NON È UNA COSPIRAZIONE


Non è più possibile guardare un'immagine senza che la nostra pupilla si ribalti su se stessa, sgomenta di fronte al rivolgimento dello sguardo: le immagini ci guardano. Vedere l'immagine, oggi, implica esserne oggetti; il nostro sguardo non le palpa più di quanto il suo palpi la nostra carne: e le immagini ci ri-guardano. È nell'afasia di questa condizione che viene forzata un'epoché della nostra capacità di vedere, non meno che di ascoltare, di toccare, insomma di sentire. Nell'atto di sentire siamo sentiti, ma ciò non nell'atto di conoscenza che coincida con una co-nascenza bensì nella frattura che ci toglie a noi stessi senza però destituire la nostra sovranità, la quale è piuttosto derogata all'immagine, al suono che ci sente. Non parliamo solamente dei concerti dove ormai il palco è più che altro una cattedra, dei festival di cinema che sono, come scriveva Micciché, limitati dai ritorni di ognuno ai propri interessi, bensì del modo stesso di stare al mondo, di abitare un mondo. Eravamo convinti, a questo proposito, che una linea di fuga potesse essere il cinema sperimentale o l'hardcore rap, che l'esperienza di un film o di un disco potesse in qualche modo fungere da traccia in vece dell'invocazione di un'ulteriorità rispetto alla quale la nostra vita non è che un credito, e ora non è che ne siamo meno convinti; piuttosto, siamo del parere che la risoluzione non possa essere riflessiva, che un film, preso a sé, debba comunque scontare una pena che lo perimetra in uno spazio contro il quale può scontrarsi, nel migliore dei casi, ma mai uscirne. C'è senz'altro una genuinità della rivolta, ma la rivolta dà conto di ciò contro cui si fa: e allora qualcosa viene mistificato, incluso nell'atto stesso di un rapporto che, per quanto eversivo, deve tener conto di ciò contro cui si dà e viene a darsi. Ma, allora, che ne è della decenza di un'opera, fosse anche la più anarchica, nel momento in cui, di fatto, essa non può pensarsi all'infuori dell'ambiente che la dà? che ne è, cioè, del cinema sperimentale o della musica sperimentale, della sperimentazione più onesta e accanita, nel momento in cui questa per farsi debba rimanere un aggettivo ancorato a un sostantivo che ne neutralizza il campo? C'è, senz'altro, un cinema sperimentale, così come c'è della musica sperimentale: ma la sperimentazione in quanto tale la si può evincere a prescindere da quello scenario - musicale o cinematografico - che è tale solo nella misura in cui appare nella monolitica storicità che è l'abiura di ogni sperimentazione rigorosamente intesa? Sperimentare, cioè, cinematograficamente la musica o, il che è lo stesso, sperimentare musicalmente il cinema. Intrecciare gli ambiti, senza soluzione di continuità. Abolire il fatto stesso che ci sia uno spazio per la sperimentazione, un luogo che permette la sperimentazione e, così facendo, la legittimi, poiché essa non si può legittimare da sé; il che significa abolire anche e in primo luogo il fatto che ci sia un momento per la sperimentazione, dopo la quale si ritorna tutti seri e devoti. Del resto, siamo chiari: in Italia non s'è mai trattato d'altro, e se c'è una sperimentazione questa è legittimata anzitutto da una sovranità che la permette per trattenerne l'accadere non meno che la sua produzione di sensibilità al limite, trascendentali, e cose come Satellite, Noctural Reflections e via dicendo non sono altro che lettres de cachet firmate nel migliore dei casi dal direttore di una Mostra, nel peggiore dal sindaco, col laissez-faire qui delle forze dell'ordine e lì dei critici cinematografici, che altro non sono - detto tra noi - che la Gestapo dell'arte. Tuttavia, siamo del parere che sia proprio intrecciando i nodi, spezzando i codici e rimaneggiarli, che si possa produrre una genetica sperimentale dell'arte tale che l'arte non sia o il cinema o la musica ma il processo, l'individuazione sperimentale che passa dall'uno all'altra e li dà come tali senza presupporli. Perché è nel presupposto che ci sia un'arte come il cinema che la sperimentazione muore. Appunto, sperimentare cinematograficamente la musica; sperimentare musicalmente il cinema. Al fine non di produrre una nuova arte ma di sciogliere dai legami la sperimentazione: e allora sperimentare, essere capaci e liberi di sperimentare da sé, coi propri sensi. Al di là del complotto dell'immagine e della storia. Perché, se