Non è una cospirazione

Spin / Verso / Contour



La trilogia (trilogia della ripetizione, la si potrebbe definire) composta da Spin (Svizzera, 2001, 12'), Verso (Svizzera, 2008, 13') e Contour (Svizzera, 2011, 16') complica la poetica di Hannes Schüpbach in maniera inaudita, tant'è che, nell'arco della sua filmografia, queste tre opere rilucono di luce propria, una luce diversa, più soffusa e enigmatica rispetto agli altri lavori. Non sono propriamente dei cortometraggi filosofici, e l'indagine dello svizzero rimane ancorata all'immagine, prima o più ancora che al concetto, eppure è chiaro come da essi promani una sorta di inquietudine che dischiude a una percezione del mondo diversa, quasi ora l'occhio si sia pericolosamente avvicinato ad esso da rimanerne ammagliato; chiaramente, Schüpbach non intende documentare il mondo o una sua porzione, eppure è evidente che vi sia una complicazione ulteriore, affettiva in primo luogo, che lo lega ad esso. Parliamo allora, in prima battuta, di un'affettività: quella della madre e del padre, rispettivamente in Spin e in Verso; ma parliamo anche, immediatamente, di una complicazione più profonda o comunque atavica, universale senza perciò perderne in concretezza, e cioè quella del tempo e dello spazio, ancora rispettivamente in Spin e in Verso. In Spin, in particolare, la camera segue una donna, ormai vecchia, che attraversa il mondo, ma questo movimento, lungi dal restituire un mondo rispetto al quale la donna si fa soggetto o, ed è lo stesso, un mondo che rispetto alla donna è oggetto, fa coincidere i due elementi: i fiori sono allora lo stesso che la mano che li cura. A questo proposito non si dovrebbe parlare, propriamente, di una connessione tra la donna e la natura quanto piuttosto di una sorta di emergenza dell'una nell'altra e viceversa, il che avviene per tramite del tempo: la donna attraversa un mondo, che le sta come d'accanto, e, simultaneamente, il mondo diviene in vece di questo attraversamento. Il tempo, così com'è nel concetto quantistico di «spin», è anche il proprio trascorrere, ma tale trascorrere non restituisce una temporalità, geometrica o sostanziale, cronologica, ma è esso stesso il tempo in quanto, quest'ultimo, non è che trascorra ma è in sé il divenire. In questo senso, non è un caso che Schüpbach si concentri più sulle mani che sul volto della madre; è, infatti, nelle mani che è scritta la vita, nel senso di quella che è trascorsa, e in una certa maniera c'è un'intimità ben più profonda nel toccare che nel guardare, poiché la prossimità si esaurisce, nel tocco, nel momento in cui, appunto, ciò che tocca è anche toccato. Questa fusione, questo rapporto biunivoco è paradigmatico dell'essenza di Spin: la memoria della madre, i suoi ricordi, sono scritti sulla pelle, ma quel tempo trascorso è il tempo del mondo così come esso si manifesta ed è manifesto; il ricordo della madre, cioè, scava il mondo, la cui manifestazione non è che nella misura in cui ci sia quella faglia che la memoria apre. Viceversa, in Verso, la dimensione non è più quella della profondità bensì quella della superficie. Alla faglia, ora si sostituisce la traiettoria. Ed è la traiettoria del padre di Schüpbach, che nuovamente attraversa il mondo, ma non più scavandolo, facendone una manifestazione di un passato che conserva in latenza, cioè come pura possibilità non realizzata, bensì riorganizzando diversamente ciò che si trova già ordinato. Alla mano non si sostituisce l'occhio ma l'occhiale: l'occhiale che sfuma i contorni delle cose - cose che si presentano ora diversamente, e la cui sfumatura non è più pegno dell'occhiale ma innerva la loro più propria essenza. La superficie diviene allora quel piano sul quale è possibile ricreare dei rapporti: la possibilità non è più ciò che al mondo è latente in quanto non realizzato, passato che ancora gorgheggia nelle profondità; semmai, la possibilità è ora sulla superficie del mondo, essa coincide con un nuovo rapporto delle cose e con le cose. Quel che si presenta non è, come in Spin, tale nella misura in cui lo stesso passato per cui è ne conservi anche l'altrimenti; quel che si presenta è piuttosto possibile nella misura in cui è impossibile la sua stasi, il suo essere definito e determinato. Non più l'oggetto ma tutta una serie di rapporti e relazioni in equilibrio metastabile. Equilibrio metastabile che si mantiene e anzi si enfatizza nell'ultimo tassello della trilogia, Contour, il quale a sua volta ridisegna le due precedenti opere. In questo, infatti, Schüpbach ripete le immagini di Spin e Verso, a volte così come erano e altre volte modificandole. Tale ripetizione, da una parte, raccorda i due precedenti lavori, ma dall'altra funge da immagine degli stessi. Che immagini? Un'immagine, per così dire, afasica. La ripetizione, come relazione tra le immagini, è lo stesso che il nero prima tra un'immagine e l'altra. Ora un buco di memoria, ora un punto cieco: e ora, infine, la ripetizione è ciò che permette l'immagine, poiché questa non può che darsi nella misura in cui è percepita. Non che la percezione dell'immagine coincida coll'immagine, piuttosto l'immagine non può fare a meno di una relazione coll'altro da sé, coll'assolutamente straniero: l'occhio. La ripetizione, allora, non è l'identità. La ripetizione, anzi, smarca ciò che può essere ripetuto e viene ripetuto da ciò che viene ripetuto come effetto di questo ripetere. Non la differenza, appunto: non A e B, ma A e la ripetizione di A, che non è. Tale ripetizione non agisce come autismo della memoria ma è produttiva. Essa fa la differenza, nel senso che differisce A dalla sua ripetizione. Contour si compone allora non in maniera autonoma, ma nemmeno a partire da Spin e Verso. Piuttosto, Spin Verso si compongono a partire da Contour, che li ripete, allo stesso modo che Contour è la ripetizione che fa la differenza tra Spin e Verso. L'immagine diviene così qualcosa che non può che farsi, prodursi in maniera asintotica: e, come la memoria implica l'oblio, l'immagine pretende l'occhio come l'assolutamente altro da sé, il cui autismo è però la necessità stessa che vi possa essere - e non vi sia che come questa stessa possibilità - un'immagine. Questo, il lavoro della ripetizione. L'immagine ripete altre immagini, ma ripetendole se ne fa diversamente, oltre che differenziarsi da esse. E l'immagine rimane aperta su questa sua possibilità realizzabile all'infinito, quindi irrealizzabile.

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