Scolio I - L'immagine è armata


«L'umanità come tale, intesa come Tutto, non ha nemici su questo pianeta.»
(Carl Schmitt, La rivoluzione legale mondiale)

Che ne è dunque dell'immagine, se l'immagine manca? come verecondere, cioè, questa mancanza, senza comporla come un che d'opposto a una metafisica della presenza? e come, parallelamente, disporci rispetto a essa, senza denigrarla col linguaggio della teologia negativa? Il cortometraggio di Prisca, Scolio I - L'immagine è armata (Italia, 2018, 29'), radicalizza lo statuto ontologico dell'immagine, arrivando a problematizzare il posto dello spettatore nel momento stesso in cui indaga la ragione dell'immagine. Questa non è se non nello spazio della differenza, ed è come se questa differenza fosse abitabile: l'immagine, cioè, non è se non nella postura di un differimento asintotico, essa è nel suo differire continuo, differendo in prima istanza da se stessa. Un'immagine, dunque, spaccata o, meglio, un'immagine doppia, ma quindi anche tripla, quadrupla, perché il momento sintetico della dialettica, qui, risulta non pervenuto. Di Scolio I non si può così dire che abbia un'immagine o che sia un'immagine, perché ciò significherebbe postulare un'assiologia che dia la priorità al momento della ripresa o a quell'altro della proiezione; invece, l'uno e l'altro sono inscindibili, e sullo schermo si rifrange l'immagine ripresa e la ripresa dell'immagine ripresa una volta che questa viene proiettata, il che comporta, di fatto, non un'assimilazione bensì, appunto, un'immagine differente, un'immagine che proviene dalla differenza tra la ripresa e la proiezione - e sta lì, irreprensibile e impossibile da reificare. La necessità dello spettatore dice insomma la sua precarietà, la sua fondamentalmente assenza; lo spettatore, infatti, non è colui che siede di fronte, ma colui rispetto al quale l'immagine può venire a darsi in quanto differire. In termini più piani, l'immagine dello Scolio non è se non nel momento in cui viene proiettata, ma questa proiezione si rivolge quindi su se stessa, viene ripresa e ridata, restituita in una seconda proiezione, accanto alla proiezione dell'immagine così com'era stata primariamente proiettata. Dal che, due conseguenze. In primo luogo, la ripresa stessa implica la proiezione (non viceversa); in secondo luogo, la proiezione ultima, quella cui s'assiste, non sarà mai tale, e di qui il tema fondamentale - a nostro avviso - della penultimità. L'immagine è sempre penultima. Proiettando la proiezione dell'immagine ripresa non meno che, accanto ad essa e, quindi, composta con essa, l'immagine ripresa in quel dittico che in-/de-forma lo Scolio, la proiezione del cortometraggio inerisce essenzialmente la struttura, la natura stessa del cortometraggio, il quale non è mai al di là della propria proiezione ma fa di questa un suo momento costitutivo. E, comunque, sempre differente, mai reificabile. Il parallelo con Dorsky, o con altri falsi profeti della pellicola, appare urgente e lampante; se, infatti, stanno così le cose, se cioè la proiezione è momento costitutivo dell'opera in quanto inerente all'opera stessa e come differenza messa al lavoro, produttiva ed efficace, ecco che non si tratta più di conservare il momento catartico della proiezione in quanto attimo religioso, durata dell'estasi, irrepetibilità della pellicola, ma questo viene prima: non è la proiezione a implicare l'opera ma l'opera a implicare la proiezione, e allora il momento della proiezione va scelto in anticipo, va rispettato prima. È l'etica del luogo, dello spazio in cui proiettare: proiettare lì anziché qui, oppure anche là, e comunque colla percezione di una politica dello spazio che non può essere distinta da una politica dell'immagine. Che così si arma. La natura scoliaste del cortometraggio è, in questo senso, la sua vena cinematografica, la sua anima filmica: lo scolio, come nota a margine, è l'immagine, un'immagine che non si fa a margine di un'altra immagine, quasi si dovesse postulare una Ur-immagine in grado di semiotizzare e surcodificare la cascata di fotogrammi di cui l'opera si compone, ma è l'immagine in quanto tale, colta nella sua natura differenziale. L'immagine è lo scolio, uno scolio che rimanda all'immagine come differenza: differenza tra la ripresa dell'immagine e la proiezione dell'immagine ripresa, non meno - perché la differenza deve rimanere al lavoro senza produrre alcuna identità, pena lo scadere in una sintesi dialettica - che la proiezione della ripresa dell'immagine e la proiezione dell'immagine ripresa... e così via, fino all'assurdo. La portata politica di una simile considerazione dell'immagine cinematografica è palese. La proiezione, che, come abbiamo visto, è momento costitutivo dell'opera, perché non procede da essa ma la precede, porta, da una parte, a un'attività, a una prassi del vedere, a un'abitabilità dello spazio da parte dello spettatore che è, in primo luogo, azione, momento etico, essere preso come parte di una comunità tutt'altro che inconfessabile; dall'altro, l'assenza dell'immagine, la mancanza dell'immagine come momento costitutivo di una politica dello sguardo che fa tutt'uno con una politica dell'immagine, una disposizione (più che un'ordinazione) dell'immagine all'assenza. Assenza che è tale non in quanto contrapposta a una presenta ma in quanto rende assente, è l'effetto cioè del lavoro della differenza, della quale non si può dire che sia ma che si fa - e che fa (differire) l'immagine, armandola. L'immagine è armata, ma la natura scoliaste, quindi a margine di un vuoto, di un'assenza, di una differenza che non produce un centro ma è di per sé acentrica, non producendo altro che il margine, il piè di pagina a nessun testo cui fa dar nota, pretende che sia armata per una guerra ancora soltanto possibile eppure, proprio per questo, così profondamente legata all'essenza dell'immagine, del cinema, che - com'è noto - ha a che fare non col reale né con i virtuali bensì, appunto, con tutti quei possibili la cui realizzazione viene espunta dalla realizzazione che dà la realtà così com'è. Una guerra possibile, dunque. Ma anche, forse, l'ultima guerra ancora in atto.

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