Non è una cospirazione

Remapping the origins



In Remapping the origins (Austria/Polonia, 2018, 42') Johannes Gierlinger si reca a Białystok, in Polonia, interrogandosi sul percorso storico che attraversa la cittadina, fatto di ribellioni e repressioni, per ritrovare o trovare l'attualità di tale percorso o la sua attualizzazione. Il film ha una piega documentaristica che però non mira tanto a scoprire la realtà, la cosiddetta realtà dei fatti, come se questa fosse la verità. Di contro, non c'è però nemmeno un tentativo di pluralizzare le visioni, come per dire che più punti di vista siano maggiormente veritieri di uno, e questo non a scapito della suddetta verità, ma proprio perché viene seguita una linea di svolgimento che si discosta da un certo tipo di film-documentario. Ma su questa abilità di fare il documentario in maniera del tutto critica, nel senso non solo quindi di particolare ma particolarizzante per ogni tipo di luogo o clima di realtà, Gierlinger non si è mai smentito, basti pensare a opere precedenti come Die Ordnung der Träume (Austria, 2017, 30') o A subsequent fulfilment of a pre-historic wish (Austria, 2015, 9'). Lo scopo di Remapping the origins non è limitativo a un genere cinematografico e, anzi, possiamo dire che abbraccia invece il cinema come ricerca di un'immagine. Ma che tipo di immagine oppure, ugualmente, perché l'immagine? A che pro? Sembrerebbe che a questo interrogativo sia presto risposto: l'immagine della rivoluzione. Lungi dal far emergere però qualche tipo di simbolismo, Gierlinger si addentra nelle battaglie del secolo scorso che hanno fatto della cittadina, al di là di qualche singolo personaggio, un autentico campo pullulante di scontri. Se il territorio ricorda la propria storia attraverso certi tipi di immagini, come quelle date dai monumenti o quelle che vengono rievocate negli spettacoli teatrali, nello stesso momento la questione nel tempo presente si fa meno presente, nel senso che è difficile rappresentarne le forme. Non si parla soltanto di figure e simboli, che non mancano, anche se forse più come simulacri, bensì di luoghi. Manca infatti uno spazio di ritrovo per le forze sovversive della cittadina, ma soprattutto manca l'atto di riappropriazione di questi spazi. Da qui, la riflessione sull'immagine. Se un'immagine passata può rievocare un significato in quanto rinvia a ciò che è stato, a ciò per cui si è lottato, garantendone una rappresentazione che rimanga viva nella mente delle persone, come si fa quando questa rappresentazione perde di forza, o non basta, nel presente? Ebbene, lungi dall'essere un discorso reazionario sul voler rinvenire vecchi ardori, Gierlinger guarda appunto al di là di tale rappresentazione. C'è la morte nei musei, si sente dire ad un certo punto. E così, in questo senso, le ribellioni passate oggi non riescono ad avere una propria concretezza se non sotto l'aspetto della morte - non la morte di chi è stato ucciso, nel senso quindi del non-esserci. A cosa quindi l'immagine oggi se le immagini odierne sono solo un fantasma di rappresentazioni passate e presentificate? La storia è importante, il pensiero critico pure, si sente dire, ancora, nel film. Ma la storia, il pensiero critico, non passano tanto in una rappresentazione capace di smuovere cadaveri, in un ballo tra fantasmi della loro propria storia. Sta in questa negazione probabilmente la forza di Remapping the origins. Mentre la storia viene rievocata si forma pian piano una mancanza dell'immagine che non opera come assenza, ma come forza che lavora l'immagine, disfandola. È attraverso questo disfarsi che avviene qualcosa che può danzare verso una forma di ribellione in qualche modo autentica. Non si tratta quindi di ritrovare una nuova immagine, come se le forze di ribellione si dovessero scontrare con qualcosa di solido, concreto, una specie di Saturno che si mangerà tutti, ma di cui abbiamo ben presente il nome, esso è nostro nemico. Certo, la mancanza di un luogo è sentita come una perdita immensa, un attacco alla propria forza, qualcosa che fa perdere potenza ai propri attacchi. Nello stesso momento però l'occupazione principale diventa allora quella dei propri corpi. Quando leggiamo che il punk non è morto in una maglietta o ascoltiamo il viaggio di un nipote i cui nonni sono scappati all'olocausto, immediatamente, in Remapping the origins, glissiamo l'immagine: nei volti di chi ricorda o si rappresenta la storia, nelle rappresentazioni storicizzate, non rimane che il cadavere delle immagini. Ma da qui o, meglio, al di qua delle immagini, tra le rovine delle stesse, troviamo i vermi, i quali, lungi dal rianimare il cadavere, se ne disfano. Da qui, e solo da questo disfarsi, Remapping the origins trova la propria immagine, un'immagine che manca di consistenza, mancando così di morte, ma viva lavora il negativo della forza - è la resistenza senza volto, che trapassa la storia. 


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