The Space Shuttle Challenger



Come pervenire a un'immagine quando questa manca dalla storia? Quell'immagine che manca, probabilmente, rimane tale nel momento in cui è la sua mancanza a poter far sì che qualcosa ancora ci sia da vedere, non tanto tra le immagini, ma tra i racconti della storia, quei racconti che creano delle immagini. Immagini di due tipi, ossia quelle riprese, fotografate, mediatizzate, e quelle che si formano nella mente di chi attende che gli avvenimenti della storia si compiano, partecipandone in minima parte attraverso i commenti. Ma la storia, ci pone Cecilia Araneda in The Space Shuttle Challenger (Cile, 2017, 9'), non è fatta solo di grandi uomini. Accanto ad avvenimenti storicamente significativi quale il colpo di stato cileno del 1973, sprazzi biografici della stessa Araneda simboleggiano non tanto la correlazione di tutte le cose, ma il riuscire a vedere il proprio periodo storico. Ma andiamo con calma, perché queste immagini viste, che sono quei due tipi di immagini citati sopra, non sono il tutto visibile di The Space Shuttle Challenger. O, meglio, sono ciò che, tirando le fila della visione, ne permettono uno scorrimento lento, quasi introspettivo, ma di un'introspezione che è coscienza che mette in dubbio il proprio tempo, il proprio quando, una collocazione che, prima di essere spaziale, prima - o dopo - di essere fattuale, di creare eventi di causa-effetto, è temporale. L'immagine in questo senso si estende temporalmente, il che prima di tutto, mette in dubbio il proprio spazio. Banalmente all'inizio se vogliamo, lo spazio di visione, uno spazio che dal proprio schermo non tanto si estende nella sala di visione o, che dir si voglia, nel mondo, in una sorta di effetto farfalla, ma soprattutto uno spazio che è occupato temporalmente. In questo senso, il cortometraggio della Araneda non si scontra con gli spazi di visione classici, ma quasi possiamo dire che bypassa la questione per rilanciarla sul quando della visione: la correlazione, che non implica un rapporto di causa-effetto perché non si può stabilire quale sia la causa e quale l'effetto, ciò che viene prima e ciò che viene dopo, ma unicamente una connessione che ne esclude altre a livello statistico, sarebbe non solo e non tanto arbitraria, ma di natura soggettivizzante. Qui il soggetto formato non è, chiaramente, sparito, o espanso, ma è ciò che si impegna a vedere: si assume la visione. In questo senso, è questo tipo di visione che fa parte della questione immagine, e non l'immagine che entra nella visione del soggetto sforzandone lo sguardo. Non vi è dunque un farsi del cortometraggio che spinge verso una verità delle cose, ma queste rimangono cieche per alcuni punti, e dunque non tanto oscure o dubbie, ma velate: non si apre la possibilità di vedere maggiormente, di scoprire, bensì di vivere più intensamente il processo storico, che non è dato da ciò che x faceva in quel momento, non ha a che fare con il suo essere nel mondo meno di quanto lo sarebbe se non vivesse in quella precisa epoca storica. Il suo essere come soggetto storico produce la possibilità, se se ne assume la visione, di sentire l'azione simbolica dell'evento, il che non produce un'immagine dell'evento. L'immagine in questo senso non si trova in The Space Shuttle Challenger e, anzi, continua a mancare. La proliferazione di tutte le immagini che potenzialmente potrebbero esserci non comporta che la morte definitiva della stessa immagine, così come accadrebbe ipoteticamente con tutte le cause che hanno portato all'accadere di un evento che ucciderebbe il processo storico. La storia non appartiene alle cause, allo spazio. Quello della Andrade in The Space Shuttle Challenger non è quindi semplicemente un punto di vista in cui poter anche vedere gli eventi scelti: la connessione non appartiene al soggetto né tanto meno agli eventi stessi. Non lo è nella misura in cui sentiamo l'immagine mancare, quando i possibili persistono a livello cinematografico: non sono le immagini a essere del cinema, quelle immagini immaginate o trasmesse su vari canali, e non vi è nemmeno del cinema in quelle immagini, esse persistono cinematograficamente finché è dato persistere ai loro possibili. A livello dello spettatore o del regista, ciò che rimane in loro ha più a che fare con delle intensità che storicamente si assumono come soggetto soprattutto storico e che quindi può vedere. Non c'è dunque una liberazione dai possibili da attendere fintantoché permane il cinematografico: soggetti chiusi nella propria storia, senza la possibilità di scansarsi dal proprio tempo eppure con la possibilità di chiudere gli occhi, di non assumersene la visione. Un grido, ogni tanto, giunge, e probabilmente le intensità di The Space Shuttle Challenger non fanno che aumentarne i decibel: tra quel campo da gioco di hockey scorre il proprio quando, si sente?


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