Non è una cospirazione

LT



Sembra quasi che ci sia un'ombra di noi stessi che viene lasciata sulle cose che ci appartengono: uomini dotati di doni particolari potrebbero, ci dice la parapsicologia, dirci qualcosa sui vari proprietari di oggetti particolari, risalendo ad essi tramite appunto l'oggetto. Un po' questo sembrerebbe essere l'inizio di LT (Italia, 2018, 3'), quando la macchina da presa induce su alcuni aspetti di un appartamento. Ignazio Fabio Mazzola ha recuperato, come già ci disse in Sacramenti #5, delle pellicole di una persona a lui cara che giacevano in un mobile. Il loro montaggio diventa qui una sorta di lavorio sul già vissuto, ma quale vissuto? In gioco infatti non è tanto il dire qualcosa di sé attraverso ciò di cui ci siamo circondati, in una sorta di estetica egoica. C'è qualcosa che appunto ci frena in tal senso: che Mazzola abbia recuperato dei girati di una persona a lui cara non implica il rivivere della pellicola in questione e del suo vissuto, cioè quello che è stato girato attraverso la digitalizzazione. Ciò che noi vediamo attraverso LT è qualcosa che si avvale della ripetizione per eliminare la ripetitività. Ciò che è nuovo non è tanto il modo di vedere le stesse immagini, rinnovandole attraverso magari il montaggio, ma le immagini stesse. La possibilità di riuscita si spinge su una linea sottile: da una parte abbiamo infatti la possibilità di rivitalizzare le immagini, dare loro nuova vita attraverso il montaggio, esprimere nuove impressioni, mescolare e far emergere nuove visioni, e dall'altra una nuova immagine, che è la stessa immagine, o un pezzo rispetto a prima, è lo stesso. A questo punto non ci si chiede, come potrebbe sembrare, cosa sia l'immagine, ma come questa si dia a noi nel campo del cinema. Se l'immagine fosse qualcosa legato alla percezione, allora la nostra conclusione sarebbe una stronzata, perché la percezione è legata a una dinamica oggettuale come esperienza o darsi della figura al soggetto. Ciò che emerge come un'ombra sugli oggetti non è da ricercare nell'oggetto stesso, ma nelle nuove dinamiche che Mazzola fa emergere, le possibilità che queste vivano attraverso l'effetto di altri. Ma attenzione, perché non è il montaggio o la rivitalizzazione, è il nuovo sguardo che fa le immagini, tant'è che la macchina da presa di sposta verso altri orizzonti materiali. La casa non è più quella dei proprietari e non è nemmeno il pretesto di una sperimentazione alternativa da parte di Mazzola, che la snaturerebbe da ciò che è, cioè una casa con i suoi vissuti che ombreggiano su di essa. È stando tra queste due alternative che emerge il senso del limite di Mazzola e non è un caso che dall'esplorazione della casa si passi alla striscia di terra bagnata dal mare. C'è una certa aderenza in LT che non è l'aderenza dell'immagine a ciò che si vuol dire attraverso di essa, bensì un'aderenza formale propria di un'immanenza cinematografica che si esplica in maniera sorprendentemente semplice. LT stesso, come quell'esperienza del limite che si avvertiva già con O (Italia, 2016, 1'), è la propria aderenza: la macchina da presa non si erge sulla terra a interpretare ciò che la porta a sé, non parla di sé mostrandosi, non è già ciò che è, che riflette la propria immagine, ma è la forma a emergere in tutta la sua essenza come ciò che è da svelare. Questo probabilmente pone quegli interrogativi sulla rivitalizzazione o la novità attraverso il già ripreso come pretesti per mostrare invece qualcosa di più semplice perché più antico: lo studio architettonico del paesaggio, sia esso quello interno di una casa che quello esterno, al di là delle costruzioni, non è semplicemente lo studio dell'organizzazione dello spazio, ma è, in questo caso, ciò che la spazializzazione può e può una cosa molto semplice, cioè mostrare le linee. Che si parli di inclusione o esclusione, di esterno o interno, di proiezione o introiezione, di far uscire ciò che si è o di tenersi dentro, si sbaglia e si sbaglia nel momento in cui così facendo perdiamo quel concetto di limite che il già mostrato ci mostra, come ad esempio in LT, quando crediamo in una nuova immagine: non la novella di dio, ma quel mostrarsi della spazializzazione che non avevamo mai visto e che eppure effettua ognuno di noi: siamo il paesaggio, e non per quella scissione dell'io che espande e contrae il nostro corpo, ma in quanto inclusione di quelle linee che fanno il mondo tutto. Nell'ultima e proverbiale scena di LT, il nascondersi dell'uomo, che non vediamo e non pretendiamo di vedere. Non è questo un ritorno all'uomo, quasi come se il cortometraggio fosse un cerchio che si chiude, ma  il tentativo di non essere il proprio confine: lo spazio occupato del corpo è devoto, in questo caso, solo al cinema.


Nessun commento:

Posta un commento