(Agiografie #4: Vincent Grenier) Shade



Siamo sempre nel 1975, negli anni degli studi rigorosi con la macchina da presa, quando la pellicola e le sue possibilità, così vicine alla materialità di una realtà che sembrava costantemente presente, sembrano rimandare sempre a ciò che si può fare con questa macchina da presa e, anche se un certo modo di riprendere, quasi strutturalista, non abbia mai abbandonato Vincent Grenier, il digitale porterà tutt'altro modo di sentire ciò che viene ripreso. Non solo tecnica quindi e, soprattutto, sembra importante ciò che si è o si ha con essa, non grazie ad essa. Si dia dunque una variabile indipendente (per esempio, l'apertura dell'obiettivo della macchina da presa), una variabile dipendente (per esempio, la percezione della luce per l'occhio) e la scelta dello strumento per misurare le variazioni (la macchina da presa) e non saremo comunque vicini a ciò che costituisce lo studio filmico come sembra essere concepito da Grenier in questo Shade (Canada, 1975, 9'). Che l'esperimento si possa dare entro un campo di lavoro isolando degli elementi assunti a variabili e dunque manipolabili, provando ad agire su di essi per ottenerne delle osservazioni sui fenomeni, non fa del cinema un esperimento tecnico. Se la tecnica si può considerare nella sua capacità di sperimentazione, l'avvento del digitale e dunque degli effetti speciali odierni dovrebbero rappresentarne l'apice e scandagliare, definitivamente, certi esperimenti e considerazioni. E, in effetti, così in un certo senso è, qualora si voglia considerare il cinema alla luce del presente, come ciò che non è tanto specchio ma possibilità dell'odierno e sbarazzandosi di un discorso che vorrebbe ritrovare, nella bellezza della pellicola, non una purità cinematografica ma quantomeno una sua originarietà, ossia un punto che, al di là della partenza, ritrova una motivazione originaria nei fatti percettivi e possibilità reali del mondo. Ma Shade non è, presupponendo tali considerazioni, invecchiato in questo senso. Siamo nel 1975, le teorie gestaltiche avevano già fatto il loro corso e tesi come quelle proposte dal New look, in cui si dava ampia importanza a bisogni, aspettative, ipotesi e fattori intrinseci, si affacciavano in una prospettiva che centrava il discorso sulla percezione non più lì, nel mondo, ma nel qui del corpo - poi diventato cervello - fatto di elaborazioni personali e fatiche immani per sostenere un soggettivismo che avrebbe portato poi al suo stesso liquefarsi per sostenere la radicalizzazione del discorso sulla popolazione come soggetto statistico. Ma al di là di tali politiche economiche, non c'è alcuna gatta che guarda fuori dalla finestra, ossia la bellezza non risiede in vecchie rappresentazioni poetiche e doni per così dire naturali che il mondo ci propone (guarda fuori dalla finestra, cosa vedi? campi di grano. E cosa senti? auto sfrecciare e nessuna rabbia repressa inglobata in maglie di alcun sistema, perché il sistema è tutto ed è fottuto). Così, in Shade vediamo qualcosa che non ha in realtà nulla di minimamente vicino a uno studio cinematografico, anche se questo non vuol dire, quasi che fosse un contrario accertato (la freddezza dello studio e la tenerezza nel vedere la luce nel mondo) che allora vediamo nel cortometraggio una bellezza insita nelle cosiddette "tutte le cose". Non c'è - a specificazione - alcun fallimento nella sperimentazione (come non ce ne è, davvero, alcuno nel mondo per non aver scritto da un mese, in quanto il fallimento è già dato), anzi Shade è una delle cose che può sopravvivere non se rivisitata o studiata alla luce di quello che fu il 1975 per gli studi cinematografici, bensì se ci si sbarazza anche di quel minimo di pensiero che si poteva fare su di esso: non c'è più la macchina da presa, il 16mm, e la natura, fatta di sole e vento, perché nel momento in cui il mondo si mostra in tal senso non vediamo se non la superficie dell'evento che si rappresenta percettivamente - ma non sta nella profondità delle cose il Shade di allora e di oggi, ma piuttosto in questa incomprensibilità non degli eventi, che sono sperimentabili con vari metodi, più o meno drogati, ma di ciò che si può fare attraverso questi metodi ed essendo attraversati dagli stessi. In questo senso, allora, ciò che possiamo è già un essere con l'altro, questo altro che non è il vicino o lo straniero, la differenza o il simile, ma in fin dei conti l'inorganico. Questo in Shade è abbastanza chiaro e lo è nel momento in cui la sua sperimentazione non tanto viene meno nei confronti del mondo, nel senso che si confronta con esso, si pone come separato dallo stesso, ma vive di sé perché ha vita in sé, è il mondo e siamo noi. Grenier mostra cioè le possibilità di ripresa, ma nel mostrarle dimostra della loro valenza in quanto appartengono allo sguardo. Che poi lo sguardo non sia solo quello umano è un altro discorso ancora, ma ciò che per noi è qui importante è proprio l'enfatizzazione di un percorso, partendo anche da questo affascinante cortometraggio, della particolare valenza che può avere con Grenier lo studio cinematografico nei modi che speriamo siano stati espressi comprensibilmente in questa sede.


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