5 anni fa appariva l'EdP: La quiete, l'abbandono e una lista di 15 film ormai imprescindibili



Cinque anni fa, il 16 gennaio 2013, apriva l'EdP. Apriva in maniera sommessa, confusionaria anche. Però qualcosa già c'era. La prima recensione era su un film di quell'impostore di Tarr, e subito dopo Tarantino: non c'era una linea del blog, eppure era già evidente come ci fossero i buoni da una parte e i cattivi dall'altra; coll'andar del tempo, i cattivi sono rimasti tali, ma anche i buoni si sono trasformati in cattivi: dal cinema contemplativo a quello dell'immanenza... Alcuni mi hanno detto che sono un saltimbanco, che per un periodo mi va bene una cosa e poi subito cambio idea, rigettando quella cosa. Non penso però sia questione di ipocrisia ma di ricerca, di non saper stare fermo, di non avere una posizione limitata e limitante. Del resto e alla fin fine, non appena si pensa che io stia da una parte, ecco subito che mi ritrovi dall'altra: mentre voi scrivete di Clipson o fate scrivere Broomer, anni dopo che sono arrivati in Italia attraverso l'EdP, eccomi là che pubblico una ricerca sull'Associazione Home Movies. In questo senso, non si tratta di un anniversario. E tuttavia mi pare un buon momento per fare un punto della situazione, per quanto questo punto non possa che avere un valore del tutto stocastico o, comunque, momentaneo. Non ripenso, a questo proposito, a ciò che è stato. Fare un punto della situazione non significa guardarsi alle spalle ma cercare di intuire il futuro, il quale e soltanto il quale scava il passato, dischiudendolo in maniera non monumentale né archeologica. È un fatto, in tal senso, che l'EdP mi sia prima di tutto costato caro. Quando penso all'EdP, la prima cosa a cui penso sono gli amici persi. Penso a Santini, ad esempio. O anche a Menegazzo/Pernisa. Parlavo giusto ieri, con un amico, di Santini, e questo mio amico mi diceva che avevo sbagliato a dire che Santini facesse le sue piccole cose perché con quelle grandi non era riuscito, non ce l'aveva fatta, e in effetti aveva ragione; tuttavia, io non volevo affatto dire ciò, bensì sottolineare la specularità di un atteggiamento: da una parte, il fatto stesso che Santini abbia collaborato con Maderna è indice di un'indole particolare e comunque non necessaria, e questo è un fatto, visto che conosco molto bene persone che non si sognerebbero mai e poi mai di lavorare in una grande produzione; dall'altra parte, il trattamento riservato da Santini a noi mi sembra dei più arrivisti, tant'è che, dopo un primo tempo in cui abbiamo contribuito alla sua riscoperta, ha deciso di abbandonarci perché troppo scomodi, antipatici a coloro i quali ora sono il suo punto di riferimento e di confronto. Lo stesso per Menegazzo/Pernisa, che fingono che il NOFEST 2016 - Cosa fare con il fuoco non sia esistito e vendono a Musci i loro film come anteprima assoluta. Ora, perché dico tutto questo? Perché è ciò a cui penso quando penso all'EdP: l'EdP è l'unico modo in cui io abbia perso delle amicizie non perché io abbia chiuso con loro ma perché loro abbiano chiuso con me. E non mi sto piangendo addosso, sia chiaro. Piuttosto vorrei sottolineare come certe chiusure abbiano molto spesso il carattere dell'inevitabilità: è vero, sono loro a non sopportarmi più, a trovarmi scomodo, ma è altrettanto vero che sono scomodo, che, un compromesso, io, coll'EdP, non l'ho mai fatto né mai lo farò. Ed è tutto sommato per questo che le amicizie vengono meno, perché il cinema in Italia altro non è che un mediocre affare da salotto. Probabilmente è così anche altrove, ma non m'interessa. Ciò che m'interessa è l'Italia, e in cinque anni di militanza mi risulta chiaro, se non addirittura palese, questo fatto, e cioè che a nessuno importa veramente del cinema se non nella misura in cui attraverso il cinema si possa dir di sé. L'ambiente underground o indipendente che dir si voglia italiano è tra le cose più parossistiche e marce, narcisistiche e boriose che una persona possa frequentare. Tutto si riduce alla propria opera - e alla presentazione della stessa. Cosa peraltro ovvia, ma meno ovvio è il modo in quest'opera venga presentata: con