(Agiografie #4: Vincent Grenier) Intersection



Nel corso di questa agiografia è stato dedicato molto spazio ai primi lavori di Vincent Grenier, in parte perché degli ultimi avevamo già parecchio scritto in precedenza, in parte perché ci è parso che tornare agli arbori della filmografia del regista canadese fosse un modo soprattutto per capirne le radici e dunque quasi andare a fondo della questione dell'immagine, un fondo che risucchia o, forse meglio, irradia in qualche modo il presente dei suoi film. Non tanto quindi il passato per comprendere meglio l'attualità o per pianificarne il futuro, bensì come possibilità comparative tra storie, quella già stata e quella di adesso. La comparazione si situa dunque sullo stesso piano, rendendo due attualità asincrone finalmente cantate allo stesso ritmo, senza che si giunga ad una livellazione, ma piuttosto a una stratificazione di ciò che è venuto o meno alla luce, ma che giace, più o meno presente, sulla superficie dell'immagine. Non è la stessa cosa, per intenderci, del parlare del fascismo di Salvini senza contestualizzare cosa sia il fascismo e cosa Salvini, fermo restando comunque che non vogliamo condannare il sentimento che deriva da questa comparazione, che è ricco invece di una propria spontanea aderenza. Quasi tirando le somme dell'agiografia, abbiamo recentemente parlato di World in focus (Canada, 1976, 16') come ciò che ha costituito la svolta fondamentale nella filmografia del regista, come il cuore nero che risucchia e pompa ciò che sarà vitale da allora in avanti, quel sentimento della potenza riversato nel cortometraggio. Intersection (Canada/Usa, 7', 2015) sembra quanto di più distante eppure è così vicino e lo è del tutto singolarmente, ossia solamente intuitivamente. Sembrerebbe dunque che in questo cortometraggio più recente la questione temporale sia pregnante con questi giochi di velocità: da una parte ciò che vive, l'essere desto, il quotidiano stanco, a tema tutto umano, e dall'altra la piantagione di fiori, ciò che vive ma non sa di vivere. Ognuno, con la propria velocità, opera una disgiunzione dall'altro che è tale solo a livello rappresentativo. Sì, potremmo dire che, in una sorta di pensiero cosmico che abbiamo raggiunto tipo dalla conquista della luna in poi, in realtà si tratta di due realtà comunicanti, ma mancheremmo il punto dal momento in cui ci fossilizzassimo sulla questione temporale. Detta in maniera diversa, c'è, è presente, lo viviamo, un tempo di merda, i cosiddetti tempi di merda della nostra generazione, dove ogni esigenza sincera, pura, che è spesso associata in qualche modo alla dimensione artistica, ma in realtà è varia, soffoca sotto il peso del presente. Al di là delle possibilità bruciate o, meglio, del racconto delle traboccanti possibilità, tranne poi morire affogati, possibilità che si rifanno unicamente a quell'essere desto che ci sostiene, al di là di tutto ciò, pensare davvero che ci sia qualcosa in cui credere, per cui la propria vita possa assumere un'etica in virtù di ciò, è quanto meno fantascientifico, il che, in realtà, ha una doppia valenza, cioè da una parte ciò che ci è estraneo e dall'altra ciò che sfiora il potrebbe essere, dove tra il potrebbe e l'essere c'è una zona grigia indiscernibile. Ora, cosa fa Grenier? Grenier non diciamo più che mostri una luce diversa con cui vedere la realtà e quindi in altri termini non è di un altro modo di vivere che si parla, ma dell'altrimenti rispetto alla vita, vita che, abbiamo più volte ripetuto anche se non proprio in questi termini, non vale poi così tanto e questo non preferendo la morte, bensì lo spazio che può essere in luce, ma soprattutto in ombra, nel cinema. L'ombra non è la zona in cui il passaggio luminoso viene meno, ma lo spazio non conquistato dalla luce. Ecco perché rimaniamo con una certa sperimentazione di cinema sempre su una soglia di spazio, soglia adocchiante un baratro, che è più una sensazione piuttosto che una figura allegorica. Intersection si conclude restringendo l'obiettivo all'insegna di quella che non verrà mai ad essere intesa come panoramica, ma sfondamento della particolarizzazione: il continuo riprendere una visuale non è tanto ossessivo e minuzioso interesse per uno studio, come dire, tecnico, che è lo studio sul tempo (dalla monetizzazione del tempo, al risparmio di tempo, alla necessità dei passatempi), non è lo studio della tecnica cinematografica, cioè quella tecnica che si è basata sulla velocità tra un fotogramma e l'altro per dare il movimento - ma sul non è ci fermiamo. Il lavorio che continua a togliere ciò che non è non lascia spazio tanto a un nucleo centrale, perché l'essere - l'essere desto, l'essere rappresentato, l'essere trascendentale - conquisterà i suoi spazi fino alla fine dei suoi giorni: il lavoro di negazione dunque non si fermerà, ma è probabile che ci fermeremo noi un tempo. Per il momento, però, l'agiografia di Grenier ci ha dato modo di continuare a studiare e quindi, alla fine, con Intersection, di considerare non tanto punti di incontro tra tempi e modi d'essere dissimili, piuttosto confini fin troppo deboli tra spazi d'azione diversi, debolezze che crediamo invece salde, tra una normatività e una resistenza che ci inducono comunque al sacrificio.

  

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