Non è una cospirazione

Erased Etchings



Erased Etchings (Usa, 2016, 9') di Linda Fenstermaker esplora il quartiere del Fremont a Seattle, nello stato di Washington, operando un confronto tra passato e presente e andando insieme a esplorare quattro abitazioni attraverso il formato del 16mm. Il ricordo e la trasformazione sembrerebbero quindi essere i punti cardini del cortometraggio in questione, analizzando così ciò che resta o meno dell'essenza di quello che è stato ed è, in una sorta di meditazione interessantemente sonorizzata. Tuttavia, andando a riguardare Erased Etchings ci accorgiamo di come la descrizione, detta così, sia vagamente superficiale, in quanto nasconde il vero processo del cortometraggio sotto ciò che non è già più descrizione ma narrazione di ciò che è: nell'intercorrersi delle scene non c'è solamente la loro - almeno a tratti - didascalica funzione di confronto, di sovrapposizione di due o più tempi, ma anche qualcosa che sorge circolarmente all'interno del cortometraggio. Può essere probabilmente più comprensibile attenersi alla descrizione, ma facendo così il passaggio successivo di uno scritto diventa per forza propria la narrazione e dunque in qualche modo l'interpretazione del film. Lo si vede più volte, quando, nel tentativo di ampliare l'oggettività di ciò che si mostra, si finisce, per effetto stesso dell'ampliamento, a ergersi nel racconto, interpretandolo, del film, sciorinando termini o confronti di dubbia provenienza o, meglio, che provengono da chi scrive. La descrizione, probabilmente, è già racconto in se stessa e, allora, come dire ciò che si guarda? Nel caso di Erased Etchings si nota una certa struttura interessante, che è appunto quella circolare che avviene dalla prima scena all'ultima, ma anche all'interno del cortometraggio con varie scene che si rapportano tra loro. Tali rapporti sono interessanti nel momento in cui si aprono a qualcos'altro, ma ciò non è della struttura, la quale abbiamo scritto richiamarsi alla circolarità, mentre la struttura richiama piuttosto a una certa chiusura. Forse, dire non è della struttura è vagamente fuorviante, perché implicherebbe un al di là della stessa e ciò è da escludere: la piega ha sempre un fuori e quindi non lo ha mai, le proiezioni al di fuori del proprio corpo sono parte del corpo stesso (chiaramente, dobbiamo rivedere cosa sia un corpo), si r\esiste sempre in un campo di forze esistenti e così via. Sembrerebbe più probabile che questo aprirsi di Erased Etchings sia l'azione stessa che il procedere attua nello spazio possibile. Il procedere, cioè a livello temporale, e qui abbiamo il minutaggio che sforza il tempo messo a confronto, che nel farlo scorrere non tanto fa rivivere, in una sorta di reazionaria intenzione, ma permette la ricerca, che è quella che noi facciamo, non tanto quella della regista intesa come autrice, la quale, in questo caso, si opera non per rilevare o svelare, facendo emergere quell'edificio in quel momento rispetto a quell'altro, ma facendosi essa stessa partecipe di ciò che quello spazio, quella casa, è da sé. Ma lo spazio possibile è quello che c'è nella struttura o quello che non c'è, che non è in possibilità? Ciò che non è in possibilità. Nella possibilità c'è semmai l'azione dell'aprirsi che è per meglio dire presente in Erased Etchings. La casella vuota non è la scoperta di ciò che è il cinema, è semmai la sua possibilità. Quello che è in possibilità è nella realtà. C'è il rischio di riferirsi parlando del possibile del cinema a ciò che non c'è e questo ci tacerebbe per sempre, ma anche il rischio di pensare che, in fondo, cambi solo ciò che può e in questo senso non si capirebbe perché parlare di cinema come un atto di r\esistenza, come a dire che, in fondo, nulla possa cambiare senza essere già dato in qualche modo dalle stesse maglie che soffocano la realtà. A che il cinema come atto rivoluzionario? In effetti, nulla cambia della nostra realtà nonostante il cinema. È per questo che più probabilmente il buco nero del cinema dell'immanenza è una voragine che annienta, ma annientando porta a intuire un nulla che non si riesce a conoscere ma che apre al possibile, senza mai darsi nella realtà. L'unica cosa, per così dire, concreta, che pone degli effetti, è la possibilità di vedere alternativamente e questa è la lacerazione ultima che porta certo cinema sperimentale. Ecco che al di là del possibile c'è sempre quell'unica cosa che ci è permessa grazie al cinema nonostante ciò che è e sarà: l'apertura in direzione e contro la realtà con un'intuizione che potrebbe salvarci dal soffocamento.


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