Pieghe #42: la trasformazione come elemento che cambia statuto in Dawn George



C'è un'evoluzione interessante nella filmografia di Dawn George o, meglio, la sua cinematografia, nel senso di quella divisione che la regista stessa attua per differenziare il video dall'istallazione al "super 8 fun". Quanto meno è un'evoluzione che crea un problema, nella misura in cui lo strumento della ripresa è via via mezzo attraverso il quale esprimere una trasformazione e ciò su cui per il mezzo c'è la trasformazione. In breve, il passaggio da Life on the inside (Canada, 2009, 1') a See weeds (Canada, 2017, 3') è formativo, nel senso della formazione sperimentale di produzione prima di concetti e poi di forma, la quale è generata e genera l'immagine stessa. Più semplicemente ancora, l'educazione si va via sfumando, lasciando lo spazio a un'informazione di forma. Life on the inside narra di una strana trasformazione, inserita in un contesto dove diventa gioco e quindi perde il suo carattere terrificante o dello strambo, dove lo strambo è la materia prima per portare a un livello di realtà accettabile ciò che altrimenti si allontanerebbe nel regno della fantasia. In questo senso diventa quindi il carattere estraniante ciò che permette di vedere maggiormente reale ciò che nella realtà di solito viene rifiutato. La perdita di ciò fa sì che la narrazione sia il supporto per alludere allo strambo che l'immagine perde. Con Negative nature (Canada, 2014, 6'), invece, la trasformazione avviene più con la sperimentazione del negativo e dunque sulla capacità dell'occhio della macchina di poter mostrare qualcosa, tolto o facendo a meno, di aderire alla visione normale dell'uomo. Certo è che la cosa, messa così, perde di forza nella misura in cui il mezzo è preso quindi come tecnica che ha un certo fine e dunque al di là delle lacerazioni oltre i limiti meccanici, ma anche meccanicistici. In questo senso, allora, il time-lapse è usato più in accordo all'immagine e non propriamente per differire, sforzando il tempo. Per quanto riguarda la musica, sembra che conceda un significato che suoni, nel senso che infonde la sua capacità di raccontare attraverso il suono. Così facendo armonizza lo scorrere delle immagini, dando quel di più non proprio dell'immagine, ma che non diventa mai il di più oltre l'immagine. Probabilmente è con Ants on a log (Canada, 2015, 3') che Dawn George tenta di sfondare la pellicola con una rappresentazione assentizzata, cioè resa assente da una narrazione manchevole: la presenza del formicaio non dichiara la propria storia allo spettatore, che invece la deduce al di fuori del cinema, cioè con quell'aggiunta di significato che si fa fuori la visione stessa. Il fatto è che si crea in Ants on a log una specie di buco creato sfregiando il pieno dell'immagine, che ora non basta più, a differenza di Life on the inside e Negative nature. Dire che un pieno non basta, che ci sia un'insufficienza in ciò che viene riempito può sembrare contraddittorio, ma è proprio perché l'immagine nasce attraverso il vuoto che il pieno non può bastare, cioè non può soddisfare l'occhio, il quale viene respinto da tale pieno. Chiaramente, essere respinti non significa che l'occhio non ne venga catturato o che non possa formarsi su questo pieno dell'immagine: l'immagine televisiva, che riempie l'occhio e la mente, è performativa della visione, ma continuamente respinge lo spettatore al suo posto di secondo soggetto, od oggetto con l'oggetto-televisione, in modo da creare continuamente un contatto, un incontro tra solitudini, senza che queste sfumino i loro confini, pur in un relazione. Scoprire che vi sia un vuoto, che nell'immagine non più piena ci possa essere la creazione di una liberazione dello sguardo, in questo caso da una narratività che è costruita prima o dopo ma che non si fa sull'immagine, è forse l'utilizzo più interessante che la George abbia fatto per svoltare nella sua cinematografia. Con See weeds la strada tentata, l'ulteriore curva, viene fatta sulla trasformazione attraverso il mezzo della pellicola. La divisione a tre dello schermo rappresenta le tre sperimentazioni su pellicola che si fanno su tre tipi di erbe spontanee. In questo caso quindi c'è una parziale ri-armonizzazione rappresentativa, in quanto le cose si fanno esattamente al proprio posto, riempiendo lo stacco, la dislocazione della continuità temporale, della storia senza storia, che comunque è presente come l'atto su cui si gioca il film. Il contenuto infatti è ben presentato e presente, anche se gli manca quel carattere testuale che poteva avere in Negative nature, dove veniva a crearsi una sorta di visione spettacolarizzante di ciò che veniva presentato. Per meglio dire, in See weeds attraverso il mezzo la forma implica il suo contenuto, esercitando l'immagine a formarsi grazie al contenuto, le erbe spontanee, e nel suo farsi l'immagine che ne deriva è sì, di natura sperimentale, ma anche mantiene una sorta di educatività all'immagine. See weeds non è per questo assolutamente mero esercizio di stile e, infatti, tenta l'assenza nell'immagine attraverso la quale riproporre, o comunque considerare, quel vuoto su cui poggia la realtà stessa o l'immagine stessa. La trasformazione quindi passa negli anni a essere da contenuto con una propria informazione a mezzo attraverso il quale la formazione si fa e, facendosi, permettere all'immagine di performarsi.


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