Non è una cospirazione

Partial



Nelle prime inquadrature di Partial (Usa, 2016, 6') si ha la sensazione di doversi immedesimare in colui che guarda da una fessura il paesaggio che sta esattamente al di fuori della sua posizione: le ombre che si sovrappongono tra l'occhio e il paesaggio sono infatti ben chiare a tal proposito. Di qui a poco però questo tipo di visione immedesimativa cambierà completamente a favore di una che nel procedere dell'esplorazione si fa dentro l'esplorazione stessa. Un'esperienza di totale immersione, così sembrerebbe o, almeno, questo è il passaggio che sembra necessario - ma che rientra nella logica precedente - per entrare in una modalità di visione differente rispetto alle prime scene del cortometraggio. Si va ben oltre però l'immersione o, meglio, è un'altra cosa ancora rispetto a quest'ultima. In Partial Linda Fenstermaker non tenta tanto di mostrare una spaccatura da un tipo di visione a un'altra, bensì vi si è condotti quasi dolcemente man mano che la sperimentazione procede e proprio in virtù di tale sperimentazione, che non è affatto neutra. Nonostante le prime scene non siano marcatamente autoriali, non siano cioè fatte in modo da enfatizzare la presenza di una regista che opera con la macchina da presa, lo sono invece nella misura in cui l'azione dello scrutare al di fuori di sé il paesaggio da un punto del mondo implica un vedente e un veduto che rientra nella normalità della visione quotidiana. Non tanto la sperimentazione è dell'ordine dell'extra-ordinarietà, bensì dell'ultra-ordinarietà, nel momento in cui il passaggio a una visione più possibilmente immanente viene collocata e sperimentata nell'ordinarietà del paesaggio circostante. Certo, è un paesaggio al di fuori della città, cioè quella città in cui il processo di soggettivizzazione viene quasi a crearsi più strettamente o, ancora meglio, tra soggetti e loro creazioni, insomma, la civiltà che si rinchiude nei propri manufatti. Gli ambienti più campagnoli, più solitari, sono forse maggiormente privilegiati dalla Fenstermaker, basti pensare all'attenzione verso certe realtà considerate in Here I breathe (Usa, 2017, 8') o Abandoned generations (Usa, 2015, 10'). C'è però da considerare il carattere di questi due cortometraggi, i quali non sono né nostalgici né esaltativi di una realtà al posto di un'altra e ciò è dimostrato dal non ricorso a una narrazione o a una modalità di ripresa che riporta le immagini sotto a una particolare luce avvolgente contemplativa, che illuminando induce a vedere, riempiendo gli occhi di una certa ideologia. Questa induzione a vedere è come il faro attentivo che mantiene la coscienza sveglia - e che è mantenuto dalla coscienza - il quale porta all'emersione di qualcosa in particolare rispetto al buio del resto del mondo e della coscienza stessa, che rispecchia ciò che ha dentro di sé. Le scelte di Linda Fenstermaker non sono però di natura reazionaria, non riportano cioè un paesaggio piuttosto che un altro come scelta estetica senza che questa sia anche allo stesso tempo politica: l'estetica di Partial non sta dunque nello spazio non occupato o impiegato, non lavorato, non strutturato del paesaggio ripreso, ma nella differente spazializzazione del tempo. Non dunque l'estetica del luogo, dello spazio statico che riflette la propria essenza, manifestandosi in quanto tale, ma il farsi del paesaggio come spazio che si mostra con una sua precisa anatomia-cronologia, la quale si presta a sua volta ad una via di sperimentazione. Tale via è il margine in cui si può attuare una pratica che sia di r\esistenza e che si ha tra le maglie di un preciso campo istituzionale. Margini che, sebbene rientrino nelle pratiche istituzionali, permettono alcune manovre di agibilità contrarie all'ordine. Detto ciò, non è necessario l'accanimento o l'accecamento, cioè l'extra-ordinarietà, affinché la sperimentazione si abbia come agente significante. Altro discorso riguarda il significato: che alcune pratiche sperimentali rispetto alla grandezza delle pratiche istituzionali di visione, o le fatiscenti pratiche resistenti, sembrino a volte prive di significato, riflette non tanto o non solo la riduzione della significatività a tutto ciò che è rilevante quantitativamente, ma anche una particolare colonizzazione degli aspetti immaginativi o fantasiosi, come di quegli aspetti che, per il loro farsi concretamente rispetto al desiderio, non vengono considerati come possibilità alternative, ma come altre possibili realizzazioni mondane. Forse, allora, è questo l'aspetto che Partial mette in luce, l'altro dell'ordinarietà che non schizofrenizza ma nemmeno nevrotizza: quell'aspetto borderline tra normalità e patologia, tra quotidianità ed esperienza extra-ordinaria, al di là del mondo comune, nel mondo, tra i margini. Infine, in Partial l'incertezza che caratterizza alcune scene si scontra con la certezza visiva della pellicola, ma il tutto si fa proprio tra questi due modi: qui, la ricerca di qualcosa rimane ricercante, nell'atto cioè del ricercare, e il ricercato non si mostra, ma rimane sempre parziale, ma non per questo illusorio: è il suo modo di essere, che racchiude la potenzialità insita nel non essere come mancanza.


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