El Meraya



El Meraya (Brasile, 2018, 19'), cortometraggio realizzato da Melissa Dullius e Gustavo Jahn durante un viaggio in Egitto, nella capitale Il Cairo, rappresenta un interessante archivio formato da piccole scene il cui interesse principale deriva da una sorta di attrazione che promana dalle stesse, come se qualcosa di magico stesse per apparire. Non si tratta di un romanticismo da turisti il loro o di un'esaltazione data dall'essere semplicemente fuori dalla propria ordinarietà, quando tutto è nuovo e dunque sorprendente, a volte estraniante, anche se questo aspetto è inevitabile quando si è al di fuori del proprio paese: questa magia in El Meraya la si ritrova principalmente, almeno così pare a noi, dalla possibilità di entrare in una città straniera e lasciarsi persuadere dalle sue immagini sommerse, da ciò che di invisibile permane al di là delle rappresentazioni pre-costituite che due persone si possono fare su una tal regione, la cui particolarità emerge non nei simboli chiave della città, ma dalle sue possibilità di essere vissuta in una certa maniera, in una certa atmosfera, la sua maniera e la sua atmosfera. È questa atmosfera che cerca di essere presente in El Meraya senza la possibilità di essere narrata, ma che risalta dalle scene di un archivio filmico tutt'altro che casuale eppure nient'affatto causale. Un archivio che racconta di alcune giornate, alcuni spezzoni, alcuni contesti, ma a cui mancano le parole e questo non perché non vengano utilizzate, ma perché quando utilizzate sono più poetiche che esplicative, e quanto le scene raccontano senza parole sono più reali della stessa esplicazione: una realtà che non ha bisogno di riappropriarsi di ciò che realizza è una realtà che non illude sulla possibilità che qualcosa di essa si possa ripresentare identico. In questo senso la mancata riappropriazione di qualcosa che accade racchiude in sé la possibilità che un nuovo emerga, ma ciò che c'è di nuovo non è mai visibile. Nello stesso momento però il medesimo non esiste nella ripetizione, qualora essa si rifaccia non intrappolando verità, ma facendo sempre intravedere la mancanza di qualcosa, ripercuotendosi questo nel contatto con lo spettatore, il cui ruolo non sarà tanto quello dello straniero ma dell'espropriato: l'espropriazione di una visione che quotidianamente lo abita, il quale lascia che avvenga un certo avvolgimento col film, che non lo lascia in un terreno estraniante, ma lo accoglie in un luogo che solo apparentemente è precisamente localizzato nelle rappresentazioni di chi guarda, ma che esiste, meglio, solo in mancanza di una geolocalizzazione che occlude la vista in sé stessa. Con questo tipo di archivio quindi El Meraya mostra un rapporto con il tempo del tutto particolare, come se questa dimensione, quella del tempo, non fosse solo tale ma un modo di provenire, che è quello proprio delle immagini: non ci si chiede tanto in questo caso da dove provengano le immagini, ma da quale tempo, non inteso in senso strettamente storico: le immagini sono state girate nel 2014, ma non è tale tipo di collocazione temporale che esse sollecitano, piuttosto un loro movimento rifrangente nel tempo. Qui non è all'opera una certa volontà di rendere eterno un momento tramite la registrazione dello stesso, semmai di ritrovare ciò che è stato rifranto nel tempo: come un fascio di luce colpisce lo schermo ripercuotendosi nella pellicola, il fascio di luce delle immagini impresse colpisce il suo tempo, ripercuotendosi in esso e collimando in quel flusso di immagini che non sono altro che ciò che risuona, alla fine di tutto, nel cinema. Sarebbe sciocco a questo punto suddividere il cinema in vari generi se non quelli che sono più o meno potenti a livello di rifrangenza ed è una riflessione che crediamo si possa adattare benissimo per il film di Melissa Dullius e Gustavo Jahn. Non ci si chiede quindi a che genere appartenga il film, ma non solo, questa è un'inezia, il modo in cui le cose vengono narrate, mostrate, rompe la documentazione come fatto acclamato, nel senso di dato di fatto, qualcosa di oggettivo che accade e che si sostiene inserito in una sorta di parentesi: non c'è il dato significa che non ci sono informazioni da raccogliere, che ciò che viene mostrato non ci informa su una realtà più di quello che potrebbe fare qualsiasi altro mezzo, dalle parole ai nostri stessi occhi, nel caso prendessimo e andassimo a Il Cairo. Non è dunque la messa in scena o meno di ciò che vediamo quello che fa problema in questo cortometraggio, ma il fatto che anche se si trattasse di personaggi, anche se ci fosse una costruzione delle scene, e pensiamo ci sia, queste non mostrino una narrazione. Non si tratta di contrapporvi nulla: non esiste, da sempre, la naturalità nel caso di quotidianità. Un'impostazione naturale, un personaggio, una ripresa improvvisata, tutto questo non fa altro che erigere tipi di cinema, mentre El Meraya mostra l'importanza delle immagini, non come possibilità di poter presentificare ciò che è stato e mettere in mostra ciò che si vuole narrare, in una banalizzazione della dimensione temporale delle immagini, ma ripercuotendo ciò che manca nelle immagini e rifrangendolo. Non è l'oggetto immagine e nemmeno il simbolo immagine, è la forza di qualcosa che esiste in una realtà mai libera da occlusioni: il punto qui non è naturalizzare ciò che occlude o mostrare la non ordinarietà (visitando un luogo straniero), ma un fluire che scorre come un fiume: non è dio, non è natura, è cinema.  


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