Disco Beast


Un unicorno resuscita nel cesso di uno Starbucks, o forse ne viene teletrasportato da un altro spazio-tempo, o forse, ancora, niente di tutto questo accade e, anzi, l'accadere stesso è la ripetizione di una ripetizione continuamente differita ma mai differente. È l'enigma dell'omogeneità, quello che dunque si presenta nel video di Jonathan Monaghan, Disco Beast (USA, 2016, ∞); in esso, semplicemente, la differenza scompare, tutto viene livellato, appiattito, e la vita stessa o l'esistenza dell'unicorno per niente si danno se non che per far circolare la ripetizione, per ripetersi non in quanto individualità ma già da se stesso come ingranaggio di una ripetizione ulteriore, di cui al massimo non si può essere che il catalizzatore. Del resto, nulla si muove, nell'asettico paesaggio che attraversa l'unicorno, ma il fatto stesso che non vi sia movimento non implica necessariamente un'assenza di tempo; il tempo, invece, c'è, ed è la ripetizione infinita degli istanti, la differenza tra i quali non permette altro che la ripetizione degli stessi. Così, l'unicorno è come inceppato, intrappolato dentro a questo loop infinito, ma non si potrebbe nemmeno dire che sarebbe potuto essere diversamente: l'unicorno è lì in quanto parte integrante di una ripetizione che non fa che ripetere per ripetersi. È una standardizzazione del tempo assoluta, quella che allora perviene all'esperienza dello spettatore: il tempo, messo al lavoro, non fa che ripetersi in quanto fluire incessante, continuo e indifferente, e ciò nella misura in cui esso viene propriamente messo al lavoro da ciò, piuttosto che fungere da condizione del lavoro: è il turbo-capitalismo, nel quale l'unicorno si risveglia - diciamo così - nel cesso di uno Starbucks, dopodiché prende il volo grazie a dei motori Alitalia e s'interfaccia con la realtà virtuale della Samsung, che gli succhia via l'energia arcobaleno dal corno; allora, l'unicorno è come se fosse morto, un ufo arriva e lo riporta nel cesso della Starbucks, dove resuscita, e via così, all'infinito, senza soluzione di continuità: ecco il nuovo spirito del capitalismo... del resto, non è la vita, almeno nei termini dell'opera, a creare il tempo, e anzi forse a rigore una vita nemmeno esiste: la tecnologia Samsung è ciò che era il padrone nel primo stadio del capitalismo, quel padrone ben esemplificato dalla figura del conte Dracula, il quale sta su un castello, non lavora (dorme di giorno) e la notte si sveglia per succhiare il sangue (leggi: la forza lavoro) da braccianti e contadini; ora, in epoca di turbocapitalismo, è una macchina, una tecnologia che opera in questi termini - ed essa opera nell'immanenza assoluta di una virtualità che si attualizza nell'atto stesso di prelevare energia, operando non più sui corpi ma sulla vita medesima, la quale non è se non effettuazione di questo gesto che non ha nulla di eclatante. Il livellamento si gioca tutto a livello biologico, dunque: e allora tanto fa una persona che, appunto, un unicorno. Il turbo-capitalismo, ma meglio sarebbe parlare di neoliberalismo, è ciò che propriamente livella. La sparizione della singolarità, dell'evento è implicita nel processo neoliberale, tanto a livello di spazio che di tempo. Il tempo, come abbiamo visto, non esiste se non come ripetizione assoluta, mentre invece lo spazio è il deserto: ma non un deserto tale e quale, bensì un deserto denso di marchi, uno spazio riempito di vuoto, dal caffè Starbucks ad altri asettici luoghi, che sono il niente, ma un niente all'opera, attuale. La discrepanza tra il luogo - Starbucks - e l'unicorno è quindi del tutto superficiale, apparente: in realtà, l'unicorno non è nulla di più che una vita livellata, esso vale come dato biologico. e biologicamente l'unicorno non è nulla di più che un cane, un dio o un essere umano; parallelamente, il dato ambientale, così anonimo nel suo presentare, di continuo, immagini di sé, marchi etc., è nel vuoto che manifesta, nella mancanza di qualsiasi eccezione: è il vuoto delle boutique, dei centri commerciali, ma anche il vuoto delle nostre case ammobiliate da Ikea, dei nostri corpi vestiti da Diesel o Disegual. Jonathan Monaghan, con questo cortometraggio, si potrebbe così dire che faccia un'opera iperrealista nel senso documentaristico del termine; un iperrealismo che non è fantascienza, né distopia psichedelica; piuttosto, brillante ritratto di una realtà che non viene colta nella sua realizzazione ma nelle possibilità inoperose che giacciono in riserva ad essa: non la realtà così com'è, ma la possibilità rispetto alla quale la realtà è tale, cioè realizzazione, e di qui la sua grandezza, il suo gesto rigorosamente cinematografico, quell'immagine che non appartiene né all'opera di saggistica né a quella giornalistica. Che fa Monaghan? Egli produce un'immagine della realtà che non abbia realtà, che ne sia, per così dire, il corrispettivo aleatorio, l'emozione che, di questa realtà, si può avere, la vibrazione che, vibrando, altro non genera che questo loop infinito in cui siamo tutti, ineluttabilmente e in maniera più o meno assopita, coinvolti: l'immagine, cioè, di ciò che viviamo al di là di ciò che viviamo, ovvero la sua condizione di possibilità, l'atmosfera.

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