Non è una cospirazione

A river twice



Rendere pubblica la realtà: di questo sembra che si occupi A river twice (Hong Kong/Australia, 2017, 14'), cortometraggio della regista Audrey Lam, programmato in vari festival, dal Visions du Réel del 2017 all'Alchemy film and moving image festival di quest'anno. Sapiente è qui l'uso di una certa intimità, che si rivela nelle storie tra padre e figlia. Particolari o meno, queste storie sono sempre narrabili e lasciano uno spazio bianco per la narrazione a venire, per il prossimo incontro tra le due generazioni. Quasi un cortometraggio di fantasia, di una storia quasi inventata, A river twice lascia che la realtà si imprima e si rispecchi in ogni spettatore, con le particolarità stesse che si fanno ornamenti proposizionali senza intaccare il rispecchiamento. Il testo è, infatti, dedito a un'interpretazione personale, ma non per questo diventa esperienza singolare: la singolarità a venire ha sempre da farsi, ma il suo farsi non arriva mai a compimento nonostante le premesse. In questo modo il processo interpretativo è aperto ad accogliere chiunque, e la generazione di Hong Kong si incontra possibilmente con quella australiana, quella francese, ancora inglese e via dicendo. Nell'apertura dunque si ha l'incontro delle somiglianze, dove ciò che unisce è di fondamentale importanza: da qui padre e figlia e nazione x con nazione y. Emerge, nelle prospettive della psicologia dell'adolescenza attuali, differentemente da quelle più sessantottine di una volta, una minore ribellione di quella creduta. Se da una parte si pensa a una generazione che non ha ricevuto privazioni, dall'altra a una generazione con un'etica condivisa, che è quella del post-moderno. Ma il significato che si dà a questa parola è in parte esplicato proprio nell'immagine che A river twice presenta. La presentificazione è, infatti, il sé della presentazione, e dall'intreccio di tempi diversi, in cui la narrazione si stratifica, emerge il traino del cortometraggio della Lam: non tanto un sentire privato che si rende pubblico attraverso l'immagine, portando in risalto quell'affettività inesplicabile, ma la realtà stessa che viene resa pubblica in un dolce cullare tra le rive del fiume. La realtà diventa così emersione totale e l'intimità si rappresenta tra sguardi candidi e incontri generazionali fatti di quel tempo libero post-lavoro, un lavoro che non c'è, una lotta di classe che non c'è. Ciò che si vede è la calma al di là della tempesta, una nazionalità sognante che si dimostra in un'immagine. Ciò che la realtà mostra non è dunque uno spazio privato che si dà, ma la non necessità della sottrazione degli sguardi, di ciò che soggiace alla realtà. Se la realtà fosse davvero solo ciò che si vede, questa ne sarebbe privata di tutti quei movimenti sottostanti, che non sono propriamente - per qualche strana concezione del "se non è così, è  per forza viceversa" - un privato, ma ciò che lavora nello scontro: lo scontro è, più probabilmente, l'altra faccia del pubblico, qualora questo pubblico si intenda come l'immagine nella sua riappropriazione di ciò che è, sottratta quindi di quel non che gli rema contro e la fa sperimentale. Ma ancora, quel rendere pubblico è un mostrarsi del mostrato, cioè del già dato, ossia dell'intimo privato famigliare. Quel privato non è dunque l'altra faccia del pubblico: tale dualità è costituita semmai per dividere le pratiche e perpetuare le condizioni di possibilità dello stesso sguardo che, di generazione in generazione, si fa intrecciandosi alla storia, che chiaramente la particolarizza. Quando lo sguardo è tramandato, da padre in figlia, quell'incontro, anche se non sempre armonioso, comunque ricercato, comunque necessitato dalle intime richieste relazionali minime, è una narrazione che temporalmente ancheggia tra passato e futuro, è una narrazione che, pur necessaria, non chiede la parola, ma la assume a sé. Di qui, l'incrocio di sguardi. Di qui, un perpetuarsi di pratiche che, sebbene differenziandosi, alimentano l'incontro. 


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