Cosmos



Quando si trattano le prime opere di un regista o comunque di chi si sta almeno sperimentando in tal modo, come nel caso che qui andremo ad abbozzare di Cosmos (Italia, 2018, 14'), si può sviluppare un sentimento misto da parte sia del critico che dello spettatore. Se da un lato, infatti, ci può essere una certa bellezza nell'immagine che risulta in qualche modo grezza, come è tipico degli inizi, dall'altra si manifesta una sorta di pudore che contempla un velo di purezza, il che è di per sé ammaliante e può risultare così di difficile comprensione, soprattutto per le cavità dell'immagine, che portano la visione a un'oscurità pendente tra l'emergere di qualcosa che mette in discussione l'immagine stessa e la formazione di un'immagine che tenta di venire alla luce, di trovarsi nella propria identità. È forse per questo che c'è un particolare interesse nell'analisi in primo luogo di ciò che il cortometraggio di Giulia Di Giovanni e Francesco Fontana sperimenta, perché non tanto è qui che si gioca la partita di ciò che viene detto, ma è in virtù della sperimentazione con l'immagine che si può ancora non soffocare nel proprio quotidiano e quindi agire di conseguenza, dirsi qualcosa, anche a volte contraddittoriamente, ma con gli ordigni caricati. E dunque l'immagine è debole, trapelante e discreta, non definendosi mai pur nella sua formazione. È a volte lì lì per farlo, ma la realtà è che sembra non competergli tale formazione, quasi che, a volere ciò che potrebbe, non riuscirebbe a starci. Sia chiaro che non stiamo parlando di un'immagine a cui manca qualcosa, diciamo così, a livello tecnico, che vorrebbe ma non può perché non arriva a formarsi come vorrebbe o i cui intenti dei registi siano palesati e i modi non arrivino a soddisfare tali intenti. C'è piuttosto un'ombra che spinge ai lati dell'immagine: l'ombra si produce come effetto di ciò che non ha lasciato passare la luce, è l'effetto di una conseguenza che si può provare in quanto visibile. Essendo sotto gli occhi di tutti è cosa scontata, come è scontata la sua condizione di visibilità e la sua stessa esistenza: vi è finché c'è luce. Quando però ci troviamo di fronte a Cosmos l'ombra è ciò che non si vede: la formazione dell'immagine lavora sempre tirando indietro o allontanando ciò che vorrebbe rappresentare. Qui non si tratta semplicemente di non distinguere le forme, che a volte sono in realtà palesi in quanto conosciamo il mondo prima di vedere il cortometraggio, si tratta piuttosto di una rappresentazione che vuole sottrarvisi, è in sottrazione. L'effetto dunque, il resto, non può essere semplicemente ciò che deriva da una mancanza di luce, essendo questa la condizione per la visibilità, e anzi è essa necessaria. Il lavoro di sottrazione, infatti, non è primariamente sulle forme. Se è vero che l'ombra è solo forma, c'è anche da dire che qui è la forma stessa a scalciare per uscire: è, a livello elementare se vogliamo, un'immagine che non riesce a stare nella visibilità stessa, ossia nelle sue condizioni di esistenza. C'è un di più dell'ombra quindi, che quotidianamente non conosciamo e non esperiamo. Dopo che avviene la cattura del mondo, dopo che quindi c'è stato il raccoglimento nell'inquadratura, qualcosa esce e a mancare non è il mondo in quanto rappresentabile, non è tanto esso che si sottrae, ma è la sua parte oscura, ciò che non va verso la luce bensì al suo opposto, è la controparte nel mondo, con la differenza, sostanziale, che qui gli viene data la giusta consistenza. È quando essa manca che, infatti, tutto si affievolisce, ma non perché, di contro, la loro unione porta al compimento dell'immagine, ma perché la cattura viene effettuata da ciò che scalpita al di fuori dell'immagine. Non vi è il processo a priori del regista che decide per l'immagine e ciò in virtù della sperimentazione. Lo scalpitio, la distorsione, alla fine, presenta come riflesso la non glorificazione dell'immagine. Il tentativo, evidente, di cercare così di abbracciare anche ciò che non viene catturato ma fare in modo che questo poco sia anche tutto il resto, questa sorta di ubiquità, si scontra o, meglio, non enfatizza il richiamo a un puro accadere storico dell'evento che è Cosmos stesso. Un po' come se la prendesse di lato: il fuori dell'inquadratura, quest'oscurità che fugge, ha in sé quella forza cosmica che aspetta il suo palesarsi per tramite del fatto storico.


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