttivo, non meno efficace.

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