Pratiche della visione #13: Il silenzio dell'istituzione. La Mostra del cinema di Pesaro e l'altra necessità di un fuoco



«Il riflesso religioso del mondo reale può scomparire, in genere,
solo quando i rapporti della vita pratica quotidiana presentino ogni giorno all'uomo 
relazioni limpidamente razionali col proprio simile e con la natura.»
(Karl Marx, Il capitale)

In data 20 aprile, scrivo al sindaco di Pesaro e all'assessore alla cultura, che a Pesaro però si definisce assessore alla vivacità e alla bellezza, o qualcosa del genere, la seguente mail.

Gentile sindaco,
gentile assessore alla cultura e alla vivacità,

mi chiamo Francesco Cazzin e mi dispiace disturbarvi nuovamente. Vi avevo scritto tempo addietro, in merito all'ultima edizione della Mostra, e a questo riguardo torno a parlarvi, pur consapevole che, come allora, non avrò una vostra risposta. La situazione è tuttavia diversa: non parlo più come spettatore della Mostra ma come studente di filosofia dell'università di Padova che, a causa dell'ostruzionismo della Mostra, si trova nell'impossibilità di compiere gli studi per  la propria tesi di laurea magistrale.

Sto lavorando, da mesi, a una tesi sulle politiche del cinema sperimentale in Italia, in merito alla quale ho chiesto la disponibilità del professor Giampieretti, docente di diritto dello spettacolo. Le realtà che sto studiando, in merito, sono Venezia, Torino e Pesaro, e vi riporto la mia esperienza circa quest'ultima per motivi che spero risulteranno chiari in seguito. Sottolineo sin da subito che la Mostra è partecipata dal comune di Pesaro, per cui credo che anche voi dobbiate rendere conto delle scelte operate dalla Mostra, o quantomeno esserne a conoscenza.

A dicembre (in data 6 dicembre), ho chiesto che mi venissero forniti dei documenti della Mostra. Cose come statuti, bilanci consultivi e via dicendo. Mi sono rivolto, a questo riguardo, a Della Chiara, quindi alla Bressanelli, essendo che Della Chiara, cioè la sua segretaria, perché Della Chiara risulta inarrivabile e incontattabile, mi ha detto che io dovessi fare formale richiesta alla Bressanelli, legale della Mostra. Per mesi non ho ricevuto alcuna risposta.

Fatta la richiesta alla Bressanelli, questa mi dice, dopo diversi solleciti, che devo farla a Della Chiara, il quale a sua volta sostiene che io debba fornire una documentazione "ufficiale" che attesti la mia ricerca, firmata dal mio relatore; la richiesta, quindi, viene rinnovata, questa volta non da me ma dal professor Giampieretti. Siamo al 29 gennaio.

Nonostante la formale richiesta del professor Giampieretti, per mesi né io né il professore otteniamo risposta. Abbiamo inviato diverse mail, fatto telefonate e via dicendo: ogni volta era un rimpallo dalla Bressanelli a(lla segretaria di) Della Chiara. Un insulto. Ci hanno detto di avere pazienza, che avevano l'archivio e che avrebbero dovuto cercarvi; di più, che doveva essere indetto un consiglio del cda a riguardo, e che comunque di questa richiesta doveva essere informato anche il direttore Armocida.

Poco più di un mese fa, a marzo quindi, il prof. Giampieretti telefona alla Bressanelli, chiedendole a riguardo. Visto che per mail, a quanto pare, non possono/riescono/vogliono rispondere. La Bressanelli dice che i documenti sono inattingibili e ci si accorda affinché, quantomeno, mi vengano forniti i cataloghi delle varie edizioni della Mostra.

Ad oggi io continuo a non aver ricevuto nulla. L'ultima comunicazione con la Bressanelli, in cui le facevo presente il fatto che fosse passato del tempo e che, comunque, io dovessi laurearmi, fa data 10 aprile. Data in cui lei mi disse che avrebbe sollecitato la segreteria della Mostra affinché mi contattasse al fine di definire i dettagli della spedizione. Io non ho più sentito né lei né la segreteria della Mostra. Vi ricordo che siamo il 20 di aprile.

