σκιά


«σκιά», letteralmente «ombra»; ma, se si guardano i grandi tragici, come ad esempio Sofocle (Aiace, v. 301), anche «fantasma», oppure ancora ombra - ma «ombra di morti» (così in Eschilo, I sette contro Tebe, v. 992). «Oἴῳ πεπνῦσθαι, τοὶ δὲ σκιαὶ ἀίσσουσιν» (Odissea 10, 495): il figlio di Laerte, dice Circe, dovrà compiere un viaggio, incontrare Tiresia, cui Persefone concesse, pur nella morte, la saggezza - e a lui solo, essendo gli altri morti soltanto «σκιαὶ ἀίσσουσιν», ombre fluttuanti. È un passaggio paradossale dell'Odissea, questo. Nonché di cardinale importanza. Odisseo, per vivere, deve attraversare la morte (l'Ade), e la via di casa può soltanto essere vista da chi è cieco (Tiresia). Tutto ciò, non per fare della mera filologia o per becera erudizione; piuttosto, ci pare di fondamentale importanza per incardinare l'ultimo film di Cillo, intitolato, appunto, σκιά (Italia, 2017, 12') e ingombrato da un'oscurità che non è tale ma si ritrova tale, e ciò in vece di alcuni strappi di luce più o meno soffusi (e comunque generalmente sfumati). È, in fondo, la radicalizzazione di un discorso che già affascinava Cillo da tempo e che l'ha infine portato piuttosto distante dall'iconografia dei suoi lavori meno recenti, e ciò non solo - e non tanto - in via esclusivamente formale; invero, ciò che distanzia questo lavoro dai precedenti è l'attenzione rivolta non al darsi dell'oscurità bensì alla sua formazione. Formazione che rinvia a un qualcosa di più originario e abissale - e che tuttavia non può essere rinvenuto quale origine. L'origine è piuttosto il divenire medesimo di questa oscurità: l'oscurità non è qualcosa che è ma che diviene. È il divenire in quanto tale. Dell'oscurità non si potrà dunque dire che c'è ma che fa - e cosa fa? Come accade nel passo omerico di cui accennavamo sopra, è la cecità, il buio o, anche, se si preferisce, l'oscuro a rinviare a ciò che non può altrimenti essere conosciuto. La via di casa per Odisseo, la luce per ciò che concerne il cinema così come lo intende Cillo. L'ombra allora è davvero un fantasma, il suo è un divenire-fantasma. Che inquieta la luce, facendosi sfondo asintoticamente ritraentesi. L'oscuro è lo spettro che inquieta la luce, e come tale non può né essere né non essere: di esso non si può dire altro che inquieta, che opera negativamente, ma è una negazione, questa, che lavora per mantenersi tale. Se, da una parte, avevamo una quotidianità non più banale ma, attraverso l'oscurità della notte, ritrovata in tutta la sua originalità, ora abbiamo invece a che fare con un'oscurità che non si lascia più ingabbiare, che non è sfondo per restituire altrimenti ciò che la luce banalizza ma divenire-fantasma. Non sfondo, ma ritrarsi perenne e asintotico: ritrarsi che, nello stesso tempo in cui si ritrae, dà alla luce, ma tale alla luce è già altro da sé, è plasticità che si concretizza, si fossilizza e si distacca dal fondo, da questo divenire cosmico e assieme crepuscolare. Ciò che viene alla luce - cos'è? Se lo sfondo è nel proprio ritrarsi, della luce non si potrà dire altro che essa è - è luce. Lungi dal farsi incantare dalle forme che una luce può dare a notare, Cillo guarda alla luce come irradiazione. È all'attimo in cui c'è della luce, in cui la luce è irradiazione, irradiazione che si distacca dalla tenebra, che Cillo guarda. Il suo interesse non è di tipo espressionista, non si gioca sul contrasto luce-ombra; l'interesse di Cillo è, semmai, volto a demistificare la tenebra, farne dell'altro da ciò che comunemente è, cioè altro dalla luce: non è infatti la tenebra ad essere altro dalla luce ma la luce ad essere altro dalla tenebra. La tenebra è un divenire incessante, al limite che sarebbe persino scorretto dire che essa sia, perché soltanto diviene; al contrario, la luce è precisamente ciò che è, che ha smesso di divenire. Per questo non c'è differenza tra un bagliore rossastro e una lampadina: in entrambi i casi si tratta di un divenire che viene a fissarsi. Ciò che si fissa viene da un divenire ulteriore, la tenebra, ma non la è, nemmeno in minima parte. Fissandosi, il divenire non è più tale. Il lavorio della