Non è una cospirazione

Almost nothing: so continues the night


Il cinema non è dell'ordine del desiderio. La categoria del desiderio, infatti, inerisce, più che altro il piano sociale e politico, piano con cui il cinema non si confonde. La categoria del cinema è piuttosto un'altra: il cinema è dell'ordine della resistenza, ed è questa, in buona sostanza, la posta in gioco del capolavoro di Davor Sanvincenti, Almost nothing: so continues the night (Croazia, 2017, 12'). Come il desiderio, la resistenza è oggettivabile né di essa di può dire che abbia un correlativo intenzionale. Non si desidera mai qualcosa così come non si resiste mai a un che di determinato. In effetti, sta qui il fraintendimento di Godard. Godard confonde il desiderio colla resistenza o, meglio, per lui il fatto che manchi, in sede desiderativa come in quella resistenziale, un correlativo intenzionale fa scivolare la resistenza sul piano del desiderio, il che è particolarmente palese nel cinema, marcatamente politico, del francese: «si desidera resistere» potrebbe essere una buona tagline per ogni film di Godard dal 1987 a oggi. Viceversa, per il croato non c'è un vero e proprio desiderio di resistenza, perché la resistenza non attiene al piano politico. Non si resiste al fascismo. La resistenza alla decadenza barbarica non è una vera e propria resistenza, così come il desiderio di una donna non è un vero e proprio desiderio. La questione deve dunque porsi in maniera differente. Resistere? Sì. Ma a cosa? In effetti, non si resiste ad altro che all'irresistibile. Ma quest'irresistibile è per l'appunto ciò che smarca il desiderio dalla resistenza, la politica dal cinema, la realtà dall'immagine. L'irresistibile è al contempo ciò che si desidera e ciò a cui si resiste, ma tale resistenza non resiste al desiderio dell'irresistibile quanto, piuttosto, all'irresistibile in quanto tale. Si dirà che l'immagine è un atto di resistenza, che il film - inteso nella doppia accezione del termine - resiste. Una simile resistenza non è fine a se stessa, sebbene, in ultima e definitiva istanza, non si può effettivamente dire che essa sia rivolta a qualche cosa; che il film resista, che l'immagine sia un atto di resistenza implica infatti che l'immagine in quanto tale sia la resistenza, e ciò dev'essere inteso come segue: l'immagine filmica fa essere la resistenza, compie la resistenza nel momento stesso in cui crea, svela quel qualcosa rispetto a cui si fa tale, e cioè resistenza. Non c'è, insomma, un qualcosa a cui resistere; piuttosto, la resistenza, intesa come immagine, fa essere l'irresistibile, il quale sarebbe altrimenti inesistente o, quantomeno, talmente velato da risultare assente. Ma che cos'è questo Irrestistibile? Sanvincenti lo dichiara esplicitamente: «Per noi, un pensiero presuppone sempre una società, una cultura e soprattutto una coscienza del tempo. Siamo perseguitati dall'immortalità, nozione umana per eccellenza. Come se il mondo fosse qui per affascinarci. E per deludersi. Il film viaggia attorno al bulbo oculare come la Terra attorno al Sole. La luce rende visibile il film. Un film fragile, come la nostra esistenza. Nell'orbita della tragedia del film e della nostra realtà, l'immagine resiste alla crudeltà dell'esperimento.» In termini piani, ciò che è l'Irresistibile è, fondamentalmente, il politico inteso propriamente, il cuore nero del Leviatano. Ed è qui che il cinema si smarca dalla politica e dal sociale. Il cinema non ha a che fare colla politica nella misura in cui resiste al politico; al contrario, la politica si fa attorno al politico, è il velo di Maya che può esistere senza resistere al fascino occulto del politico: di converso, il politico è ciò che, una volta smascherato, fa cessare la politica, la quale, a sua volta, si mantiene sul nascondimento, sul verecondimento del politico. In termini rozzi, se si scoprisse il politico, l'ultima istanza della politica che non si confonde colla politica, di fatto non vi sarebbe più politica: e di conseguenza l'immagine, r\esistendo al politico, si smarca totalmente dalla politica. Per questo a Sanvincenti interessa sottolineare come l'immagine si faccia, di fatto, al passato o, il che è lo stesso, l'occhio, che vede, non può che vedere al passato, a differenza del pensiero che è anzi avvolto ed immerso nello sfacelo del presente. Una stella muore, e noi ne vediamo la morte in differita. La luce che emette giungerà alla nostra percezione visiva solo molto dopo l'evento da cui emana: e tuttavia quella stessa luce che altro è, se non un evento? un evento che non differisce dal primo - la morte della stella - se non nel senso che si riferisce ad esso differendovi, ed è tale riferimento - l'evento stesso, come partecipazione assoluta. A cosa si partecipa? La domanda è mal posta. Non si partecipa a qualcosa, ma è la partecipazione che fa essere chi partecipa, il/i quale/i non