New York gradual



Per cercare di capire appieno New York gradual (Usa, 2018, 14’) crediamo sia necessario ripercorrere la filmografia di Gregg Biermann, non tanto per analizzare i diversi film o ripercorrerli in un loro sviluppo che culminerebbe in quest’ultimo cortometraggio, che diverrebbe una sorta di meta precisa che abbiamo in testa attualmente derivante da un’evoluzione graduale, bensì per sottolineare oltre il percorso anche una sorta di contro-tema che scorre sotterraneo alla filmografia di Biermann. Il regista ha utilizzato molto spesso il metodo del found footage per comporre i suoi film, attingendo da materiale prettamente hollywoodiano che rimandano ogni volta quasi a una sorta di cimelio ormai della cultura pop. La cosa interessante di questo utilizzo non è prettamente il materiale d’archivio o comunque non ci interessa, almeno per ora, analizzare i cortometraggi da questo punto di vista. Con film come Happy again (Usa, 2006, 5’) o Utopia variations (Usa, 2008, 4’) Biermann non andava solamente a solleticare il cinefilo, ma soprattutto e primariamente lo spettatore, per così dire, comune, il qualsiasi spettatore, ecco appunto, lo spettatore, semplicemente, e questo non nel senso spregiativo del termine come colui che vede superficialmente e senza un qualche tipo di studio cinematografico, perché, quasi tautologicamente, non è necessaria questa distinzione in quanto propriamente non esistente – in questo caso almeno soprattutto: non si tratta, infatti, di rimandare al conoscitore esperto, perché i film hollywoodiani non hanno bisogno della nicchia o comunque di creare una certa categoria, anche ampia, di persone interessate ad essi. Sarebbe quasi corretto parlare invece di interesse per l’immaginario collettivo, quindi di cinema come produttore esso stesso di realtà e suo consolidamento. Biermann, per fare ciò, non ci pare prendere, ad esempio, Tutti insieme appassionatamente (Usa, 1965, 174’) o La donna che visse due volte (Usa, 1958, 129’) per la facilità con cui questi film possono non solo o non tanto richiamare alla mente la memoria di ognuno, bensì li usa in quanto film – è bene dirlo a costo di risultare sdolcinati – del cuore, colpendo quindi un particolare sentimento che deriva dalla loro estrapolazione e sperimentazione. Con questo non stiamo dicendo banalmente che debbano piacere a tutti, ma che il piacere è ormai subordinato non solo all'immaginario di grandi film, ma fanno talmente parte di una certa cultura che è impossibile prescinderne, un po’ come Sailor moon per le bambine degli anni '90. Il cinema di matrice trascendentale viene così in qualche modo utilizzato non tanto a livello sovvertivo da Gregg Biermann quanto piuttosto intimamente. Con Scenes from the Anthropocene (Usa, 2017, 14’) si ha una relativa spaccatura nella filmografia dello statunitense. Qui l’utilizzo, diciamo, tecnico, il gioco quasi ironico utilizzato precedentemente da Biermann, diventa secondario per lasciare spazio alla questione sociale del cambiamento climatico e l’estinzione razziale. Forse sottilmente o forse impercettibilmente, ma non riusciamo a trovare un vero intento politico nel senso bieco del termine di azione a livello di coscienza. È facile abusare in questo campo sperimentale (specie di fronte a film che stimolano la percezione in qualche modo della realtà) di termini quali schizofrenizzazione e ci esimiamo appunto dal farlo. Non ci dilungheremo oltre su questo cortometraggio, che comunque rimane girato per la visione in 3D e che meriterebbe, come gli altri appena accennati, comunque un discorso a parte. È stato importante però a questo punto parlarne per sottolineare un certo cambiamento di rotta, che banalmente si identifica con un diverso utilizzo del materiale filmografico che non preclude quindi la ripresa diretta. Ma non è certo di questo tipo la svolta che ci interessa. E arriviamo a New York gradual infatti. Il cortometraggio riprende tre scene di una passeggiata nella città. Cinque fotogrammi alla volta avanzano gradualmente di uno. New York gradual vive della spaccatura di Scenes from the Anthropocene, ma non perché viene ripresa una qualche questione sociale che potrebbe essere, banalmente, la quotidianità e il passaggio costante e indifferenziato, tedioso e alienante tipico di una metropoli. E questo chiarifica in qualche modo anche Scenes from the Anthropocene. New York gradual, dicevamo, vive in qualche modo della spaccatura di Scenes from the Anthropocene, ma, ancora, non è l’utilizzo o meno del found footage la questione cardine. Infatti, ora si chiarisce anche il discorso precedente, perché, se prima il cinema trascendentale era un mezzo per arrivare al centro di un certo immaginario, lo era soprattutto perché colpiva il cuore, ossia il famigliare. La questione trasla quindi dal sociale dell’immaginario all'intimo del famigliare (ma siamo sicuri che anche prima non ci fosse ciò?) e lo faceva prima attraverso una certa sperimentazione cinematografica che ci siamo ben distanziati dal richiamare entro la terminologia tipica degli stati di coscienza, ove la schizofrenizzazione si avvicinerebbe alla sperimentazione intesa come cambiamento di stato, di rapporto quindi con la realtà e con l’altro. La produzione e il consolidamento di realtà tipico del cinema trascendentale è stato così all'inizio scosso attraverso il suo utilizzo, ora questa produzione che è riferita già a un certo risultato, a uno stato di cose, non viene violata ma piuttosto ripresa direttamente tra le strade di New York: la realtà è presa per com'è, rimane quindi quel suo consolidamento, rimane nella fase nevrotica della tripartizione degli stati di realtà (no essendo stato, fin dall'inizio, quello lo scopo) e tuttavia a essere colpito, ancora una volta, più audacemente, scansando anche la produzione di rappresentazioni collettive, è il famigliare stesso facendo vibrare la quotidianità. Il verbo non è preso a caso, ma si collega con un altro aspetto del cortometraggio, che comunque è sempre stato presente nella filmografia di Biermann e che purtroppo non era ancora emerso, e cioè quello musicale, che è sempre stato di primaria importanza, almeno crediamo, per il regista. È infatti lapalissiano, palese e quanto mai assodato quanto la canzone, a volte ancor più delle battute, sia uno dei maggiori perni per lo spettatore hollywoodiano ma in generale trascendentale, perni che stimolano ricordi personali che diventano collettivi (e questa è una grossa differenza rispetto al cinema immanente che non arriva a tale collettivo). E mentre prima era la Garland a solleticarci, a farci vibrare mente e cuore, in New York gradual la ripetizione sperimentale senza senso ma armoniosa è fatta direttamente dal regista, che comunque utilizza un certo corale, rimandando a un coinvolgimento che deve prendere non tanto il singolo spettatore ma l’insieme di orecchi. Coinvolgendo quindi non più le narrazioni ma la quotidianità, che comunque veniva colpita ma rappresentativamente, creando modelli, coccolando i desideri, Biermann riesce con New York gradual più direttamente lì dove prima era meno immediato colpire: alla scossa del nostro famigliare, più giornaliero, lasciandolo tale e sensibilmente più, diciamo così, accalorato, intimo e sentito.

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