combriccole che organizzano sagre della polenta per parlarsi addosso, festival cinematografici ormai chiusi su se stessi, incapaci di un confronto aperto con il pubblico. Penso a Pesaro, ad esempio. Ma anche al Filmmaker. Le stesse persone, le stesse facce di cazzo. Ma è così ovunque. In questo senso, a che pro l'EdP? Di certo, abbiamo smesso da molto tempo di avere a che fare con certe persone, e l'anno scorso è stato un po' l'anno della catastrofe. Ma ciò non significa che non vi sia un dialogo, un rapporto con l'altro. Semplicemente, l'altro non esiste. All'altro è concesso solo il silenzio, lo stesso silenzio che egli riserva a noi colla presenza della sua assenza. È un vuoto, a volerci pensare, e in effetti lascia un po' soli. Ma è altrettanto vero che credere che l'altro sia Santini o Armocida, che sia Isabella o qualche altro blogger talmente in fissa coll'EdP da copiarlo in tutti i minimi particolari, credere insomma che questo sia l'altro è una supposizione, un presupposto. L'abbiamo creduto e abbiamo agito di conseguenza. Ora, però, siamo del parere che l'altro, di fatto, non si dia se non nella forma di un'assenza e di un silenzio che è quello che ci dà la possibilità di scrivere e far ricerca. Parlavo con Vaia, tra ieri e oggi, e questo è quel che mi risulta chiaro: che non stare più con i montagnardi, oggi, significa riformulare, ricreare, stare in maniera più radicale ancora con i montagnardi. Com'è noto, il primo lungo di Vaia e Piazza terminava con questo scienziato che diceva, appunto, di non stare più con i montagnardi. Con i rivoluzionari. Perché - chi sono i rivoluzionari, oggi? Sono la destra più estrema, come avremo modo di vedere colla prossima piega, che sarà dedicata al cinema di Luca Ferri. Ma come già avevamo visto a proposito di Aprà e del suo FuoriNorma. Così, non essere più con i montagnardi non può che voler dire quanto sopra: stare con i montagnardi nel modo in cui i montagnardi stessi sono venuti meno ai principi della rivoluzione. Pensare - come dire - la rivoluzione come l'attuazione di un complotto, e organizzarsi per il terrore, il quale non è la giustificazione della rivoluzione ma, al contrario, la rivoluzione stessa giustifica il terrore. Perché la rivoluzione, nella maniera in cui si dà, non è che fumo negli occhi, tentativo di fermare tutto: si cambia il regime ma un regime rimane, democrazia o monarchia sono in fondo la medesima cosa, perché, in un modo o nell'altro, mettono a tacere, o colla spada o colla finzione della rappresentanza. Già, ma così si finisce per vivere nei boschi, sottrarsi, non essere nemmeno più partigiani, perché i partigiani sono a loro volta manovrati e comunque, alla fine, restituiscono le armi: essere, semmai, briganti, pirati. Questo, io credo, la critica deve essere: una questione di pirateria, un atto di brigantaggio. Céline, in Bagatelle, un libro ingiustamente considerato antisemita, scriveva che per quanto riguarda la critica «non ci sono mai conti da rendere». E, in effetti, è così: il critico è colui che si isola e, dall'alto, sentenzia, come il curatore o il programmatore o il direttore di un festival. A loro è riservato il silenzio perché stanno su un altro piano: egli dà, e ciò che dà viene preso, sia questo recepito o meno. Ciò che viene preso, tuttavia, non può non considerarsi se non nella condizione di possibilità del curatore: il curatore è il trascendentale della visione, il festival è la condizione di visibilità del film. Chiamiamo cinema il complesso festival-film-spettatore, e chiediamo se sia possibile parlare di cinema prendendo di petto solamente uno dei tre elementi, ovverosia il film. Col NOFEST 2017 - Non è un pranzo di gala, abbiamo tentato di destituirci come EdP, come programmatori. È stato un tentativo, una manovra. Ora stiamo organizzando un altro evento, totalmente diverso, quantomeno, ma è già abbastanza, per ciò che concerne la forma. (Ne diremo più in là...) E qui ora si tratta di restituire la figura del curatore - ma come incrinata, più un Doppelgänger del curatore che il curatore in sé. Vedremo che succederà. Quel che conta qui sottolineare, appunto, è il modo di procedere. Non