III III F



Non sono necessari preamboli di sorta per introdurre il lavoro di Ignazio Fabio Mazzola di cui ci apprestiamo a scrivere, e non sono necessari perché più volte abbiamo discusso del tipo di rapporto temporale che intercorre tra i suoi film (ad esempio in O (Italia, 2016, 1') e in / / / (Italia, 2017, 1')). In questa sede quindi ci limiteremo a dire come inizio solo che se si parla di sviluppo delle opere di un autore in chiave storiografica, si presume anche un evoluzionismo alla base, tipico per l'epoca attuale, che occlude l'opera a un destino relegato al mondo dell'esserci per la veglia, di cui l'immagine solo parzialmente ne fa parte. E sarebbe come tecnica esclusivamente, che ne farebbe parte, mentre i suoi potenziali già precedentemente esistevano e si realizzavano - in parte. Come spettatori, dunque, assumiamo III III F (Italia, 2017, 1') ad una precisa data, come critici spetta invece il compito di un sentire orizzontale. Detto questo, diventa quasi buffo pensare alla sensazione che III III F fa sperimentare, accentuata con l'ultima scena, come se si avesse appena assistito al passaggio di una meteora: è stato lì, si è disciolto presto ma l'impatto è stato forte. In questo senso, allora, l'immagine che ne è stata, quell'immagine frammentata ed edulcorata, è sì di passaggio ma non per questo è passeggera: è più un ricordo fugace di qualcosa, di quei ricordi senza immagine perché fin troppo brevi, che un breve avvertimento, un tentativo di destare qualche emozione o un nodo al fazzoletto per ricordarsi chissà che cosa. Edulcorata: il termine, considerato il tipo di immagini che ha subito l'intervento, avrebbe un che di cattolicizzante, ma soprattutto rischierebbe di far collocare il film entro una qualche matrice sociologica. La pornografia allora, edulcorata, sarebbe un modo per parlare di qualcosa, un'immagine, quella edulcorata, con uno scopo preciso. Non stiamo banalmente parlando in questo senso di concetti desueti, quanto il loro negativo, come morale, stiamo parlando più precisamente della significazione, dell'aggiungere uno scopo che il regista farebbe per tramite della propria opera. Ma se l'uso della pornografia rappresenta una precisa scelta, diciamo per così dire, forte da non poter essere esclusa, non è automaticamente vero che serve a qualcosa. Questo qualcosa sarebbe della natura dell'immagine presa come presenza, una presenza che va al di là della propria presenza, il che significa semplicemente che non ci sarebbe che un positivo dell'immagine o, ancora, che quest'immagine è fatta, cioè è utile per la cricca degli addetti ai lavori italiani. Trovarsi di fronte a quel qualcosa e parlarne, questa sarebbe probabilmente un gioco tra presenze, tra soggetti, che coprono, di fatto, il film medesimo. Ma III III F non è fatto per la discussione e dopo averlo visto rimane quell'impossibilità di parlarne che potrebbe accomunare qualcuno nella propria solitudine. Se manca lo scopo, ciò non porta nemmeno in automatico all'entrata del non senso. Il non senso, almeno qui, avrebbe un preciso terreno, che è quello del caso, cioè del senza una precisa causa, del fatto senza motivo. Il caso e lo scopo, contrapposti ma di un'unica faccia, quella dell'immagine come ri-presentazione di una presenza. L'assenza in questo caso sarebbe semplicemente ciò che non c'è, ciò che non si può vedere. Ci si chiederebbe allora cos'è ciò che non si vede, se l'immagine originale o il nero. Ma nel frangente di III III F non vi è propriamente un nascondere, un sottrarre alla visione, ma più specificatamente ancora un lavoro di questo negativo della presenza che la porta a sottrarsi a una rappresentazione che sarebbe altrimenti unicamente di presenza: non è forse questo la pornografia, un mostrare totalizzante, un vedere per un eccitare, un visibile per avvolgere l'individuo così da individualizzarlo come colui che si eccita in tal modo - e certo, molto altro ancora. Come lavoro di sottrazione sulla presenza invece, III III F porta a qualcosa che non tanto destabilizza ciò che è, ma che diviene altro da ciò che era, contrassegnando di avere semplicemente un passato. Una specie di creazione che parte da un negativo, ma non solo. Se c'è questa possibilità, ampiamente tematizzata ad esempio dai lavori di found footage di Fabio Scacchioli e Vincenzo Core, di trovare il cinema in qualunque immagine, questo non significa che ogni immagine è cinema, ma che vi è una possibilità in relazione alla comunicazione possibile tra mondo e l'immagine che c'è nel mondo. Un'immagine, questa, solo possibile e dunque non tanto irrealizzabile ma realizzabile quando nasce una relazione che non la svuoti della propria possibilità. In un certo senso c'è una specie di rimando, la cui natura è abbastanza oscura, come oscuro è il nero di III III F: non nasconde ma nemmeno funge da stacco tra le scene, significando una sospensione da - a -. L'azione di tale oscurità chiarisce l'insensibilità del cortometraggio verso uno sviluppo, uno scopo a cui non oppone che una destinazione illuminante. D'un tratto quindi, e per un breve momento, possiamo sentire un qualche tremito che ci ricorda di qualcos'altro che sta comunque al di qua della sensazione di aver assistito alla meteora, senza presunzione quindi di accedere a un al di là del mondo, ma sempre ancora qui, un qui che non è mera contingenza, ma stretta necessità del contesto specifico. Una mancanza orizzontale alla presenza che è non solo quando non è, ma anche quando si riflette sull'immagine, distorcendola. Noi, testimoni di questa mancanza, la colmeremo nevrotizzandola, ma senza per questo sotterrarla, facendo finta di nulla. 

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