Ora, se permettete, vorrei tirare due somme e, soprattutto, vorrei che venisse fatta chiarezza riguardo una situazione che credo inaccettabile e che ostruisce la ricerca e lo studio - studio su cui s'imperniava, nell'idea di Micciché, la Mostra. 

L'archivio della Mostra era a Roma. Si è voluto portarlo a Pesaro affinché fosse accessibile alla ricerca. Questo più di un anno fa, ormai; forse già due. Bene, l'archivio è tutt'ora inaccessibile: non è stato organizzato, non è stato predisposto e tutte le pubblicazioni sono ancora dentro gli scatoloni. L'impressione è che portando a Pesaro una documentazione storica si sia, di fatto, esclusa qualsiasi possibilità di ricerca, perché, fondamentalmente, non c'è la voglia né l'interesse che venga fatta ricerca o ricostruzione storica sulla Mostra, il che implica anche che un passato cinematograficamente rilevante, in ambito italiano ma non solo, sia destituito o restituito all'oblio. 

Io trovo che questa sia una situazione imbarazzante, ai limiti dell'assurdo. Non solo non c'è la volontà di costituire un archivio della Mostra ma, come sottolinea il fatto che nemmeno i cataloghi hanno interesse a farmi avere, non c'è nemmeno l'interesse che venga svolta una ricerca, giuridica o storica, sulla Mostra. Il che ci porta a considerare un secondo punto: che ne è, oggi, della Mostra? che cos'è, cioè, la Mostra oggi e che cosa vuole essere? Negli ultimi due anni ho partecipato alla Mostra, il primo perché è stato selezionato un film che ho realizzato assieme alla mia ragazza e altre tre persone nella sezione di Satellite, il secondo anno per motivi di studio personale, e l'impressione è che la Mostra, oggi, sia un affare privato. Spagnoletti, se non vado errato, ha portato lo schermo in piazza, ma questa è stata una mossa che si spiega colla volontà di privatizzare ulteriormente la Mostra; infatti, questo gesto deve essere letto come tentativo di legittimazione di un gesto più profondo e inquietante, che Armocida ha di fatto assolutizzato: portando lo schermo in piazza, si canalizza l'afflusso di villeggianti che a Pesaro vengono per il mare e, contemporaneamente, si legittimano tutte quelle altre operazioni che stanno a latere della proiezione serale. E a cui, sia chiaro, non partecipa nessuno. Andate a vedere quante persone sono in sala per i critofilm di Aprà, stornate il numero di giornalisti presenti alle tavole rotonde e fate il calcolo di quanti siano gli spettatori effettivamente presenti. Oppure, togliete il cinema in piazza la sera e vedete quante persone, quanti spettatori effettivi conta la Mostra.

Detto in altri termini, ma non pensando di star dicendo cose straordinarie, anzi son proprio cose che stanno sotto la luce del sole, negli ultimi anni, cioè all'incirca dalla gestione Spagnoletti, la Mostra - mi risulta - ha perso qualcosa come 150mila euro di sovvenzione statale. Nessuno si è fatto una domanda a riguardo? Spagnoletti era additato come uno che si faceva i comodi suoi, ma la gestione di Armocida è davvero conveniente - o, ed è lo stesso, sta davvero facendo gli interessi del nuovo cinema? La Mostra è diventata un festival di villeggiatura: e si mantiene come tale. Che vengano decurtati 150mila euro non si spiega altrimenti: non c'è un interesse particolare della Mostra, per cui valga la pena investirci come all'epoca. Perché? Perché non si propone nulla di nuovo, nulla per cui valga la pena spostarsi. Fatta eccezione, forse, per Satellite e le curatele di Rossin. 

Ora, sono abbastanza cosciente del fatto che, di tutto questo, importa poco a chiunque. Ma io sono anche del parere che gli inarrivabili debbano essere messi nelle condizioni di poter rispondere dei loro atti: un direttore deve rendere conto di ciò che fa, come lo fa un sindaco. E io non chiedo altro che questo, e per questo vi scrivo: pretendo che rendiate conto di quello che lì venga fatto, perché agire al di là di qualsiasi confronto con i cittadini o, in ambito artistico, gli spettatori è quanto di meno democratico possa esserci. 

