Eastern District Terminal

Eastern District Terminal (USA, 2018, 11') testimonia dell'apparire/disapparire di un luogo, luogo la cui essenza è precisamente quella dell'apparire-disapparire: un'interzona, direbbe Burroughs. Non un semplice documento di un istante, quindi; piuttosto, la presa in carico, da parte dello spazio cinematografico, della temporalità di un luogo che è nel momento stesso in cui cessa di essere. Il lungomare di Brooklyn, infatti, viene ripreso e, soprattutto, ridato, quindi contenuto e manifestato, nel momento del non più e del non ancora. Non più spazio dell'industria ma non ancora prato lussureggiante. Ed è in quest'anfratto che il cortometraggio di Michael Gitlin viene ad essere, e in questo senso il 3D assume un'importanza, nonché un'efficacia, inedite: non si tratta, in realtà, di un documentario, poiché il fulcro dell'opera non è quello della testimonianza storica; semmai, il cortometraggio opera in favore della sensibilità, ed esso si fa quale condizione di una testimonianza che, per quanto storicamente determinata, è tutta interna, intestina al cinema, piuttosto che a una realtà ad esso estranea. Quello spazio che non è più e quel luogo che non è ancora diventano un tutt'uno, frattale che solamente il cinema può riprendere nell'atto stesso di restituire. Come avviene ciò? avviene allorché lo spazio non è più tale. Meglio, il luogo diventa non-luogo in quanto futuribile buon-luogo, ma, come tale, senza cioè una precisa definizione topologica, il luogo cessa di essere locale, perché al di là di una qualsiasi e possibile sintesi spazio-temporale: avulso dallo spazio, non meno che dal tempo, il luogo recupera un'originarietà altrimenti impossibile, ovvero la forma della pura possibilità. Irreale, il luogo coincide allora con uno spazio assoluto, ed è in questo spazio che s'insedia il cinema, che il cinema, cioè, interviene: non per ridare materialità al luogo, per specificarlo all'interno di uno spazio ma - ecco il motivo, nonché l'efficacia del 3D - perché solo così il cinema può essere, cioè facendo diventare un luogo, diventando esso stesso un luogo. L'interzona di Brooklyn, come spazio puro, localizza il cinema (non viceversa); Gitlin, cioè, trova in quello spazio assoluto la possibilità di un concreto cinematografico, che tale può divenire solo e soltanto nel momento della sua restituzione. Perché? perché ecco che, allora e solo allora, lo spazio diventa un concreto: non una possibilità realizzata, quindi un reale, ma evenienza di uno spazio che, in sede di proiezione, s'immanentizza, dispiega cioè la propria natura. Il 3D, quindi, non restituisce un'esperienza altrimenti impossibile di uno spazio nel momento della sua indecidibilità; il 3D, semmai, si fa a partire da questa indecidibilità e la mantiene, la conserva come tale: il cinema diviene per quell'essere soltanto possibile, l'essere nella forma della possibilità di un luogo divenuto, per un certo periodo, spazio assoluto, cioè fuori dai cardini di una struttura topologica e cronologica. L'esperienza di Eastern District Terminal è cinematografica, ma è cinematografica nel senso di una teologia dello spazio che risulta impossibile sul piano del reale. Nel reale, infatti, quel luogo, per quanto indecidibile, è comunque un anfratto tra un non più e non ancora; far divenire cinematograficamente l'essere di questo luogo implica assolutizzare quel non più e non ancora in vece di una manifestazione del luogo non più come anfratto quanto come frattale: e come frattale esso è cinematografico, è ripreso e ridato, e l'esperienza che se ne ha è eminentemente cinematografica, più che storica; infatti, Gitlin non restituisce la realtà del luogo ma da questa viene tratta la possibilità che è lo stesso Eastern District Terminal. Possibilità reale, senza dubbio. Ma che non deriva dal reale se non per tramite del cinema, poiché - di nuovo - sul piano della realtà questo era ancora all'ombra del non più e del non ancora, che, pur non determinandolo essenzialmente, essenziatamente ne facevano un anfratto. Anfratto che l'architettura, che il politico gestisce, osserva, mantiene, pianifica, struttura: anfratto che il cinema deve togliere alla gestione del politico affinché possa essere esperito nella sua essenza. Essenza che non è cinematografica, sia chiaro. Cinematografico è, piuttosto, l'atto, eminentemente anarchico, del preservare, al di là del politico e nonostante esso, l'intima natura natura di un luogo nel momento della sua purezza, che è l'indecibilità dello spazio assoluto, dispiegato cinematograficamente il quale può divenire ed essere esperibile in tutta la sua genuinità.

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