si può che procedere che per tentativi. Ma il fine rimane unico: è ancora possibile un pensiero cinematografico, in Italia? un pensiero, come dire, partecipato e non più sul film soltanto ma sul cinema come dicevamo sopra? coi conti che vengano richiesti siano resi fino all'ultimo centesimo? L'EdP, ora come ora, non fa che preparare teoreticamente a ciò che poi nella pratica si trasla in queste maniere: cinque anni di antagonismo. In questo senso, ma anche di ciò ne parleremo più in là, ci pare fondamentale quanto scrive Torri allorché parla dei festival come di un ordine del discorso in uno dei saggi più toccanti e urgenti che ci sia capitato di leggere da molto tempo a questa parte e che, peraltro, ci ha fatti sentire molto meno soli perché in grado di serbare quella carica di silenzio necessaria alla riflessione e alla ricerca, nonché alla ritrattazione di posizioni che risultano sempre come già date e inamovibili: c'è una naturalità nei festival, ma questa stessa naturalità non può che essere compresa se non come sostantivizzazione di una dynamis che si pone, nella sua imperscrutabilità, come altera - altera a ciò che usualmente si definisce cinema, e cioè il film in sé. Non dirò di più, lo riprenderemo più in là questo discorso. Ciò che tuttavia ci preme dire, per concludere, è che l'EdP non può che darsi dentro una solitudine comunque essenziale. La solitudine non è un'altra cosa rispetto alla compagnia. La solitudine è la condizione nella quale non è possibile non essere. La compagnia, d'altro canto, è una maniera della solitudine. Bisognerebbe pensare alla solitudine non come a un termine contrapposto alla compagnia, così come il movimento è contrapposto alla quiete; piuttosto, così come il movimento e la quiete sono funzioni di una condizione nella quale ci si trova comunque e che Heidegger, lettore di Aristotele, definisce motilità, la solitudine viene prima della compagnia e della solitudine meramente intesa. Definiamo questa condizione come abbandono. Si tratta, per noi, di recuperare questa condizione di abbandono, che viene prima della solitudine e della compagnia. Proprio di questa condizione, dell'abbandono, è qualcosa che precede il silenzio e la parola, ovverosia la quiete. Alla quiete si accede sia con il silenzio che colla parola, anche se sono rare le parole che lo permettono, perché rare sono le amicizie oneste. Molto più facile il silenzio. E comunque non ha importanza. Ciò che importa è che sia riservata a ognuno la possibilità di esperire questa quiete, di accedere a una condizione d'abbandono. A volte può bastare il silenzio di un film, altre volte è invece necessario abbattere a gran voce tutta una serie di impliciti istituzionali, come nel caso di Home Movies; a volte è necessario un NOFEST, altre volte invece occorre un cineforum. In un caso come nell'altro, è da cinque anni che l'EdP non funziona altrimenti, non funziona per altri intenti. Cinque anni fa, è vero, nemmeno avevo idea di che volesse dire il titolo di questo blog, e però mi piaceva. Ci sono voluti tanto il silenzio quanto le parole di amici, come Alovisio e la mia ragazza, affinché si chiarisse, almeno per me, quel che esso può voler significare. Ora, dopo cinque anni, è chiaro che le cose cambino, che laddove prima era necessaria o sufficiente una cosa ora quella cosa lì non funzioni più bene. Bisogna sperimentare, ricercare, come del resto si è sempre fatto: cinque anni di r\esistenza... In questo senso, non è tanto l'aver avuto dei pilasti, dei film-cardine o dei pre-concetti ai quali adeguarsi, il filo rosso dell'EdP, ma, appunto, la voglia o, meglio, l'urgenza di sperimentare. E sperimentare per accedere a quell'abbandono di cui sopra. Qui di seguito, quindi, proponiamo una lista di una quindicina di film in disordine (perché non c'è un ordine) che non valgono come capolavori assoluti o top15 ma come opere che, ancora, ci mettono in crisi, e tanto può essere che ci permettano di trovare la nostra quiete quanto può essere che dallo stato di quiete in cui ci troviamo essi ci tolgano, manifestando la necessità di andare oltre, perché niente basta mai abbastanza. Avant la guerre.