Io ho atteso a lungo ed, essendo che sono pienamente interessato a questa mia ricerca, ho tentato il più possibile di dilatare i tempi, rischiando anche di dovermi laureare in una sessione straordinaria, piuttosto che nei tempi che, diligentemente, mi ero predisposto. Ora, tuttavia, mi vedo costretto ad abbandonare questo mio lavoro di ricerca, ma mi vedo costretto a far ciò dall'ostruzionismo della Mostra del cinema: un ostruzionismo che è al limite del ridicolo. Non solo hanno perso tempo e hanno dilatato il più possibile i tempi ma anche, e soprattutto, non hanno la minima intenzione di fornirmi una documentazione che io ritengo minima (i cataloghi).

Quindi, punto uno: ostruzionismo nei confronti della ricerca universitaria. Punto due: disinteresse nei confronti della storia della Mostra. Io penso che Armocida, Torri e via dicendo debbano essere interessati che venga prodotta una ricerca in ambito accademico relativa anche alla Mostra, e non mi spiego questo loro menefreghismo. 

Punto tre. Essendo la Mostra partecipata dal comune di Pesaro ed essendo che, a quanto pare, i responsabili della Mostra non hanno la minima intenzione di rispondere alle loro azioni, chiedo a voi, che svolgete una funzione pubblica relativamente anche alla Mostra, il senso di partecipare, pubblicamente, a una realtà simile, legittimando non da ultimo certe loro scelte, anche quando queste siano in contrasto con quella libertà di ricerca scientifica garantita dalla nostra Costituzione.

Quattro. Posto che nonostante la legge 241 del 1990 io non abbia avuto accesso a quegli atti, statuti etc., di cui avevo fatto richiesta, non si spiega l'inattingibilità e la chiusura dell'archivio della Mostra. Immagino che la decurtazione delle sovvenzioni statali abbia ridotto i dipendenti della Mostra, ma io mi chiedo quanto questa riduzione debba pesare sulla ricerca ancor prima che sulla produzione di conferenze e proiezioni più o meno interessanti. Come succede in politica, evidentemente, le prime cose che vanno a tagliarsi sono l'istruzione e la sanità, ma questo non è giustificato. E io mi chiedo perché valga la pena di organizzare l'ennesima tavola rotonda su Rossellini piuttosto che investire parte dei soldi della Mostra alla disposizione di un archivio che metta ricercatori, studiosi o interessati alla consultazione di materiali storici.

Punto cinque, e concludo. Mi perplime che tutto ciò non sia pubblico. Io credo che questo abbia un interesse pubblico, ma ciò non solo perché in ballo ci siano degli spazi pubblici (la piazza) e dei soldi pubblici. Piuttosto, è proprio per un fatto culturale, non meno che politico, che questo affare deve essere portato all'attenzione dei cittadini. Questo, del resto, è il fulcro della mia ricerca. La domanda è: è possibile un'estetica a prescindere da una politica? è possibile parlare di un'estetica delle immagini senza l'implicito di una politica delle immagini? Di sicuro, siamo più abituati, nei giornali ma non solo, a parlare della Mostra sulla base dei film che proietta: ma perché è più interessante scrivere del film vincitore del premio Micciché piuttosto che, ad esempio, approfondire i motivi per cui le sovvenzioni statali della Mostra hanno subito un crollo vertiginoso? e, soprattutto, le due cose devono essere tenute separate? Da cinefilo non meno che da studente universitario, m'interesserebbe molto di più sapere quanto la Mostra investa su una sezione piuttosto che su un'altra, oppure il motivo per cui si preferisca un direttore piuttosto che un altro, Armocida a Zingaretti ad esempio, perché non penso che poi quello che si veda sullo schermo possa prescindere da una simile scelta.

Termino. Il mio interesse nei confronti della Mostra è onesto, e proprio per questo vi ho scritto questa mail, altrimenti non perderei nemmeno tempo. L'anno scorso abbiamo scritto diffusamente della Mostra, e quest'anno, non da ultimo, abbiamo organizzato, con la facoltà di filosofia dell'università di Padova, un cineforum c/o la sede di storia e filosofia dell'università medesima (
http://emergeredelpossibile.blogspot.it/2018/03/limmagine-nel-pensiero-cineforum-di.html?m=1), al quale partecipavano di volta in volta dei professori della facoltà in veste di discussant: l'ultimo appuntamento è stato appunto incentrato sulla sezione Satellite della Mostra, che qui metto in CC - appuntamento dal sottoscritto fortemente voluto e accordato dal prof. Brandalise. Per cui sia chiaro che se scrivo determinate cose della Mostra non sia in fare reattivo ma, appunto, in quanto profondamente rammaricato di tutto ciò.

