17-17



Con 17-17 (Argentina, 2018, 5') Gonzalo Egurza realizza un cortometraggio che riprende la famosa scena di repressione lungo la scalinata Odessa del film La corazzata Potëmkin di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. 17-17 viene realizzato utilizzando un algoritmo digitale, che genera così il montaggio del cortometraggio in questione, il quale risulta per forza di cose abbastanza caotico. Concorrono quindi cent'anni dalla rivoluzione russa del 1917, da qui il nome del cortometraggio, ed è impossibile non pensare che è proprio in cadenze temporali come questa che solitamente vari tipi di enti istituzionali ricorrono all'espediente della celebrazione per riportare a memoria collettiva eventi specifici, considerati cardine, e il ricordo diventa così anche un pretesto per riconfermare gli stessi valori ma modernizzati. Per questo il cortometraggio di Egurza fa problema nel momento in cui utilizza un film, diventato istituzione nel momento dell'uscita e dopo, film che riporta la rivoluzione del 1905 fomentando l'ultima passata (ricordiamo che il film esce nel 1925). In questo senso non ci interessa il clima in cui uscì La corazzata Potëmkin, ovviamente, ma la celebrazione, o supposta tale, di 17-17 attraverso il film di Ėjzenštejn, sì. Effettivamente, rimandare a un centenario fa scattare da sé tutto ciò che potrebbe stare dietro la celebrazione, come appunto si diceva prima quindi, la riconferma di valori che mostrano il loro evolversi, riproponendosi e affermando l'istituzione stessa che li proclama. Non crediamo che 17-17 abbia alcuna intenzione di rivedere La corazzata Potëmkin, nel senso di riportarla in luce per riproporre una certa simbologia attualizzata. In questo senso la scomposizione e il rimescolamento tramite algoritmo digitale non bastano per parlare di qualcosa che debba emergere e che mescola la celebrazione a un qualche tipo di ermeneutica. Il problema principale è proprio questo, ossia l'utilizzo di una ricorrenza per tutto ciò che già sappiamo. La ricorrenza in sé preme a tutti i costi per essere considerata, tanto è il suo peso, quasi che l'effetto filmico non possa prescindere da essa, pena l'esistenza stessa del cortometraggio. Per questo il suo significato è quantomeno ingombrante perché si deve fare, pena, nuovamente, la perdita di essenza dell'istituzione stessa - il film, la rivoluzione russa. La casualità del montaggio sembrerebbe attenuare così il senso di dovere insito in ogni ricorrenza, perché porta a un'insignificanza del montaggio che rende insensata la ricerca di un significato. Mentre per La corazzata Potëmkin un certo tipo di montaggio era fondamentale per veicolare un certo significato che il regista voleva dare - e che gli era in parte prescritto - in 17-17 tutto questo non è presente. La casualità data dall'algoritmo o, comunque, la casualità in generale, però, non è il modo con cui, per tramite di una relazione causale, si elimina la volontà del regista, anche perché vi è una scelta a monte, del film, della scena, del risultato dell'algoritmo eccetera. Dire quindi che il gesto filmico di Egurza come regista si dissolva per questo è una banalità, il che non significa per forza che comunque ci sia solo perché, in fondo, avrebbe allora scelto qualcosa (problema estendibile ai più svariati film che sono stati elogiati anche tra queste fila e più volte criticati proprio per questo, nonostante la problematizzazione della critica). È necessario ritornare così al centenario e alla sua veicolazione: 17-17 non è un film commemorativo, ma è semmai un atto che scompagina la rivoluzione o, meglio, ciò che ne è stato di essa, andando a ricercarne il caos originario, la mossa a-strategica, il movente primario. Non possiamo parlare di rivoluzione russa fallita finché non abbiamo visto ciò che era uno dei suoi tanti pilastri esportati, ossia La corazzata Potëmkin, al di là delle sfumature critiche che vi possiamo vedere. E mentre c'era chi, già pochi anni dopo il 1917 (non parliamo dei russi, ma di chi, straniero, è riuscito a ottenere il permesso di stare in Unione Sovietica per un po' di tempo), aveva capito che la rivoluzione aveva compiuto al limite un giro di ballo, per poi arrestarsi e riproporre solo cadaveri, erti a pilastri, c'era anche chi ha continuato a crederci. Rianimare certi cadaveri, soprattutto di questo tipo, è ciò di più reazionario si possa fare, ma esplicato questo, la domanda non è ciò che ne è stato della rivoluzione (il cui cambio di rotta aveva disorientato Emma Goldman da ciò che andava a formarsi solo inizialmente, quando ancora Pëtr Alekseevič Kropotkin le diceva che era troppo presto per dichiarare il fallimento). La domanda non è nemmeno che ne resta di questa rivoluzione, come d'altronde farebbe un evento celebrativo che tenta di rendere attuale e riportare anche una differenza ma salvando l'essenza stessa, di nuovo, in un gesto reazionario, soprattutto se si inizia a parlare di essenza in un certo modo legato alla verità delle cose. Certo, non si ha la certezza di nulla e i dubbi rimangono, ma guardando 17-17 non possiamo che pensare alla caoticità come la vera rivoluzione o, meglio ancora, ciò che potrebbe animarla: non le immagini della rivoluzione ma la parvenza, almeno in questo caso, che qualcosa si possa ancora scomporre nel diktat delle immagini di -, beninteso, che non è questione di dentro e fuori l'istituzione, e nemmeno di rivoluzione, ma di ciò che sta al margine. 


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