And what is the summer saying



And what is the summer saying (India, 2018, 23') ricerca la parola visibile tra il paesaggio ai bordi di un villaggio indiano, una parola tra ciò che la popolazione può dire e ciò che è cantato intorno dall'ambiente stesso. Di natura vagamente poetica, And what is the summer saying tenta di evocare un incontro, che è quello tra l'uomo e ciò che lo abita nel proprio luogo natio, in un villaggio quindi che non ha solo da raccontare partendo dalle storie dei propri uomini ma ha anche e soprattutto qualcosa da dire lasciando semplicemente che l'incontro tra uomo e ambiente si compia. Payal Kapadia, quindi, non solo aspetta che qualcosa si palesi, ma stimola la poetica attraverso il cinema, il che non significa altro che cercare di cogliere ciò che è sotto gli occhi di tutti ma che ha solo una voce per mostrarsi. In questo cortometraggio si nota una particolarità. Da una parte, infatti, si rende evidente un tentativo di evocazione che rimanda alla natura poetica del cortometraggio, il quale palesa in qualche modo un coglimento di ciò che è invisibile per sé, ma che può mostrarsi seppur rimanendo nascosto. In questo caso quindi non è invisibile per chi guarda o, meglio, è invisibile solo per chi non ha occhi per guardare. Per chi ha la possibilità di fermarsi l'evocazione basta per uno schiarirsi che è principio per poter vedere. D'altra parte però il cortometraggio utilizza l'immagine in modo tale per cui l'evocazione rimanga sempre, per così dire, silenziata, un po' come se ci fosse una spinta di natura contraria allo scopo evocativo principale. Potremmo pensare che questa sua particolarità renda il tutto contraddittorio e oscuro, ma non è così. La forza di And what is the summer saying sta proprio in queste due spinte che si intensificano a vicenda, tanto da portare lo spettatore a entrare in un tipo di visione che rafforza la complicità della ricerca di un'atmosfera che possa essere canalizzata e ripresa in momenti particolari di raccoglimento. Una spinta evocativa di natura contraria allo scopo evocativo principale non significa altro che la presenza di un nascondimento che non tanto sottrae o riporta una mancanza che viene percepita come tale, ma si basa su un certo differimento che non conduce mai quindi al palesarsi della questione, almeno non del tutto. Una parte quindi è ciò che può essere solo evocata, ma che non riesce in alcun modo a presentificarsi. È in qualche modo l'immagine a dare questo stacco definitivo nel momento in cui sembra che riporti il racconto a ciò che può dire, ma rimane sempre dell'ordine della possibilità. Un differimento cioè che non è solamente ciò che può far sfuggire la presa della visione, nel senso che continuamente scappa al suo tentativo di inglobamento nell'inquadratura, ma anche ciò che fa in modo che il differimento non si palesi in un luogo al di là dell'immagine, il cui palesarsi sarebbe più di natura immaginativa che altro, bensì è nella stessa immagine che troviamo il differimento tale per cui non lo possiamo indicare, ma questo c'è nello stesso momento in cui non è mostrabile. L'al di là dell'immagine porterebbe And what is the summer saying a un'immagine che racchiude una visione non solo di nicchia, nel senso di chi riesce ad arrivare a un punto predefinito, ma anche di natura interpretativa e in questo senso ergendo un significato dettato da una regista che lì dov'è ne ritrova uno, il suo. Anche l'utilizzo del colore solo in alcune scene non è interpretabile se non entro una cornice che vede il colore a livello estetico, non come soggettiva bellezza, ma come senso intermediario tra ciò che lo spettatore sarebbe pronto a vedere e ciò che non riesce a realizzarsi se non palesando tale senso, rimandando invece un significato a una possibilità che non inficia la visione. Come dire non tanto che tutto è soggettivo, ma che è soggettivo secondo le possibilità del soggetto, e dunque lo è nella misura in cui non sconvolge una visione potenzialmente per tutti. Essendo queste le premesse per il cortometraggio di Payal Kapadia, capiamo come vi sia in questo tipo di cinema un qualcosa che supera un potenziale contemplativo nell'immagine a favore di una meditazione che non è mai, se si può dire, vaneggiante come lo potrebbe essere la contemplazione, ma ampiamente focalizzata nell'immagine e con questo aderente alla realtà dell'immagine che riporta. Con ciò si chiude in qualche modo l'evocazione del cortometraggio, riportandolo a una realtà che è strettamente del paesaggio, nel senso di un ambiente e di uomini che si fanno gli uni sugli altri, senza allontanarsi in favore di una virtualità - che non è quella di internet - che scolla il sé dalla propria rete di rapporti, un sé che è solo sé, immagine virtulae del proprio corpo.  


2 commenti:

  1. Totalmente fuori tema, ma, un parere su Fellini? E i film che reputi i migliori o capolavori? Grazie

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    1. [su Fellini] "Egli danza, egli danza..."

      Per quanto invece riguarda i capolavori, c'è una pagina dedicata: http://emergeredelpossibile.blogspot.it/p/capolavori.html

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