Endimione Crew, La lunghezza di Planck (Italia, 2015, 84')


Robert Todd, Cove (USA, 2012, 7')


Hannes Schüpbach, Toccata (Svizzera, 2002, 17')


Chris Marker, Owls at noon (Prelude): The hollow men (Francia, 2005, 19')


James Benning, Nightfall (USA, 2013, 98')


Enzo Cillo, Ippocampo (Italia, 2016, 9')


Paul Clipson, Bright mirror (USA, 2013, 9')


Fabio Scacchioli & Vincenzo Core, Bang Utot (Italia, 2015, 27')


Luiz Rosemberg Filho, Imagens do silêncio (Brasile, 1972, 65')


Flim Crew, Ludione della Lampada (Italia, 2016, 125')


Endimione Crew, Eden Noon (Italia, 2017, 69')


Jerome Hiler, Words of mercury (USA, 2011, 25')


Chris H Lynn, Late autumn, early winter (USA, 2015, 4')


Ignazio Fabio Mazzola, da DO a DA (Italia, 2015, 7')


Hanns Springer & Rolf von Sonjevski-Jamrowski, Ewiger Wald (Germania, 1936, 54')

5 commenti:

  1. Sarei curioso di sapere cosa ne pensi adesso di Ghezzi, che reputa un film come Sully di Eastwood un capolavoro assoluto ed apprezza molto, ma questo si sa già da tempo, il cinema di Tarantino. Certo la sua critica non ha portato avanti un'idea, una linea in modo così specifico come avete fatto voi - e forse si tratta solo di questo: di assumere una prospettiva relativa agli interessi di ricerca specifici. In ogni caso, questo vi ha portato lontani dal cinema d'autore e narrativo e vi ha circoscritti (senza nulla togliere al valore, alla portata di questa scelta). Cosa ne pensi di un Trier o di un Korine, ad esempio, ora che "i buoni" e "i cattivi" si sono ulteriormente ridefiniti?

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    1. Di Ghezzi, a dire il vero, non ne ho mai pensato granché bene, ma ciò non solo per i suoi gusti cinematografici: chi ha fatto FO sono altri, sebbene questi altri non abbiano lo stesso potere accordato dalla RAI a Ghezzi. Ma, si sa, la televisione non vuole altro che un'immagine-feticcio, una copertina pubblicitaria. Quanto a von Trier, dopo Melancholia per me è calato di brutto, e una cosa come Antichrist, purtroppo per noi, non la farà più (ma spero di essere disatteso su questo punto); comunque, dopo la cosa delle molestie sessuali, mi è tornato a stare simpatico. Korine, va be', è un troll, penso che la mia recensione in merito a Spring Breakers fosse chiara a questo proposito: peccato, perché Trash Humpers continua ad essere un film più che meritevole, peccato che se poi venga usato da trampolino per fare Spring Breakers o cose del genere, stando alla mia sensibilità, si ridimensiona parecchio. Mi domando tuttavia che senso abbia chiedersi che ne penso di 'sta gente, visto che comunque il senso dello scritto è un altro...