Può essere che reputiate tutte queste cose delle insensatezze o comunque questioni di poco valore. Io penso che la situazione sia grave. Inizio a perdere la fiducia in certe realtà, e alla lunga chiedere che venga reso conto delle azioni che producono effetti sul piano sociale, culturale e politico logora. Non m'interessa tirare somme generali, fare grandi discorsi a riguardo; tuttavia, credo che la sfiducia politica della mia generazione non si spieghi in altro modo: non è che non m'interessi della Mostra a prescindere, è che della Mostra credo sia impossibile interessarsi nel momento in cui la sua realtà, chiusa, non si confronti colle esigenze e cogli interrogativi propri del suo pubblico. Sarebbe come se un politico non rendesse conto alla cittadinanza delle proprie scelte: allora non sarebbe più una democrazia ma una monarchia. E non credo che esistano persone, oggi, che abbiano il pensiero di lottare per essere sudditi. Credo, però, che ci siano dei centri di potere che facciano il possibile affinché ciò avvenga: e l'oblio della storia e il differirsi da qualsiasi rendicontazione delle proprie azioni da parte della Mostra mi pare vadano in questa direzione.

Cordiali saluti,
F

Non ricevo alcuna risposta. Oggi, però, mi telefona il mio relatore, e mi dice che è arrivato un pacco da Pesaro a lui indirizzato e che posso ritirarlo in facoltà. Siamo quindi a un giorno lavorativo di distanza dalla mail di cui sopra. Mi precipito in facoltà, ritiro il pacco e, appena fuori, mi metto sul marciapiede a guardare che mi abbiano inviato. En passant: come espressamente annotato nella formale richiesta del professore, la tesi si incentra sulle politiche del cinema sperimentale e, ciò che abbiamo infine concordato, era che, dato che non avrebbero potuto fornirci il materiale giuridico da noi richiesto, ci avrebbero inviato quantomeno i cataloghi della Mostra, da cui avremmo, in sede di ricerca, almeno potuto estrarre le linee generali seguite dalla Mostra. Bene, dentro lo scatolone, che trovo? Una manciata di cataloghi, il più vecchio dei quali data 2006. Il resto, sono recenti pubblicazioni della Marsilio, come quella curata da Aprà, "Marco Bellocchio. Cinema e film", o quell'altra di Armocida, "Esordi italiani. Gli anni Dieci al cinema (2010-2015)". Più un paio di quaderni sulle sezioni speciali, tra cui risalta "Lo sguardo eclettico. Il cinema di Mario Monicelli". E via così. Ora, a latere della presa per il culo, con cui comunque è il caso di fare i conti, credo che siano da porre alcune questioni a riguardo. Primo, l'assoluta strafottenza dei pesaresi, nonché la loro intoccabilità. La bolla di spedizione data a seguito della mia mail al sindaco e all'assessore, e l'impressione, nel ritrovarmi tra le mani 'sta roba, è che sia stata un'operazione gestita al fine di crearsi un alibi qualora il sindaco o l'assessore avesse alzato il telefono e avesse loro chiesto che cazzo stesse succedendo. Il che è importante, perché è come se, a seguito di un presuntuoso ostruzionismo, loro si siano sentiti in obbligo di fare qualcosa: non ai fini della ricerca e dello studio, ma per proteggersi qualora non uno studente ma un sindaco o un assessore avesse loro chiesto di rendere conto del puttanaio che stavano facendo. Secondo, dall'ostruzionismo che dicevo a me pare si passi a un palese tentativo di sabotaggio: e l'impressione, tutto sommato, è quella di un gesto disperato, il loro, riempire uno scatolone in maniera totalmente casuale, giusto per far vedere che qualcosa avevano inviato; già, peccato che siano pubblicazioni di comodo, queste, e che non era ciò che avevamo richiesto. Il che ci porta al terzo punto: non solo non hanno la benché minima remora a fregarsene delle richieste, ma hanno addirittura la presunzione di agire a scapito e, soprattutto, a sfregio di esse. L'esiguo