è vero che c'è un'immagine, allora questa non è se non come individuo pallido nella sua quiete, fine di un processo che l'ha restituito destituendosi da esso. Pensare, invece, l'immagine come prodotto di una sperimentazione, volgere quindi l'immagine nella sua mancanza costitutiva, ecco l'ardire dell'artista sperimentale. Ed ecco, anche, la base entro la quale, assieme a Manolo, abbiamo organizzato per la sera di lunedì 18 maggio NON È UNA COSPIRAZIONE, c/o Manolos'hole, via Coronelli 6/A (PD), evento nel corso del quale sarà finalmente proiettato - in presenza dei registi - il lungometraggio dell'Endimione Crew, Eden Noon (Italia, 2017, 69'), e, successivamente ma senza soluzione di continuità, suoneranno live i qqqØqqq. L'idea, ma meglio sarebbe parlare di sensazione, nel senso parapsicologico del termine, sarebbe che per spezzare la rifrazione stellare che rimanda continuamente la sperimentazione a uno strato sulla cui base farsi sia necessario pensare questo strato come derivato da una sperimentazione che né lo presuppone né lo implica. Ma, soprattutto, la sensazione è che non si sia più in grado di vedere né di ascoltare. Il complotto è in atto, esso ha reso l'immagine come termine di riferimento. Ciò che vediamo e ciò che sentiamo sono quantità, ma queste quantità derivano da vibrazioni che solo con un atto trascendentale dei sensi, che quasi li porti all'esasperazione, al proprio limite, sia ancora possibile percepire. Sperimentare, quindi, non significa altro che questo: tendere i sensi al loro limite, travalicando le quantità per giungere fino a quelle qualità, quelle vibrazioni ad esse irriducibili. Il complotto è manifesto, non è un segreto: e ciò che vediamo non lo vediamo, ma ne siamo visti. Eppure, c'è una bellezza altrettanto manifesta, che non ci è nascosta ma che, pur tuttavia, non riusciamo a cogliere. Alcuni ci riescono, chiaro. I migliori film sperimentali, come del resto la musica, non sono che emanazioni, piccoli quadri prodotti da sensibilità votate al limite, che anche lo travalicano, il limite, riportando in seno al quotidiano ciò che nel quotidiano è tolto. La sperimentazione contro il mainstream, dunque - ma che altro non è il mainstream se non la quotidianità, l'inautentico heideggeriano in cui non si parla ma si chiacchiera? L'artista sperimentale è colui che resiste tanto al mainstream artistico quanto alla quotidianità del mondo, poiché i due termini coincidono su piano diversi, manifestando una cecità, una sordità, un'inadempienza dei sensi che, nel quotidiano e nel mainstream, pare addirittura essere il loro normale funzionamento. E, allora, non si tratta d'altro che di scoprire come non sia così, che ci sia una bellezza ulteriore e che questa bellezza non rimandi a una trascendenza divina, ma sia qui, immanente: non si tratta di un'altra cosa da vedere e da ascoltare, ma di ascoltare diversamente, di vedere altrimenti. Cioè attraverso. Ascoltare un'immagine, vedere una musica. Un'esperienza che renda conto di una co-nascenza che ritratti le posizioni di soggetto e oggetto, quasi che le immagini altro non siano che allucinazioni uditive. Sperimentare, del resto, è fare esperienza, ma un'esperienza primigenia, anarchica perché non ancora legiferata e in grado anzi di tastarne la consistenza, di queste leggi sulla sensibilità che diamo ormai per scontato, le pensi altrimenti o - perché no? - si pensi contrariamente, arrivando, appunto, ad ascoltare le immagini, vedere i suoni, ubriacarsi d'acqua di rubinetto. In accordo con Chateaubriand, «J'ai en moi une impossibilité d'obéir» è allora il senso latente di ogni sperimentazione effettiva non meno che di ogni esperienza onesta, per non dire autentica.

2 commenti:

  1. Grazie di esistere. Quando leggo i tuoi scritti riprovo il piacere della lettura impegnata. Spesso canto anch'io di queste preziose e palesi perle del deserto. Cominciavo a credere, speranzosamente, appartenessero a una delle mie malattie mentali e che sarebbero scomparse con me. Ciao!

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    1. Lo so, ti leggo spesso anche io in questo deserto virtuale... ed è vero che siamo in pochi, che c'è il deserto attorno, ed è sterminato, tuttavia l'essersi tra noi incontrati (o ritrovati?) è ciò che conta, almeno in ultima istanza - e per quanto valga, in fondo.

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