(Agiografie #4: Vincent Grenier) Les chaises


Questo Les chaises (Usa, 2008, 9') trae spunto da un'ambientazione particolare la quale è sia fonte che materia filmica: non si tratta solamente di riprendere quell'atmosfera che si crea in quel luogo, ma di portare tale atmosfera in superficie in modo da divenire film essa stessa - un po' come se la macchina da presa, in fondo, non servisse che come scusa, pretesto, piuttosto che come tramite, medium. Il medium è qui, semmai, ciò da cui passa un'invocazione che ha già corpo, terreno da cui trarsi e non qualcosa che, tutto sommato, deve pervenire da lontano. Il lontano di Les chaises non esiste o, meglio, non è pervenuto, perché il necessario è già tutto qui, senza che la materia si esaurisca, perché in questa particolare situazione trova in sé la fonte stessa per invilupparsi. In questo senso sarebbe errato dire che essa basti a se stessa, ma è meglio dire che produce lo scarto necessario per non morire di stasi. Non si tratta, appunto, di una realtà già sufficientemente ricca, anzi, si tratta semmai di capire che l'immagine che si trae dall'ambientazione di Les chaises non è ciò che riproduce tale ambientazione, un po' come se grazie al cortometraggio di Vincent Grenier noi capissimo l'atmosfera che lì vi si riproduce, anzi, è proprio grazie al cinema che una differenza lì si può produrre, una differenza che si trova nel luogo in quanto ambientazione e nel luogo come ciò che viene qui rimandato. Il luogo non è, in questo caso, ciò su cui ci si può semplicemente vivere, bensì è soprattutto il luogo del vagheggiamento. Non l'ozio abita il luogo, ma il perdersi senza liberarsi del peso del proprio corpo con la sua presenza a sé e continuità della stessa, ossia l'aprirsi del proprio orizzonte. Non vane speranze risiedono nel luogo, vaghi propositi di una vita migliore o, semplicemente, assonnate presenze, ma una possibilità di mutare ancora. L'immagine viola quindi in questo caso la sua stessa presenza, quasi contraddicendo il proprio tempo, e nell'assumersi altri ruoli originari cerca non tanto un compromesso ma di ingannare lo spettatore, il quale vede nell'immagine, il più delle volte, altre possibilità di vivere il proprio tempo, la propria realtà e le proprie fortune o fortune altrui. Un inganno che non ha tanto a che vedere con una consistenza nebulosa, affabile, di incantesimo per aggirare la realtà propri dell'immagine, piuttosto è un sotterfugio mirato non tanto per poi, infine, parlare solo ai pochi, ma, piuttosto, per andare al di là dei loro occhi, gli occhi di tutti, delle proprie costruzioni, per parlare a ciò che è di più simile a sé: una forza ribelle, che tende sia alla morte che alla vita, non proprio indistintamente ma comunque senza morale. Se quindi di scopo di può parlare, lo dovremmo intendere senza meta o, meglio, nell'impossibilità di arrivarci alla meta, ma sempre e solamente in tensione verso di essa: impossibile da raggiungere, non è di una propria incapacità che qui si parla, quindi della mancanza, ma di un'assenza che non tanto riempie lì dove manca la presenza ma scavando in essa costantemente. Les chaises mostra dunque solo un luogo di passaggio, non tanto perché vi si scorre attraverso per raggiungere poi un altro dove, quanto piuttosto perché si mescola con la propria ambientazione, che non tanto è lo sfondo del film quanto piuttosto la sua essenza, ciò che rimane nello scorrimento, senza mettere il punto su qualcosa, senza individuare ciò che cresce da esso come un essere a sé. Per tutto questo si può dire che non si è mai un sé guardando Les chaises e non lo si è nella misura in cui non tanto ci si perde in esso, bensì ci si riconosce in esso, in quel passaggio e in quella forza che non ha nulla di esteticamente bello o, se lo ha, lo è in quanto necessario per aderire più in profondità, nella possibilità di riconoscere ciò che è simile a sé. Lo scorrere dell'acqua, che rimanda al colore delle sedie, ad esempio, non è che una vicinanza del bello che diventa urgente solo in una politica delle immagini: non lo scorrere del tempo come inesorabile, ma l'urlo del bello, quell'urlo che è, allora, e solamente in questo senso, estetica dell'immagine, un'estetica che urla non all'immagine ma al mondo come ciò che deve bruciare per l'immagine, sopperendo alla propria superficie ripetente e, nella ripetizione, trovare la bruciatura per cui esistere.


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