parteciperanno ad altro che alla partecipazione medesima. Del resto, la luce non è. La nozione di fotone è un postulato e di per sé il fotone è pura potenzialità. Ma la pura potenzialità, il fotone è ciò che rende possibile il fatto che vi sia qualcosa, un limite al di qua e al di là del quale il fotone stesso è impossibile - noi e la stella che muore. «I nostri occhi sono fatti dello stesso materiale che costituisce il Sole. Sono formati dal sole, ed è questo il motivo per cui vediamo.» Eco di Saint-Pol-Roux, di quel cinema vivente che non è come il sole ma è il sole: non fatto di luce ma emanazione di luce, oggetto irradiante che dà a vedere nascondendosi, divenendo invisibile. Il film forma il nostro occhio, ed è vivente, il cinema, nella misura in cui si fa vita: è il passato, quel passato che ci fa vivere il presente. In fondo, Saint-Pol-Roux, come Sanvincenti («Il cinema ha cambiato la struttura della nostra percezione»), non voleva dire altro che questo: che si vede solo al passato, che non si può che vivere che attraverso il cinema. Il cinema è vivente in quanto scalfisce il nostro occhio, trasforma il nostro corpo, ci affetta e noi siamo ciò che abbiamo guardato, e ciò che viviamo, fuori dalla sala cinematografica, non potrà che rivelare l'affetto effettuato su di noi dal cinema. Così, si scambiano - anche temporalmente - le categorie. Non c'è una realtà da riprendere, ma la realtà è una lunga ripresa di un'esperienza filmica. La realtà segue il cinema, non viceversa. Viceversa, il cinema affetta la realtà, la quale altro non è che la presupposizione di una coscienza irretita nel gioco del presente e della presenza, della politica e del sociale. Ma prima della politica, prima del sociale, c'è qualcosa di oscuro e di irresistibile, qualcosa cui la realtà non resiste e, anzi, si fa come desistenza rispetto a tale irresistibile. La realtà è l'abbandono, il desistere al politico. È la presenza pura e semplice o, meglio, il reale che non lascia più un anelito di possibilità, che ci sia cioè, nonostante ciò che si è realizzato, un possibile che batta sulla nuca del reale e resiste alla realizzazione. Non un'alternativa al reale ma un'altra realtà... certo, una realtà soltanto possibile, che è altra in quanto irrealizzabile, ma è appunto su quest'altro ordine ontologico che il cinema s'affaccia. Il cuore nero del politico è allora l'oscurità del reale, ciò che, una volta aperto e scoperto, distrugge il reale, perché il reale non è altro che un epifenomeno che si fa come escrescenza di un qualcosa che non deve essere rivelato, che, una volta rivelato, non ha più necessità di epifenomeni qual è il corteo ninfeo che è il reale. Tocca allora al cinema mostrarlo? No, nient'affatto. Al cinema non tocca mostrare il politico, ma resistere all'irresistibile, che è già dalla parte del desiderio: la realtà non resiste all'irresistibile e l'irresistibile è già come catalizzatore della realtà. Essere reali significa desiderare, cedere al desiderio dell'irresistibile. Il cinema non ha a che fare col desiderio ed esso è un atto di resistenza se non nella misura in cui tale resistenza sia un rapporto di forze tutto interno all'immagine. L'immagine fa essere l'irresistibile, il cinema è il luogo in cui è possibile la scelta. Dicevamo poco prima che il film, come già intuito da Saint-Pol-Roux, non si lascia vedere ma fa vedere. Essa ci riguarda perché ci guarda: «L'immagine sorveglia su di noi: essa non ha palpebre». Non dev'essere un oggetto scalfito di luce, l'immagine, ma irradiazione, fonte luminosa. Come quell'irresistibile che abbiamo definito politico. Ed è in questo punto che la resistenza e l'irresistibile, l'immagine cinematografica e il politico vengono quasi a incrociarsi. Uno come l'altro fanno essere, ma in modi diversi - cose diverse. Cose diverse che tuttavia non sono tra loro contraddittorie. Il reale e il possibile. La scelta (ma meglio sarebbe dire la decisione, il de-cidersi), più che mai urgente, è allora il vero atto visivo o, il che è lo stesso, esistenziale.

5 commenti:

  1. Hai menzionato SAINT-POL-ROUX hai avuto occasione di leggere il suo libro 'Cinema Vivente'?

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    1. Cheppoi porcoddio c’è scritto sotto il titolo del blog il concetto cardinale di Cinema vivente e mi chiedi pure se l’ho letto. Sei sicuro d’averlo letto, tu, invece?

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  2. Guarda che se quel libro gira ed è stato tolto dalla polvere è fondamentalmente grazie a me.

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  3. ma che cazzo te magni! volevo solo sapere se girava una copia digitale.
    Proprio perche volevo leggerlo io.

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    1. Allora chiedi se esiste una copia digitale, non se l’avessi letto, pagliaccio

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