genizah; passages from the lublin book graveyard

Potrebbe anche darsi che genizah; passages from the lublin book graveyard (Canada, 2018, 10') segni il permuta della materia in forma e che di per sé il cortometraggio si strutturasse, in definitiva, attorno al divenire-concreto del puramente astratto, ma le cose non sono così pacifiche e, anzi, se un astratto, tutto sommato, insiste e sussiste sulla superficie pellicolare dell'opera di Solomon Nagler, esso è in quanto sussume tutta una profondità che è, per così dire, il più concreto (ed è in vece di questa sussunzione); il lavoro d'archivio viene così ad essere nell'ordine di una diaspora del materiale stesso d'archivio, tant'è che quel che il film detiene e manifesta lo riduca o, meglio, lo strutturi come non-archivio: ed è un punto, questo, di massima importanza, poiché non solo toglie l'ἀρχή come principio ma anche l'ἀρχή come comando, ovvero principio ordinatore. Il cinema, nella sua materialità pellicolare, viene quindi a farsi a latere di un processo d'archiviazione che, archiviando, archivia se stesso: da un lato, la pellicola è epifenomeno di una sparizione e, dall'altro, questa sparizione si fa tanto meno latente quanto più aderisce al film. In termini piani, Solomon Nagler non è interessato, quantomeno in quest'occasione, a far parlare un archivio, a far cioè in modo che da un archivio proliferi del materiale altrimenti inumato e silente, ma a ripercuotere, in sede cinematografica, quella stessa inumazione che dà l'archivio in quanto tale. Come si presenta l'archivio in quanto tale? Un archivio non è mai il luogo di un materiale, ma la forma che assume il materiale una volta archiviato: la definizione del processo d'archiviazione. L'archivio segue sempre ciò che è archiviato e, soprattutto, non può che farsi a partire da una smantellazione dello stesso, cioè nel momento in cui questo materiale venga dissepellito dall'archivio, e genizah; passages from the lublin book graveyard testimonia appunto di questo doppio passaggio, di una presenza/assenza che è, in sé, un solo ed unico momento, eclatante biunivocità. L'inquietudine che permea il cortometraggio, enfatizzata dalla musica sepolcrale di Lukas Pearse, dev'essere riferita all'indecidibilità che lo determina: genizah; passages from the lublin book graveyard non dice il nome di Dio, Yahweh, e tuttavia non è non nominandolo che l'archivio venga destituito, anzi - al contrario - è proprio la presenza, tombale, di Yahweh a definire l'archivio come principio e ordine regolatore dello stesso; il fatto, tuttavia, che tale principio sia eminentemente astratto o, meglio, che lo si possa definire solo nei termini di una teologia negativa interferisce colla materialità del materiale d'archivio, ovvero colla possibilità stessa di un cinema analogico, se non anche di un cinema in senso lato. Concretamente, genizah definisce il luogo della sinagoga in cui vengono conservati documenti, ormai inutilizzabili, in cui compaia uno dei sei nomi sacri: è cioè il deposito in cui si conserva quello che non può essere buttato in vece della presenza di almeno uno di quei nomi; genizah è quindi il luogo dell'assoluta presenza ovvero dell'assoluta assenza: la materia, inutilizzabile, non ha alcun valore, e la presenza di essa lì testimonia la sua assenza o, ed è lo stesso, ciò che è assente, ciò di cui non c'è altro che traccia, è massimamente presente. Si capisce bene, a questo punto, il necessario capovolgimento che il cinema pretende e implica per potersi fare: la materia, cioè la pellicola, è possibile, sì, nel momento di massima assenza della materia documentaria ma, pure, nel momento di maggior rilievo, di inaudita presenza di un'assenza fondante e fondamentale. In altri termini, l'immagine implica l'iconoclastia: non può cioè esserci immagine che non supponga un'iconoclastia come sua più intima e propria condizione di possibilità. Il che non significa che l'immagine rende visibile l'invisibile; al contrario, l'immagine è il massimamente invisibile che si manifesta come tale, è la presenza di un'assenza che non rende l'immagine traccia di quest'assenza (cinema trascendentale) ma, piuttosto, sprofonda la sua superficie e la superficie medesima è effetto di una profondità tanto più eclatante tanto più superficiale. In questo senso, genizah; passages from the lublin book graveyard è il non-archivio. Testimonianza dell'assenza, presenza assillante di una scomparsa, l'immagine è, ontologicamente, lo spettro, il fantasma, l'inquietante: non traccia di qualcosa che non è più, riferimento asintotico, bensì base spirituale di una materia che non ha mai avuto corpo, né sguardo, né visibilità - assieme il cieco e l'accecante.

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