Balta puķe



Si ritrova spesso in certo cinema un legame con le forme poetiche e nel caso di Hernán Talavera questo legame si è formato nel suo ultimo cortometraggio, Balta puķe (Lettonia/Spagna, 2017, 3'), che riprende versi di dainas, piccoli componimenti poetici o musicali lettoni tradizionali. Tra le immagini di una Lettonia presa in inverno, il collegamento con i versi non è del tutto immediato, nel senso che si ha l'impressione di essere in una continua allusione manchevole. Se da una parte il senso è chiaro, dall'altra vi è una sensazione di solitudine che l'immagine non riesce a sostenere di per sé: l'appoggio dei versi è in qualche modo necessario per non far morire un'immagine che non si alimenta se non grazie alle evocazioni poetiche. Non proprio un'immagine insufficiente, quanto piuttosto una mancanza dell'immagine, nel senso che è manchevole, insostenuta altrimenti, al di là dei versi. La morte evocata nelle dainas non si riversa nelle immagini in un'immagine di sé, ma fa partecipare della propria presenza divenendo ciò che sostiene tali immagini. Potremmo altrimenti dire che la morte in Balta puķe non è vissuta propriamente come una mancanza o una privazione, ma è esattamente ciò che può sostenere il cinema stesso che si riversa nel cortometraggio. In questo modo non ci si interroga più sulla morte in sé come evento che accade a una singola persona nel mondo e nemmeno come astrazione dal mondo, nel senso dell'al di fuori dello stesso. Ci pare invece che il cortometraggio tenti di creare o ritrovare una dimensione tale per cui il processo della morte è ciò che deve essere considerato, messo in atto, senza che questa azione vincoli lo spettatore a partecipare della morte morendo. Non si tratta in questo caso di trovare una giusta distanza tra l'immedesimazione feroce, che agisce su di sé e la messa tra parentesi contemplativa e fredda, analitica, perché facendo ciò significherebbe in qualche modo paragonare la tela bianca di proiezione con il foglio bianco dei versi, dove permane una certa distanza ritrovata nella solita dialettica soggetto-oggetto, tra chi legge e ciò che è letto: quale sarebbe allora la differenza tra cinema e poesia se il cinema è solo una traslazione della poesia in altre forme? Il concetto di multimediale in questo senso vorremmo che vada a farsi benedire, se significa l'utilizzo di più media e, insomma, la domanda diventerebbe più o meno la seguente: perché questo Balta puķe e non potermi fare io delle immagini appropriate? Tant'è che leggendo una poesia potrei pensare a delle immagini, le quali, spontaneamente, si affaccerebbero alla mia mente: è cinema? Se la risposta comprende immagini in movimento, come piace di solito scrivere, sì, se la risposta contempla un discorso sul luogo, allora ci si chiede, quale luogo per Balta puķe? La risposta non comprende un elenco dei festival, quello è già dopo: sono immagini da cinema o da altro contesto? Potenzialmente, considerati i luoghi riterritorializzati in cui si fa cinema oggi, come potrebbero esserlo le fabbriche, la domanda ci porterebbe ad andare fuori tema per una recensione. Il punto, sostanzialmente, si va a ridimensionare - ma nemmeno tanto - ritornando al cortometraggio stesso, il quale non permette tanto una riflessione politica delle immagini in questo senso, ma in un altro sì, in quanto pensiamo che una certa politica sia anche estetica. Con un'immagine che sfugge la rappresentazione dei versi, questi non sono nemmeno però limitati dalle stesse immagini. In un certo senso quindi, l'esempio delle immagini che si potrebbero produrre leggendo delle dainas è fuorviante, perché implica un certo concetto di libertà che si ritroverebbe qui a concludere una cosa del genere: ognuno può crearsi il proprio film, così facendo invece è legato nella propria fantasia e leggendo dei versi ha delle precise immagini in cui collocarli. Queste ultime però, a nostro parere, non tanto sono sfuggevoli, ma per così dire aperte, e lo sono nella misura in cui non aderiscono ai versi a livello figurativo ma, soprattutto, lo sono perché in loro c'è questa mancanza di sostenimento di per sé che abbisogna dei versi, una mancanza che lascia spazio ai versi di essere una forma poetica e non narrativa o descrittiva o documentaristica e via dicendo, lasciando cioè quella libertà evocativa loro propria. D'altro canto, non si toglie all'immagine alcunché di primario dicendo ciò, nel senso che la sua mancanza di sostenimento non riguarda, appunto, un'insufficienza, ma il suo legame con i versi. È l'immagine, quindi, a liberare la parola dalle proprie immagini pre-costruite socialmente: i limiti della scena, il suo essere davanti allo spettatore, l'immagine, insomma, non è tanto un oggetto catalizzatore di immagini, ma ciò che permette, con la propria mancanza, l'espansione della visione - in altri termini, il propagarsi dello spazio. È chiaro che il moto non possa essere univoco e la domanda torna ad essere sugli spazi di proiezione. 


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