Non è una cospirazione

Gare Paris-Saint-Lazare, 10 avril 2017, 12h03-12h07



Insieme a L'inter-code (Francia, 2017, 10') abbiamo potuto visionare anche un altro cortometraggio di Pablo-Martín Córdoba dello stesso anno, ossia Gare Paris-Saint-Lazare, 10 avril 2017, 12h03-12h07 (Francia, 2017, 4'). Qui, le persone lasciano una propria impronta o, meglio, la propria figura, nell'atto stesso del camminare, indifferentemente: il tempo blocca la passeggiata, mostrandosi agente di stampo che evidenzia il passaggio, materializzandolo. Curiosa diviene quindi l'azione del tempo stesso, non semplice divenire a-materiale, ma ciò che tale azione, questa sorta di temporalizzazione, fa permettere alla macchina da presa di non lasciar passare, ma di fermare, in un certo punto, il passaggio dell'uomo. Ciò che ne consegue è una scia di stampi dei corpi e non dei corpi stessi, perché questi ultimi sono altro dalla loro fisicità. L'estrapolazione del tempo dai corpi, fare a meno dell'utilità di tale caratteristica, fa sì che tali corpi non siano in realtà visti meglio, al contrario di quanto potrebbe avvenire in una fotografia, bensì si confondono con gli altri, ognuno tra gli altri, e ciò che ne consegue è una scia che pian piano diventa un mucchio indistinto di fisicità senza capo né coda. Probabilmente, è questo carattere a fuorviare le considerazioni sull'atto tecnico di Gare Paris-Saint-Lazare, 10 avril 2017, 12h03-12h07, perché sembrerebbe che il discorso si rifaccia su un lato prettamente sociale. Come le scie chimiche manifestano dall'alto a tutti coloro che alzano lo sguardo varie forme di cospirazione per il controllo umano, la possibilità di mostrare le tracce lasciate dai corpi durante i loro passaggi fa sì che si possano rendere visibili altri tipi di complotto sulla reclusione volontaria di soggetti liberi in strutture grigie: il tipo di visuale che si ha con l'inquadratura del cortometraggio accentua il carattere di critica che potrebbe scaturire dalle immagini. Tuttavia, l'atto tecnico rivela un gesto di immanentizzazione della scena e nessuna teoria potrebbe essere calata in quanto portatrice di un'autorialità abbastanza forte. Vari sono stati gli esperimenti nel cinema in questo senso, ma se non facciamo fatica a pensare che ci sono registi che potrebbero trovare nel cinema un motivo di porre socialmente le immagini per fare del film un testo di critica contemporanea, dando una precisa visione con gli elementi e l'etica tipica di un post-modernismo labile e facile, difficilmente possiamo pensare lo stesso in questo caso. La cosa si esplica facilmente: non abbiamo bisogno delle scie chimiche per parlare di complotto. In questo senso ciò che si vede rimanderebbe a una cospirazione di cui l'Istituzione ne fa parte come vuoto significante. L'uso del maiuscolo è indicativo di una certa generalizzazione infondata ma che tutti capiamo, in linea di massima - appunto. Le scie chimiche non sono necessarie come non è necessario mostrare l'interno di una società di servizi per parlare dell'alienazione quotidiana: si ha nel primo caso come nell'altro la necessità di un rimando a qualcosa di trascendente e mal definito che porta l'immagine - sulla scia non ci pronunciamo - a essere non tanto pretestuosa ma anch'essa un significante vuoto, il quale rimanda a un altro significante vuoto - l'Istituzione. Ora, non è questa la sede per dilungarci oltre, ma Gare Paris-Saint-Lazare, 10 avril 2017, 12h03-12h07 ci sembra portare a tutt'altra considerazione finale: l'atto temporale è l'atto per cui il corpo si fa nello spazio che continua a occupare, il corpo stesso, e a trapassare, l'edificio. I due spazi sono però momenti, che formano l'ambiente stesso. Radicale o meno, la tecnica mostra quindi quel di più della realtà: l'immagine non è allora la constatazione dei movimenti che ogni giorno avvengono nell'edificio, la scia di ognuno che viene lasciata nell'ambiente, non è la possibilità di rimandare a un vuoto significante, non è la pretesa di mostrare ciò che sta dietro alla realtà di tutti i giorni. Non siamo nemmeno vicini a parlare, di contro, di un significante pieno. L'immagine non riporta infatti null'altro che non se stessa nella misura in cui fa parte della realtà medesima: quel di più dell'atto temporale attraverso l'immagine è la possibilità dei ciechi di vedere, non la visione stessa delle cose, cioè un certo contenuto che rimanda alla possibilità del significante di esistere al di là di ciò che contiene. Tale possibilità si concretizza in un nuovo ambiente, dove le relazioni sono visibili.


Nessun commento:

Posta un commento