Film-Film (series)

C'è comunque un panico dell'immagine, e questo panico è come una fonte - inesauribile. L'immagine è come se nascesse da sa stessa, per timore di se stessa. Non è che essa sia per non essa più, ma, se è, è sottratta al possibile e, conseguentemente, è per invocare quell'ulteriore, quel là che non è qui che la costituisce in quanto tale, e cioè come differenza, più ancora che mancanza: differenza da ciò che è. Una differenza generativa, in sintesi: l'immagine è questa differenza generativa. Per questo sarebbe piuttosto difficile catalogare all'interno del metacinema la serie Film-Film di Keitaro Oshima, perché ciò significherebbe far retroagire l'immagine su se stessa, come se riflettesse su se stessa dopo di sé, implicando così che essa possa anche non farlo e che anzi quando lo fa ne deriva un movimento singolare; invece, questo movimento è il movimento proprio dell'immagine, quasi che non potesse far altro - e in effetti non fa altro: che fa l'immagine? l'immagine è già dopo di sé, invoca quel dopo essendo, riflettendo su di sé, riguardandosi. La serialità di Film-Film deve allora essere presa seriamente, poiché ne è la necessità: la serie implica la differenza, va da una parte all'altra, senza dire quale sia la direzione prediletta ma ponendole entrambe; le direzioni sono differenti tra esse, ma questa differenza è generativa e, anzi, esse ne derivano, sono in quanto parti di una serie. La serie è la differenza, e quel che dice Film-Film è che non si può pensare Film-Film #03 - reversal- (Giappone, 2007, 10') se non in relazione a Film-Film (Giappone, 2002, 3') o a Film-Film #04 -ROLL- (Giappone, 2006, 4'), come differente cioè da Film-Film #04 -ROLL- o, ed è lo stesso, differito a esso. Come una frase che viene spiegata da un'altra frase, che a sua volta trova la propria spiegazione in un'altra frase ancora. Ma, appunto, il termine medio, ciò che c'è tra la prima frase e quella che la spiega, manca in una e nell'altra, e questa mancanza è l'immagine in quanto tale, la differenza che orienta i differenti, la massa di possibile da cui vengono sottratti i fotogrammi e i neri tra essi. Non si tratta, quindi, di pensare al termine medio, di trovarlo. Poiché se ne avrebbe comunque un altro, in un regresso a infinito il cui unico splendore è quello di non rendere conto d'altro che sia impossibile trovarlo, un termine medio assoluto, la differenza generativa, ovverosia l'origine. L'origine, la differenza, permane - ma permane come traccia, come ciò che è già trascorso ed è stato in quanto c'è l'immagine sottratta a quest'altra immagine. L'origine, cioè, è in quanto non è più, in quanto ha (già) dato origine e, quindi, s'è tolto come origine; contemporaneamente, ciò che ha originato non può che portare il peso di questa mancanza, ed è appunto nella differenza primordiale e, comunque, in una mancanza che non è possibile sopperire, che si dà l'immagine dei singoli corti. Ma questo, sia chiaro, non si ferma a livello seriale, anzi vale anche per ogni singolo cortometraggio. Ad esempio, in Film-Film #02 (Giappone, 2004, 5'), la sovrapposizione fa splendere la differenza tra le immagini che entrano in contatto: il frame dell'uno si differenza allorché entra in contatto con l'altro, e ciò che ne risulta, l'immagine di due frame in contatto, è la loro differenza, la quale viene prima di essi, dandoli come tali, cioè come differenti. In maniera simile, in Film-Film #04 -ROLL-, che lo stesso Oshima definisce come «the movie which extracted the material feature which a film has»: anche qui, non si tratta mai di un'immagine, di un film, ma almeno di un doppio, due film, due fotogrammi, che s'intersecano, s'incontrano, s'incrociano, e la ripetizione di questi incroci, di questi incontri puramente stocastici genera un'immagine che non si risolve, che non può risolversi: che semplicemente manca e non fa che mancare. Ma che dà, come differenza che pone i differenti, l'incontro. L'incontro viene in questo senso prima dei termini che s'incontrano, l'incrocio è già lì, e ciò che si interseca s'interseca per essere o, ed è lo stesso, esiste per attualizzare quell'intersezione. La quale, a sua volta, non è mai definitiva ma deve essere ripetuta, ancora e ancora. Solo allora, infatti, la ripetizione discrimina ciò che ripete da ciò che viene ripetuto, poiché altrimenti si parlerebbe d'identità piuttosto che di ripetizione, e, in un secondo, terzo piano, rievoca quella differenza che, appunto, sta prima della ripetizione e la genera, che la ripetizione presuppone. Così, non è tanto volta a rievocare l'origine, l'operazione di Oshima; piuttosto, e dato che l'origine è persa, è la differenza e la differenza non è ma si fa e, quindi, non può che prodursi in primo luogo come differenza da sé, l'immagine filmica è nella sua mancanza essenziale: la differenza si differisce e differendosi è l'immagine filmica, che però non risolve la differenza. L'immagine produce differenza, è appunto la differenza messa all'opera. Per questo non si dà, manca. Non è che si sottragga allo sguardo, è che lo sguardo stesso ne è prodotto in quanto differente. Questo a livello filmico. A livello seriale, idem. Il film non può concepirsi se non all'interno di una serie. La differenza è all'opera tanto a livello dell'immagine del film quando a livello del film in quanto tutte le sue immagini, che non risolvono l'immagine, che non si danno e non possono darsi in un'immagine unitaria, sintetica di tutte. Ma che il film metta all'opera la differenza, che non faccia che differire, oltre ad attestare la potenza del cinema quale macchina, significa anche che il film non può essere e non è mai al passato: la sua immagine differisce ma, differendo, l'immagine produce differenza. Da cosa? Da ciò che invoca ponendosi, quell'ulteriore da cui si differenzia e che dà: lo sguardo, ma non solo. L'immagine, sottraendosi al possibile e realizzandosi, si realizza come differente dal possibile, ma questa differenza ne fa una possibilità per un fascio di realizzazioni infinite. L'immagine è sempre rivolta al futuro. Essa non cerca l'origine, perciò è folle parlare di metacinema. In ciò sta la produttività dell'immagine, il suo fuoco ma anche la sua dignità: una dignità che ha un peso specifico, e se c'è un'estetica dell'immagine questa non può prescindere da una sua politica, che quell'estetica comporta e rispetto alla quale - quindi dopo - può essere e ha senso d'essere.

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