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  2. Accennavi all'inizio del percorso critico da te compiuto e dei gusti cambiati, e questo mi ha spinto poi a chiedermi in che modo fossero cambiati nei confronti di certi registi e certi film che avevi già recensito (lodandoli; ma si trattava appunto di tempo fa) e che a me piacciono. Ad esempio di Nymphomaniac parlasti bene, così come di Spring Breakers e Ghezzi. Era una curiosità che mi serviva anche per chiarire se ti fossi allontanato in modo più radicale da certo cinema, persino da quello di registi che ti erano cari e di cui, leggendo le recensioni - ad esempio quella di Nymphomaniac - avevi parlato in modo molto condivisibile, almeno per quanto mi riguarda. Un passo a lato rispetto al senso di approdo dello scritto, che evidenziava quei films che invece, attualmente, ti sembrano imprescindibili e che comunque, per quanto riguarda quelli che ho visto, ho apprezzato molto anch'io. Riguardo il potere accordato dalla RAI a Ghezzi, che nonostante non sia stato magari il fondatore di FO, vi ha contribuito ed è emerso per la sua specificità. Io credo che l'attività critica di Ghezzi valga molto; poi ultimamente mi è capitato di leggere la sua introduzione e postfazione a quel capolavoro de "L'esperienza interiore" di Bataille e mi è stato ancora più simpatico. Certo non ho letto/sentito nulla di suo riguardo Cove di Todd ad esempio, ma un intorpidimento nella ricerca è anche comprensibile e non nega il resto.

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  3. State facendo un lavoro eccezionale. Tantissima stima, spero non vi stanchiate di fare ricerca, anche per i più pigri come me. L'unica pecca è che molte opere sono di difficile reperibilità, ma forse in un'epoca dove tutto è a disposizione subito appare più come un pregio (mi riporta alla mente la mia adolescenza, quando l'attesa di trovare e ascoltare un disco era già puro piacere).

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    1. Sono abbastanza concorde sulla difficile reperibilità di alcune opere e del fatto che, tuttavia, questo non debba essere considerato necessariamente un difetto, in un'epoca dove tutto si trova a disposizione. Ci sono però due appunti da fare, a riguardo. Prima di tutto, bisogna considerare che noi viviamo in Italia (almeno, suppongo che anche tu viva in Italia), e in Italia è molto più difficile poter esperire determinati film perché, sostanzialmente, ai festival non interessano più e, tranne qualche rara eccezione (quelli dell'Analogica, UNZA, raramente anche INVIDEO), non abbiamo possibilità di vederli così come dovrebbero essere visti, cosa che già negli States o anche in Francia è attenuata. In secondo luogo, mi perplime il fatto che diversi registi siano più propensi a "scambiare" il film piuttosto che di "darlo"; mi spiego: è molto più semplice, per me, ottenere un film da un regista nel momento in cui gli mostro il blog e dicendogli che sono intenzionato a scriverne piuttosto che un altro che vuole semplicemente vederlo. Ne parlavo l'altro giorno con Vaia, che è peraltro l'eccezione che conferma la regola: lui i film è più propenso a darli a chi non ha blog e vuole semplicemente vederli, ma ciò è anche dovuto al fatto - credo - che chi scrive di cinema oggi in Italia o non scrive che di stronzate da multiplex e classiconi pseudo-intellettuali (Tarkovskij, ad esempio) o clona l'EdP, cosa che però riesce sempre piuttosto male e sgradevolmente patetica.

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