(Agiografie #4: Vincent Grenier) Armoire (4 parts)



Armoire (4 parts) (Usa, 2007-2011, 9') è composto da quattro segmenti, girati nell'arco di quattro anni, i primi due sono Armoire prologue (2007) e Coda (2009), a cui si aggiungono altre due parti girate nel 2011, sempre ispirate dal volo di un pettirosso. In questo cortometraggio assemblato, dove gli ultimi due pezzi vanno quasi a confondersi, l'immagine attraversa varie fasi in cui l'indagine è apparentemente traslata verso il suo essere costantemente nel differire a sé, rimandando a ciò che i nostri occhi vedono e insieme non vedono, dove questo non vedere sembrerebbe semplicemente l'inganno che la videocamera compie ai nostri occhi. In questo continuo differire noi abbiamo la consapevolezza non tanto di giochi illusionistici, quanto piuttosto il riferirsi al cinema come quel di più della realtà che porterebbe con ciò l'immagine ad essere non tanto estensione di tale realtà, bensì intensità latente accolta dalla videocamera e riportata a noi tramite il telo della proiezione. Tuttavia, ciò non basta per parlare di questo Armoire (4 parts), dove Vincent Grenier torna dopo qualche anno dalla prima registrazione: il suo ritorno al tema, anche se sarebbe meglio dire alla trama, della primissima ripresa, Armoire prologue, non scaturisce solamente come ispirazione per le successive riprese, ma possiamo dire che ne è il centro intensificatore, portando non tanto Grenier in un divenire a ritroso, piuttosto a sentire sincronicamente Armoire prologue quattro anni dopo. È chiaro che il tempo abbia giocato un ruolo a livello cronologico nella maturazione dell'evento, ma la sensibilità è la medesima o, meglio, è la medesima indagine che va tecnicamente a differenziarsi attraverso la videocamera, un'indagine che vorrebbe il ruolo dell'immagine non tanto come catalizzatore di una differenza che può crearsi nella realtà per mezzo del cinema, rimanendo così a un livello rappresentativo dell'immagine, la quale è vista per mezzo del suo differirsi temporalmente, presentando una realtà che nella propria differenza si rincorre sempre uguale, ma, appunto, come intensificatore di eventi: l'immagine scava non per riportarvi, ancora, una differenza di visione, uno sorta di scarto tra quelle stesse immagini, cioè quelle della realtà e quelle riportate fedelmente dalla videocamera, le quali, comunque, giocano soprattutto come parzialità di visione, enfatizzando il loro carattere costruttivo differente rispetto alla realtà, ma per riportarvi una luce differente che va ad incidere nella realtà. Quand'anche infatti avessimo la sensazione che la ripresa o comunque il cinema possa essere un di più della realtà o, ancora meglio, la sensazione che il cinema possa dare un'intensità maggiore rispetto a quella quotidiana, un'intensità che non sarebbe altro che una possibilità di vedere un grado maggiore di tale quotidianità, non potremmo non notare come la nostra capacità di visione sia comunque oscurata dalle stesse immagini che riflettono la luce del mondo. Sembrerebbe che non se ne venga più a capo dal momento in cui si toglie qualsiasi liberazione attraverso le immagini stesse. Ecco che, allora, nel loro differirsi, nel loro gioco di specchi, noi siamo come oscurati da una tecnica che non ha nulla da mostrare di sé, nel senso che non si mostra che per il proprio prodotto, per ciò che può fare e anche qualora assistessimo al processo di macchinazione del prodotto questo sarebbe comunque differenziato, almeno ontologicamente, dallo strumento. Ma Grenier questo sembrerebbe saperlo bene e dunque ecco l'intensità che non si fa a livello latente ma che viene sprigionata incidendo sulla realtà: il cinema è definitivamente qui ciò che incide non tanto sulla produzione delle immagini del mondo ma a livello proprio del mondo, ovverosia noi non vediamo qualitativamente di più, non apprendiamo cioè un'estetica del quotidiano, che poi ritornerebbe indietro alla produzione di immagini, ma rimarchiamo ancora di più l'incidenza della luce del cinema nel mondo stesso, nella costruzione del mondo. Non è quindi un caso che Armoire (4 parts) divenga, nel suo continuo riferimento ad un attraversamento per mezzo della visione, di una nebulosità che non riesce mai ad essere cosmica, a perdere davvero i contatti con la realtà: questa è sempre lì ed è lì perché mai si stacca dal suo elemento originario, il cinema. Un attaccamento che riusciamo a scorgere difficilmente, ma che affiora nella superficie delle cose limpide, in cui la sperimentazione non crea tanto un caos e nemmeno un ordinamento, ma una sconclusionata armonia i cui incastri ne fanno percepire la forza del mondo. 


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