Das Gestell


È un film a doppio binario, questo di Philip Widmann, Das Gestell (Germania, 2017, 30'). Da una parte, Heidegger e il Giappone; dall'altra, il Giappone e Heidegger. Da una parte, cioè, l'incontro del filosofo tedesco con Takehito Kojima, mentre dall'altra un tentativo, piuttosto pretestuoso, di incardinare la filosofia heideggeriana nel presente giapponese, in particolar modo i suoi spazi cittadini, al fine - probabilmente, ma non è detto - di darne, del presente giapponese, una lettura per così dire particolare. E il problema, diremmo fondamentale, è che nessuna delle due parti funziona a dovere. Se la seconda, infatti, rischia di essere pretestuosa nei suoi momenti principali, la prima perde invece quella singolarità che caratterizza un incontro, il quale è dell'ordine dell'evento, col risultato che lo spettatore (noi) abbia infine la sensazione di trovarsi di fronte a un Bignami - un Bignami ben fatto, ma nient'altro che un Bignami, e nulla più. (E questo ad essere generosi, perché in realtà si potrebbe anche sospettare che Widmann abbia avuto gioco facile e, in ultima e definitiva istanza, abbia confezionato un prodotto piuttosto furbo, che mal tiene assieme un senso di sperimentazione, qui propriamente «inautentico», per usare la terminologia adatta all'occasione, con un'analisi, a tratti anche discorsiva di matrice filosofica.) Si pensi, a questo proposito, alla lettura tedesca di termini che vengono sottitolati in giapponese o, ancora, alla didascalia che non tanto il pensiero di Heidegger tradotto dal gruppo di studio viene ad essere rispetto all'immagine dei ragazzi che ballano al suono di un sassofono (il sax è integrato poi nella colonna sonora; invero loro ballano sulla musica prodotta da un computer, probabilmente - e ad occhio - un Macbook) bensì la subordinazione di questa stessa immagine alla sottotitolatura, la quale è come se surcodificasse l'immagine, rendendola una sua misera appendice. La questione si problematizza ulteriormente nel momento in cui, nel giapponese, i termini heideggeriani vengono tradotti con molteplici varianti, non essendoci un corrispettivo del tedesco. In questo senso, Widmann tenta, con una mossa che ha dell'interessante ma che, in definitiva, non ci pare essere riuscita, di tradurre il pensiero heideggeriano attraverso l'immagine. Come nel caso della nozione di «impianto» (Gestell, appunto): nel momento in cui sottolinea l'intraducibilità del termine, nonché le varianti che sono state utilizzate per renderlo in giapponese, Widmann fornisce anche una definizione, sommaria e, comunque, più che opinabile, di Gestell: e fa ciò riprendendo un tecnico che predispone su un tavolo dei microfoni. Il tecnico è sommerso dal buio, e il piano è lungo. Stacco. Bianco e nero: gru, fili elettrici, insomma macchine, e la considerazione della trasformabilità della natura. Operai che chiudono il cancello di una fabbrica. «Già noi potremmo considerare l'apparato come l'essere una macchina.» Di qui la scena di cui sopra, dove i ragazzi ballano. «Un mercato (market). Un'università, dove gli umani vengono educati secondo un target statistico per essere disponibili sul mercato subito dopo» (inquadratura dei piedi dei ragazzi che ballano). È già qui che il film non funziona, risultando, oltre che didascalico, eminentemente pretestuoso. Da una parte, infatti, si perde il rigore del pensare heideggeriano, ormai ridotto a Bignami. Dall'altra parte, invece, l'irriducibilità della realtà giapponese, nonché del presente in generale, viene come liofilizzata e semplificata, al fine di adattarla ai concetti così come vengono espressi. Questo per quanto riguarda la prima parte. La seconda, invece, è già più interessante, perché tenta di recuperare una irriducibilità di fondo tra il giapponese e il pensiero del filosofo, ma ciò viene, pressoché immediatamente, ricondotto nel presente della tecnica, che termina il cortometraggio e ne dà una lettura esemplare. «La pistola, ad esempio, necessita di un umano per sparare. Questo è il motivo per cui necessita di persuaderci ad uccidere.» La catarsi politica del film di Widmann riporta l'attenzione al fatto dimensionale della tecnologia: la tecnologia è un ambiente nel quale l'uomo si trova. Il soggetto è agito dalle atmosfere di quest'ambiente, ma il punto è che Widmann pensi ancora in termini di soggetto non solo l'essere umano ma anche l'ambiente, la tecnologia: la pistola deve persuadere, l'oggetto tecnico è denso d'intenzionalità. Ciò, naturalmente, è funzionale all'intenzione del regista, che è appunto quella di riportare alcune categorie heideggeriane all'altezza di un presente in scatola, di qui la furbizia del suo film, non meno che il suo essere, per buona parte, pretestuoso e anche scorretto. Non solo Widmann non coglie la potenza di un'immagine, che ha bisogno di sottotitolare al fine di dispiegarla come spiegazione di quanto didascalizzato nel sottotitolo, ma questa stessa immagine finisce, più o meno arrogantemente, per somatizzare una complessità che è tanto del pensare heideggeriano quanto della realtà giapponese. Il risultato è un esistenzialismo alla buona che fa dell'impianto un mito fondativo, e ciò in piena rottura colla nozione stessa di impianto non meno che con la filosofia di Heidegger, ma con la buona pace di un lavoro più adatto a girare, anche bene, per festival che ad approfondire, in maniera rigorosa, il pensiero heideggeriano, non meno che l'ontologia dell'immagine cinematografica, qui impietosamente banalizzata; insomma, con Das Gestell Philip Widmann riesce in una combo così stupefacente da risultare, sinora, ai limiti dell'immaginabile, e cioè banalizzare il cinema sperimentale attraverso il pensiero di Heidegger e, di converso, attraverso il cinema sperimentale banalizzare il pensiero di Heidegger. Un film curioso, dunque - ma nel senso, proprio, della curiosità heideggeriana.

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