Pieghe #43: Laura • Teresa



C'è qualcosa che accomuna i due cortometraggi di Tânia Dinis, Laura (Portogallo, 2017, 10') e Teresa (Mozambico, São Tomé e Príncipe, Portogallo, 2017, 5'), un qualcosa che comprende non tanto la forma ma nemmeno così immediatamente il motivo conduttore dei film, nel senso che la particolarità di entrambi forza un po' lo stesso processo cumulativo, che comunque non può essere scisso dai modi di fare cinema e da qui le varie difficoltà nel mettere insieme i due cortometraggi. La cosa non è mai facile, ma è una doverosa premessa, non fosse altro per permetterci di non banalizzare poi il discorso. Bisogna stare qui d'altro canto attenti, lo ripetiamo, perché il motivo conduttore non va scisso dal modo che è nei due cortometraggi completamento differente. D'altro canto quella sorta di dedica che spinge le immagini di entrambi i film è abbastanza forte da non poterla mettere in evidenza. Quello che ci interessa particolarmente è il suo rapporto con le immagini e qui già dobbiamo differenziare per non rischiare di produrre una teorizzazione che sia lontana dal film. In Laura l'evocazione della donna è abbastanza prepotente, nel senso che occupa la scena con la propria figura, in modo tale che questa figura non sia sostituita dalla fantasia di ognuno almeno nella forma, ma lasciando che la personalità della donna emerga dalla stessa figura e dalle parole che vengono tratte dalle fotografie, senza che queste stesse parole conducano per forza di cosa a una qualche spiegazione, ma contribuiscano non solo all'evocazione ma alla figura stessa della donna. La creazione di un'immagine va oltre quindi l'immagine stessa, venendosi a creare grazie allo spettatore stesso, il quale, nonostante l'indirizzamento delle fotografie e delle parole, non può far altro che essere guidato lui stesso nella creazione di una storia o, quantomeno, di un'idea di storia, di persona. È un cinema, quindi, fortemente evocativo, e ciò che attrae verso di esso è proprio una co-costruzione che non è necessariamente percettiva, nel senso che non tira in ballo tanto la soggettività della vista, nel senso del soggetto, colui che vede, ma piuttosto una continua interazione, una co-visione che non ha linee conduttrici ma solo spazi di conduzione. La dedica di Teresa è maggiormente evocativa, non tanto o non solo perché manca la figura della donna, questa osservazione sarebbe infatti fuorviante. In entrambi i casi, infatti, ciò che permetteva l'evocazione era il cortometraggio stesso e non è una fotografia a fare una figura o, meglio, non lo è l'immagine, il che sarà una precisazione non necessaria per molti, ma ciò significa anche che il mezzo cinematografico non è tanto colui che fa da tramite per l'evocazione ma l'evocazione stessa. Fintanto che pensiamo in termini soggettivi non potremmo mai considerarlo. Teresa in relazione a Laura mostra come la fotografia non sia la prova del tempo che passa, è semmai la prova del tempo che è, è l'imperativo del presente. La storia di Teresa porta alla storia della nostra Teresa e qui il processo co-costruttivo ritorna ancora più forte per la mancanza di quell'appiglio alla donna che credevamo ci sostenesse in Laura nelle immagini che comunque stavamo andando a produrre nella nostra storia. Ora, però, ci si dovrebbe anche porre la questione dello spazio, perché se c'è una co-costruzione del film non possiamo comunque ammettere che vi sia uno spazio vuoto da riempire a seconda di chi guarda: lo spazio in questi due casi non può essere uno spazio in parte occupato, ma è da intendere piuttosto come uno spazio che richiede altro spazio per procedere in senso spaziale e non unicamente temporale, cioè a seconda della storia generata da ognuno. Quel tempo che sempre è, significa proprio questo, che non può darsi il tempo senza trovare il proprio spazio in costruzione: senza spazio il tempo non ha da procedere. In questo senso diventa importante l'utilizzo sicuramente della fotografia in Laura, dal momento che la fotografia non è tanto il mezzo attraverso cui viene permessa l'evocazione - che è invece il film, come scrivevamo prima - ma ciò che permette uno spazio, uno spazio aggiunto, non solo lo spazio che è stato, e dunque permettendo una presentificazione, una presentificazione rivolta al futuro, al ciò che è, non riportando l'oggetto passato ad essere ciò che è stato, a ripresentarsi, ma in un'apparizione che, nel processo filmico in atto, è sempre nuova e dunque non è, non è il fantasma della sua rappresentazione. Il discorso va chiaramente diversificato in Teresa, ma non al punto di stravolgerlo completamente. Qui l'immagine è fortemente, di per sé, evocativa, e non solo, lo è tutto: l'uomo che chiama non invoca specificatamente qualcuno, ma direttamente la sua presenza materiale, il suo corpo, un corpo che il film non può in alcun modo sostenere, perché già altro corpo, non lo conterrebbe. Tuttavia, non tanto ci prova comunque o si accontenta di un'evocazione, per così dire, spirituale, ma il corpo è ritrovato attraverso quelle stesse immagini che non conoscono quel corpo, nemmeno perché lo hanno ripreso: è un'assurdità tale che in qualche modo funziona, non fosse altro che la presenza non si può sentire se non nella misura in cui è per forza di cosa co-costruita. Teresa esiste fintanto che è evocata e così il suo corpo, che non è più. Non si può dunque ripresentare questo corpo, e non c'è propria immagine che lo potrebbe contenere se non implicando altre immagini, altri suoni, altre voci e altre menti ed occhi, solo così il corpo esiste, sganciandosi da qualsivoglia ripetizione, quale potrebbe essere pensata - anche se Laura si stacca da questa teoria - da una fotografia. Diventa difficile in questo senso non riorganizzare cosa pensiamo riguardo al cinema, non solo in relazione a questi due cortometraggi di Tânia Dinis, ma partendo da questi ci si chiede quale tipo di rapporto autentico possiamo avere con il cinema se non vi è implicato uno spazio di libertà di manovra che andiamo a prenderci creando degli spazi, ma rimane una questione aperta.


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