Non è una cospirazione

Wishing well



Non è il ritorno di un ricordo quello che anima Wishing well (Germania, 2018, 13'), ultimo cortometraggio di Sylvia Schedelbauer, nonostante la sovrapposizione possa lasciare intendere che alcune cose rimaste lontane ritornino in quegli stessi luoghi che vediamo ora. Sembrerebbe piuttosto che entrare proprio in quei luoghi rappresenti l'al di fuori di un'immersione, una specie di rovescio del ricordo anche, dove le immagini si scontrano tra loro per permetterne la visione. Diventerebbe difficile infatti altrimenti senza questa possibilità, o no? Già con Meer der Dünste (Germania, 2014, 15') l'impressione poteva essere quella di un potenziamento della visione proprio a partire da uno scontro forte tra immagini e occhio e le sue potenzialità, ma questo solo riscontrando fin da principio come ciò potesse avvenire grazie a un'assenza costitutiva tra le immagini, il che, lungi da essere un paradosso, evidenzia il carattere di visibilità-invisibilità delle immagini, come ciò che contempla entrambe le qualità. Stando così le cose è difficile assumere in un discorso del genere tali caratteri di visibilità-invisibilità a meri poli che non potrebbero nemmeno costituire un continuum. Tale concetto sembrerebbe infatti assumere su di sé le differenze e complessità di una vecchia concezione binomiale che vorremmo scomparsa, lasciandola intatta (da qui, i tentativi di parlare anche di borderline, che diventando terza categoria complicano i poli ma non si disfano della linea del continuum). Wishing well non raggiunge - ma non era questo lo scopo naturalmente - le complessità di Meer der Dünste ma le rinnova intimamente, il che è uno dei motivi per cui non si può parlare di una totalità di impressioni guardando il cortometraggio in questione. Se con un'impressione miriamo infatti a superare la soglia di richiamo di un'intuizione di visibilità dello spettatore, in Wishing well dalla visione rimaniamo nella soglia di un'immersione grazie alla capacità delle immagini in questione di assumersi a vortice e, nello stesso momento, di rigettarci. È come se avvenisse una sorta di protezione dell'incontro immersivo, in modo che non vi sia un'unione ma sempre un rigetto. Siamo rigettati dalle immagini così come non siamo un tutt'uno con esse: il rigetto non è infatti un rifiuto da parte dello spettatore che sente in pericolo i propri confini di soggetto, così come non è sua la capacità difensiva. Ciò non significa che i confini che delimitano il soggetto e l'immagine ci siano quotidianamente o che questi siano rinforzati in qualche modo o comunque presenti durante la visione del film. Altra cosa è invece dire che l'immersione sia solitamente uno spettacolo quotidiano: non si tratta di introiettare le immagini, come se ci fosse una cospirazione che riempia il proprio immaginario, che lo colonizzi, bensì si tratta di un incontro tra sensibilità dello sguardo, ricezione e sguardo dell'immagine. In questo senso Meer der Dünste rigettava in maniera più forte l'occhio, facendo in modo che il tutto con le immagini si spezzasse, ma la particolarità di Wishing well è forse proprio quella di rinforzare invece la soglia di visione, in modo che quel carattere intimo che è proprio della soglia emerga più prepotentemente. Non si parla in questo senso dell'intimità di uno spettatore specifico o di ciò che il regista pensa possa esserlo, perché non è nemmeno necessario che ci sia uno spettatore per fare di Wishing well un film - non c'è bisogno di due energie, quella del film e quella dello spettatore, per creare il film. L'intimità è semmai riferita sempre a quel rigetto della visione iniziale, che fa in modo che non vi sia la possibilità di un'intimità che derivi da un'introiezione-proiezione: non è il proprio che si sta cercando, bensì il rigetto stesso per poter vedere diversamente. Il diversamente non è l'estraneo della visione quotidiana, ma la possibilità che il potenziale di ogni immagine possa emergere muovendo gli elementi, il che non ci riporta tanto a una teoria del campo quanto piuttosto a un'intuizione immaginativa, a un'impressione che non è mai dello spettatore, cioè una proprietà del soggetto. Questo potenziale delle immagini non deriva quindi da una mera scombinazione delle immagini stesse, ma che il movimento si dia come ciò che non accoglie significa anche che non sono solo in gioco i nostri sguardi. Il rigetto non crea tanto una distanza che permette la riappropriazione di sé, bensì la possibilità di quella soglia che permette di guardare, anche se per poco, il rovescio: la diversificazione non è un'intuizione e nemmeno l'altro polo del continuum con la normalità, ma la capacità di una visione al di qua del quotidiano, con il cinema.



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