Zuma Fest. Viaggio nella psichedelia alle porte di Milano


Strutturato in due parti, Alleanza galattica alle porte di Milano e I racconti del Parco Lambro, l'audiodocumentario di Giulia Vallicelli e Maurizio Abate, Zuma Fest. Viaggio nella psichedelia alle porte di Milano (Italia, 2017, 31') dispiega l'incandescenza politica di un'istanza culturale, non tanto per porre la domanda sulla possibilità, o meno, di una resistenza oggi ma per tastare la consistenza di una resistenza, o presunta tale, in atto, qual è appunto quella dello Zuma Fest. Questo, in breve, si presenta come un festival o, nei loro termini, una festa di musica e amore, dove la prima dovrebbe intendersi quella autoprodotta o comunque indipendente e il secondo si attesta a livello di una libertà tutto sommato ingenua. L'audiodoc, che pure sembra, almeno prima facie, interessato più al primo elemento, a scapito del secondo, rinviene invece quest'ultimo come lo sfondo il cui perenne ritrarsi dà e legittima ciò che infine confisca la scena, la musica psichedelica, la quale però non è altro che il catalizzatore di sensibilità disparate. Quali sono queste sensibilità? A voler essere sintetici e molto chiari, diremmo che sono quelle di maschi bianchi la cui età va dai venticinque ai quaranta, la cui condizione sociale evidentemente permette loro di preoccuparsi di una galassia in cui la libertà dell'amore è difesa da un patriarcato non più violento e repressivo ma affascinante e irresistibile, perché sostanzialmente mistificato. Nell'audiodoc, del resto, lo spazio riservato alle componenti femminili è ridicola nei confronti di quello occupato dai maschi di cui sopra, il che crediamo rifletta il ruolo fallico dirigenziale e maggioritario nel contesto dell'organizzazione di Zuma; del resto, ma ciò sia detto en passant, l'home page stessa di Zuma, ammiccante più che rivoluzionaria, commerciale più che libertaria, riferisce la franchigia dell'amore a un'eteronormazione che si condensa sul busto nudo e tutto sommato classico, seguendo la canonizzazione del piacere virile occidentale, di una lei. Ciò, come si è detto, resta sullo sfondo dell'audiodoc, e tuttavia non potrebbe essere diversamente: come palesare un'assenza se non mantenendola e avendone come tale, rispettandone lo statuto? Tale assenza è dell'ordine dello sfondo: bisogna concepirla, cioè, come ciò che si ritrae al fine che possa darsi ciò rispetto a cui si fa da sfondo, ovverosia Zuma, che deve in ogni caso scontare, in quanto presenza, questa sua origine, il buco o il vuoto su cui trova fondazione. Che si fonda su questo vuoto? Nella prima parte dell'audiodoc, si fonda essenzialmente un modo di vivere la musica psichedelica. Il festival, o la festa, come piace a loro definirla, è organizzata da un conguaglio di etichette indipendenti. L'alternativa, che Zuma ha la presunzione di incarnare al mercato musicale, si esprime quindi in un gesto che, riesumando l'etica di Woodstock, s'investe della sua forma, riproponendo, a livello del presente, qualcosa che pare abbia funzionato qualche decade fa. Nostalgia, o semplice sentire reazionario? Le critiche a Milano si sprecano, e pare proprio che l'esigenza di un qualcosa di diverso, di alternativo appunto, trovi in Zuma nient'altro che un epifenomeno. Ma quest'esigenza, questo punto d'incontro per tutti, il tutto galattico che ci si propone di alleare, è senz'altro aperto, dischiuso dal basso, quasi in reazione a un sistema che, quel basso, lo soffoca e cerca di gestirlo, di disciplinarlo, ma da un basso che si struttura come quel che critica. L'eteronormazione diventa allora qualcosa che non può essere messo da parte o preso per secondario. L'apertura a tutti di Zuma, infatti, non prescinde da un'organizzazione che seleziona all'ingresso, e, se questa selezione è la