(Agiografie #4: Vincent Grenier) Catch


Partiamo da Catch (Canada, 1975, 4'), dunque. Non perché sia uno dei primi lavori di Vincent Grenier né perché questa agiografia si distinguerà dalle altre assumendo un andamento cronologico, che di fatto non ci interessa; piuttosto, partiamo da Catch perché ci pare non programmatico di un'opera quarantennale bensì rivelativo di una sensibilità tanto atipica quanto affascinante, caratterizzata, in primo luogo, da un senso della lateralità, della marginalità che non scade mai nell'accessorio o nel secondario. In questo 16mm, infatti, il regista canadese adocchia, diciamo così, degli oggetti, come ad esempio un televisore o i contorni di una finestra, e questo sguardo non è come se li palpasse, quegli oggetti, più di quanto loro stessi non si determinassero nella prospettiva dalla quale lo rapiscono. Non una datità, dunque. Semmai un'intensità. Intensità che è tale nella misura in cui si fa dalla prospettiva che marginalizza l'oggetto nella sua estensione geometrica: l'oggetto, cioè, non è che scompaia ma si rivela altrimenti, altrimenti che, a sua volta, rivela un potere dello sguardo affatto diverso da quello di tipo trascendentale. L'occhio e l'oggetto nella sua intensità si danno in rapporto biunivoco. Non è che l'intensità dell'oggetto venga a darsi in vece dell'occhio: quella intensità è, a prescindere dall'occhio; parallelamente, l'occhio non è in vece dell'oggetto, ma esso è perché c'è, è cioè situato. La situazione oculare è ciò che determina l'occhio in quanto tale e, soprattutto, lo porta ad esistere (in prospettiva): la prospettiva, il luogo da cui si guarda, è non solo località dello sguardo ma questo stesso sguardo. È come se si ribaltasse la concezione greca per cui l'elemento è in quanto sta in un luogo preciso o, meglio, che la si facesse retroagire fino all'occhio: l'occhio non dà la prospettiva ma viceversa. A margine, l'occhio non può contemplare un oggetto nella sua datità, e non può farlo nella misura in cui questa stessa datità oggettiva e oggettuale non perviene all'esistenza; a latere, l'occhio non coglie la superficie ma la rifrazione che, solo in un secondo momento e a una seconda, perpendicolare occhiata, risulta dalla superficie: prima, a questo sguardo laterale, è la rifrazione a costituire la superficie, a venire prima di essa, specie ontologicamente. Il riflesso precede l'oggetto; il riflesso non è mai riflessivo di un oggetto, ma l'oggetto è in quanto riflesso o, ed è lo stesso, perché c'è la lateralità di uno sguardo, che ne incendia il senso, sprigionandone le intensità altrimenti celate, se non addirittura esauste. Un esercizio superiore, trascendente della facoltà visiva, direbbe Deleuze, eppure non basta a ottenere a parole il risultato, tanto importante quanto meraviglioso, cui perviene Grenier con Catch. Stando così le cose, infatti, viene ristrutturato, sin dalle fondamenta, tutto uno spazio la cui geometria, d'un tratto, decade. Lo spazio, cioè, non precede gli oggetti, che verrebbero così a trovarsi in esso, quasi fosse un contenitore; lo spazio, la stanza - ed è un refrain, questo, dei film di Grenier - è il moto dei riflessivi, il rimando asintotico di un'ombra, un riflesso all'altro. Uno spazio composto da echi fosforescenti, che è perché echeggiato dal là cui rinvia questo qua. In Grenier, come vedremo meglio nel corso di questa agiografia, e in particolar modo con i suoi esperimenti monocromatici, lo spazio non è mai dato, l'oggetto perde di ogni oggettualità e lo sguardo, l'elemento-occhio, coincide colla prospettiva marginale, colla lateralità in cui è situato. L'universo che ne risulta è tutt'altro che necessario. Segnato dalla contingenza, ogni cosa appare in tutta la sua fragilità, e la macchina da presa, più che conservare quel che c'è di fragile, scopre ed enfatizza questa precarietà essenziale. Emblematica, in questo senso, è l'inquadratura del televisore: la TV non restituisce più immagini ma è restituito da esse, la sua superficie cessa di scomparire per lasciar apparire ma appare scomparendo nei riflessi che, differenti, lo differiscono, riferendosi a un là, a un fuori-campo che, nel proprio darsi, dilata lo spazio, marginalizzando ulteriormente l'occhio. La marginalizzazione radicale dell'occhio porta così all'emergere di bagliori che hanno uno statuto ontologico proprio e per i quali è bene il caso di parlare di un universo altro, parallelo propriamente, eppure posto sullo stesso piano di consistenza di quello comunemente vissuto, visto: un universo non più estensivo ma intensivo. Ed è un universo, questo, che il cinema dischiude, certo, ma dischiude in questo mondo, da questa parte dell'essere in cui siamo anche noi. (La luce, in fondo, è la stessa, diceva Todd...) La macchina da presa, lungi dal farsi altrimenti rispetto all'occhio, lungi cioè il cinema da aprire un'ulteriorità trascendente rispetto al livello in cui ci troviamo, scardina l'oggettualità, l'estensione di questo stesso livello, aprendo, in esso, una dimensione che, comunque trasparente, non è così ovvia e, forse, non sarebbe altrimenti percepibile né tantomeno conoscibile. «To catch», afferrare, nel senso di intendere, com-prendere, prendere assieme, con il cinema e, quindi, comprendere, conoscere attraverso il cinema, il che non vale ad avvalorare posizioni positiviste, quali quelle di Rossellini o, più ancora, di Micciché, perché questa comprensione fa derivare un'intelligenza da una sensibilità che si basa su una rivoluzione macchinica, tecnologica dell'ambiente percettivo dell'essere umano (Epstein, lirosofia: Saint-Pol-Roux): per Grenier non si tratta di guardare diversamente le cose, ma di abolire il senso geometrico dello sguardo, e la macchina da presa è ciò che permette questo (occhio-cyborg) disperdendo l'elemento umano (la prospettiva) all'interno della propria tecnologia e, attraverso la restituzione all'occhio di una prospettiva divenuta marginale, lateralità (riflessi, echi, intensità), sussumendo l'occhio a ciò che comunemente è abituato, trascendentalmente, a sussumere - il luogo non più come unità spazio-temporale ma come rete di rimandi asintotici cui l'occhio non può, non riesce più a dare unità ma ne è preso, vi è invischiato.

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