Non è una cospirazione

Fictitious force


Fictitious force (Germania, 2015, 15'), cortometraggio del tedesco Philip Widmann, sembrerebbe voler dire, sommariamente almeno, che non si possono condividere le esperienze con altri. La cosa è parecchio complicata. Nel mondo europeo e statunitense, ma con punti più o meno spiccati anche in altre parti del mondo, questa affermazione va a dir poco controcorrente: mentre da una parte c'è un mercato che si basa sulla condivisione attraverso i media (ad esempio tramite gli influencer, forma più evoluta dei blogger), dall'altra parte la condivisione delle esperienze con i propri compagni di vita è ciò che ci porta a considerare l'altro più vicino a noi a seconda dell'intensità e del numero delle esperienze fatte insieme. In questo senso quindi, parlare dell'impossibilità della condivisione sembrerebbe avere più a che fare con delle elucubrazioni distanti dal nostro quotidiano che è ciò che, in fin dei conti, sembrerebbe valere come dato di realtà più reale rispetto ad altre teorizzazioni, considerazioni, tra cui questa stessa di Widmann. In Fictitious force ci sono varie esperienze collettive di aggregazione sociale che potremmo definire festose, ma c'è anche una camminata solitaria tra la gente, dove questa sorta di personaggio non caratterizzato sfila mentre è guardato ma non toccato e senza guardare gli altri. E tuttavia qui, in Fictitious force, non c'è in gioco nemmeno un discorso di solitudine. È in effetti con una certa distanza dalle elucubrazioni di cui si parlava prima che il cortometraggio in questione di dispiega e ciò non tanto e non solo per una sua forma differente, quanto piuttosto per un tentativo, costante, di sorpassare, di svincolare il personaggio stesso o, meglio, i suoi rapporti, i quali in fondo sono la stessa cosa. Mentre la solitudine si dipana molto spesso in un soggetto, in Fictitious force il soggetto, o il personaggio per l'appunto, è già un non-caratterizzato, ma non per una sua mancanza o perdita, ma grazie allo stesso tentativo di svincolo dei rapporti. Insomma, è come se questi fossero presi di lato, non per vederli sotto vari aspetti diversi, sotto i differenti punti che partono da una medesima visione, ma per vederne altro da loro stessi, per percorrerne il perimetro senza distanziarsene. L'impossibilità della condivisione diviene a questo punto problematica, perché non si contempla più in un panorama in cui i rapporti sono ben strutturati o quanto meno di cui non viene minacciata la propria effettività, cioè come produttori di effetti a tutto tondo. Se ci si può aspettare infatti che i rapporti possano portare a causalità che, seppur non lineari, non sono in qualche modo messe in discussione, in Fictitious force tutto ciò non è automaticamente vero, perché sussiste questa impossibilità di condivisione che rimette in questione la condivisione e dunque i rapporti. In questo senso però non è data nemmeno per scontata l'incomunicabilità e questo crediamo possa essere evidente proprio a partire dal cortometraggio. Ciò non significa che, di contro, lo scopo comunicativo sia evidente o che comunque sia presente, nonostante l'esternalizzazione potrebbe dare per scontato questo processo. Ma è anche vero che il mondo è pieno di esternalizzazioni di disagio che non raggiungono una soglia di comunicabilità, ma la cui evidenza viene relegata a una circoscritta simbolizzazione che mostra solo ciò che chi ha di fronte l'esternalizzazione riesce effettivamente a vedere. In parole povere, Fictitious force non comunica un bel nulla in questo senso lo stesso, ma il punto è dissociare la condivisione dalla comunicazione o l'esteriorizzazione, cioè l'aver prodotto qualcosa, un film, con la condivisione. Philip Widmann in tutto ciò ci pare mostrare in questo senso il non automatismo della condivisione. Il non automatismo non significa però che la condivisione nasca da una volontà individuale o da una forzatura esterna, più simile a un'imposizione autoriale/autoritaria/del soggetto e su questo punto il cortometraggio è oltremodo esplicito. L'interessante, semmai, è che tutto ciò venga preso in parte come già avvenuto (non c'è una reazione scatenante questa condizione, la vediamo già all'opera) e in parte come ciò che avviene, senza che ci sia un'autorialità, un soggetto, che lo emani. È un dato di fatto, come lo era la condivisione nella quotidianità di cui abbiamo parlato sopra. La differenza sta quindi in un diverso ambiente, in cui il soggetto o i rapporti non esistono in quanto tali, ma vi è solo quell'atmosfera, la non condivisione o la permeabilità di tutte le cose. 


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