condizione di possibilità del concreto di Zuma, la possibilità stessa che vi sia e possa esservi una selezione di ciò che a Zuma si fa è espressione di una selezione ulteriore, ovverosia di chi è legittimato a selezionare. Di fatto, abbiamo una selezione che, per quanto tenda a essere più inclusiva possibile, non può, per definizione, che rendere esclusivo Zuma e, di conseguenza, realizzando cioè alcune possibilità anziché altre, ritagliare lo spazio e determinando in anticipo la cittadinanza di quello stesso spazio, poiché è ovvio che questa sarà garantita a coloro i quali avranno alcune o molte affinità - culturali, sociali, ma anche di gusto - con i selezionatori; d'altra parte, la legittimità della selezione viene rimandata, differita: non si rende conto di essa ma della sua buona volontà, del progetto sotteso. Ed è qui che entra in gioco la seconda parte di Zuma Fest. Viaggio nella psichedelia alle porte di MilanoI racconti del Parco Lambro. In questa si fa riferimento all'ideale che l'atto di Zuma tende a immanentizzare, e cioè Parco Lambro appunto, che viene rievocato attraverso ricordi di chi c'è stato o racconti di seconda mano. C'è un po' una mitizzazione, in questa oralità, è vero, ma essa è funzionale al pensiero interno di Zuma: non una replica né una copia di Parco Lambro, quanto semmai trovare in Parco Lambro, nel fatto che sia accaduto, l'energia per far accadere anche Zuma. La domanda che l'audiodoc fa emergere non è atta a indagare la relazione Zuma/Parco Lambro, sarebbe una banalità e, anzi, renderebbe ancora più innocuo e fuori dal tempo, o comunque non all'altezza del presente, il gesto di Zuma; semmai, ciò che è in gioco è la politicità di una situazione. Se, in effetti, Parco Lambro è stato anzitutto un avvenimento politico, lo stesso non si può dire di Zuma, per quanto i suoi organizzatori vogliano il contrario. E non è politico perché alla base c'è, come abbiamo visto, un'eteronormazione e una selezione: se Zuma è politico, allora è dell'ordine della reazione, non della rivoluzione. La fede nella musica autoprodotta non può valere da sé come atto rivoluzionario, contro il sistema capitalistico etc., specie alla base di questa fede sta un'eteronormazione e una selezione di cui non si rende conto. Lungi dal problematizzare lo statuto di Zuma o di domandare se in effetti abbia senso e sia efficace, cioè produttore di effetti, un gesto politico qual è quello proposto da Zuma, l'audiodoc di Vallicelli/Abate sembra porre in ultima istanza una questione diversa, marginale se si vuole: è possibile rimodulare diversamente quelle onde che restituiscono sempre lo stesso suono di marcia? Non cercare un'altra musica, né una sua diversa produzione. Non si tratta di una musica commerciale contrapposta a una autoprodotta, poiché l'autoproduzione è altrettanto autoreferenziale che la musica commerciale. Quando una musica cessa di essere autoreferenziale? Quando r\esiste guardando fuori di sé: ovvero, si fa a modulando diversamente quelle onde sonore che, così trasmesse, suonano una marcia imperiale e che, altrimenti rimodulate, suonano una danza tribale. Vallicelli/Abate ci sembra che facciano questo, e più che grifiano il loro lavoro risulta molto vicino a quello che Farocki fa colle immagini, di qui la forza e la preziosità del loro lavoro. In conclusione, la realtà politica di Zuma diviene realmente ed effettivamente tale solo al di là di Zuma, e cioè nella profondità che ne lateralizza la superficie reazionaria, mostrando il ritrarsi di uno sfondo sul quale si staglia, sfocandolo, Zuma: se c'è una resistenza, un che di rivoluzionario in Zuma, questa emerge solo nella rimodulazione delle frequenze di Zuma, ovverosia nel documento ormai atto che è questo audiodoc.

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