negazione, questo battere sulla nuce della luce, è ciò che permette alla tenebra, all'oscurità, di mantenersi tale: dare la luce per sfuggirle, estrinsecare ciò che non ha più la forza e l'orgoglio per divenire, selezionare in ciò che diviene il più abbietto e debole per poterlo infine scartare, fissandolo e ritraendosi ancora più sullo sfondo. Per questo la tenebra è sempre più scura, essa non cessa di divenire più buio e insidiosa; ma, al contempo, la tenebra, l'oscurità, diventa ancor più veritiera: dalla tenebra si può vedere la luce in anticipo, essa ha già in sé la verità della luce; tuttavia, non si può dire il contrario, perché la luce, al massimo, non può che essere la falsità della tenebra: e per questo si fissa, cessa di divenire. Cessando di divenire, la luce è. Ma, essendo, essa si perde. Ha altre ragioni, che non sono più quelle dell'oscurità. La luce illumina, ma tale illuminazione è già fuori di sé, rivolta alle forme plastiche di una camera. Viceversa, la tenebra è tutta in sé e per sé - e ancora non fa altro che farsi all'infuori di sé, estasi, divenire che continuamente non può che contraddire ciò che diviene facendolo divenire, se e solo se questo abbia la forza di divenire (altrimenti diventa luce, appunto). Se Tiresia può vedere ciò che altri non vedono, ciò accade nella misura in cui la verità della visione sta nella cecità: nella cecità si è compresi in quel divenire di cui sopra, in cui la luce è perché ha smesso di divenire - ed è tale. La luce, nell'oscurità della visione, nell'ombra della cecità, non è allora ciò che illumina. L'atto di Cillo è quindi profondamente genetico. La luce, in σκιά, è analizzata per ciò che è - luce - e non per ciò che fa - illuminare - perché ciò che fa è già un connettere la luce coll'altro da sé, piuttosto che concepirla in sé. A questo in sé della luce, naturalmente, pertiene la mancanza. Per questo la luce non può che rivolgersi all'altro da sé, cioè illuminare. Ma c'è una verità più abissale, dice Cillo. Infatti, se è vero che la luce non può che essere per sé, che non appena si cerchi di fissarla essa già sta lì a confondersi con un'alterità, illuminando, è altrettanto vero che l'oscurità ha la sua radice nell'ombra, che è notoriamente sempre ombra di qualcuno (o di qualcosa). Di cosa? Non il divenire è l'ombra di ciò che diviene ma, viceversa, ciò che diviene è fatto divenire dal divenire. Il divenire è la penombra, ma ciò che diviene è ombra di un divenire ben più folle e arcano. «Σκιά» non è più allora soltanto l'ombra, l'oscurità, ma il convitato non invitato, l'ospite inquietante, da cui l'«umbra» latino (inteso in senso proverbiale). Così Plutarco (Moralia, 707). Colui che si insinua silenziosamente, che si maschera da invitato e che accede nel privato fingendosi altro, simulacro dell'invitato, che mette in discussione l'intera gerarchia che rende effettivo ed efficace l'invito, la gerarchia cioè tra colui che invita e colui che è invitato. Qualcosa o qualcuno. Qualcuno che ancora non è detto che si sappia che sia presente, eppure lo è. Là dietro, in bella presenza ma nascosto dalla finzione di essere stato invitato. L'oscurità come ospite inquietante è allora l'ultima possibilità di una risata diabolica, di un sarcasmo satanico nei confronti della luce, di ciò che è in quanto illuminato, presente, visibile: e non è forse il gesto eminentemente cinematografico, questo? Del resto, a che il cinema, se già tutto è visibile? Distinguiamo allora un cinema di regime, che ha a che fare col visibile, e un cinema marginale, per non dire anarchico, che ha a che fare coll'oscurità, con ciò che si mostra solo per fingere di essere visibile, ma che in realtà fa subentrare nell'ambito del visibile ciò che non è visibile, smascherando il visibile come fissazione di un divenire ulteriore, scoria che è stata espulsa da tale divenire occulto per la sua debolezza: qualcosa che mentre guardiamo non vediamo ma che inquieta l'occhio dall'altra parte, quella opposta alla pupilla, forzandolo a un rovesciamento, sia esso quello della cecità (Tiresia) o dell'estasi (Teresa d'Avila).

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