numero di cataloghi, nonché la loro recente età (quasi che del festival debba essere approfondito solo il periodo armocidiano), non evade la nostra richiesta, tanto più se questi stessi cataloghi coprono un arco temporale davvero ridicolo. Di più, perché le pubblicazioni da loro inviate, pur non richieste, nulla hanno a che fare coll'oggetto, più volte esplicitato, della mia tesi: e cioè il cinema sperimentale. Marco Bellocchio, Dario Argento, Ermanno Olmi... okay, non me ne frega niente, e anzi sono del parere che chi ritenga costoro dei registi di cinema sperimentale debba seriamente pensare di parlare d'altro, non certo di cinema: men che meno contribuire a una manifestazione cinematografica d'importanza internazionale. Seriamente, gente simile è alla stregua di chi mi mette il thè nel Long Island Iced Tea. Quarto punto, la vigliaccheria, mista a una supponenza senza eguali, di prendere per il culo chi tenta di fare ricerca e studiare: c'è una certa dose di borghesia nel gesto della Mostra, in ciò che mi hanno inviato; non solo non hanno minimamente preso in considerazione le nostre richieste (cataloghi) né, tantomeno, le nostre esigenze (il cinema sperimentale, del tipo che, se proprio vuoi aiutarmi e non hai tutti i cataloghi sottomano, mandami qualche quaderno relativo a qualcosa di sperimentale fatta a Pesaro, non così alla cazzo, giusto perché quelli che mi avete inviato erano i primi che avevate a tiro, vicino allo scatolone che sbrigativamente stavate preparando), ma hanno addirittura l'idea di mettersi in moto solo e soltanto per giustificare le proprie azioni. A 'sta gente qua non frega un cazzo della ricerca, non frega nulla al di fuori di sé. Sono innominabili e si sentono intoccabili. Abbiamo richiesto statuti etc. Niente. Concordiamo per i cataloghi... e ci mandano le pubblicazioni della Marsilio su Bellocchio? Dio porco. Seriamente, con che dignità, ancora, questa gente pretendere di prendere pubblicamente parola? con che serietà mettono mano a soldi pubblici per organizzare, in luoghi di pubblico accesso e interesse, le loro conferenze, in cui peraltro finiscono sempre per parlarsi addosso? Questo di oggi è stata una presa per il culo. Un gesto che è, di fatto, uno sputo alla ricerca e allo studio, nonché alla loro libertà. Ma anche l'ennesima riprova di quanto si sentano intoccabili, l'ennesima testimonianza del loro spregio nei confronti di quelli che nella Cupola non ci stanno: noi siamo gli Altri, per loro. Un fuori, che loro tentano in tutti i modi di assolutizzare, così da scinderne i rapporti coi loro baronaggi, le loro ciccetterie, così da non dover rendere conto di nulla, forse nemmeno a se stessi, a proposito delle loro azioni, che pure e nonostante ciò, hanno una ricaduta sociale, dal punto di vista culturale e politico, e, anzi, sono possibili solo premettendo il sociale, come ad esempio una sovvenzione pubblica o uno spazio pubblico. Ed è questo il punto: la legittimazione che tentano continuamente di tagliare. Di obnubilare. Ma la Mostra prende soldi statali, il cinema è in piazza. Quel che viene deciso di portare in piazza è decisione loro, ma quella proiezione implica la piazza. Implica il pubblico. Un pubblico sempre più afasico, certo. Più addormentato, o meglio sedato. Ma la proiezione, le loro azioni, che hanno, sì, una ricaduta pubblica, il pubblico, il comune, non lo pretendono solamente come conseguenza ma anche e, soprattutto, come causa. Questo vogliono abolire, questo cercano di obliare: che le loro azioni, i loro progetti, i loro baronaggi anche, siano cose così, assolute, nel senso che son sciolte dai legami, quando invece non possono non essere senza la piazza. La piazza è il luogo in cui si manifestano, e la piazza è il pubblico. Il pubblico viene prima di loro, e il punto è che tutto ciò che fanno è permesso solo e soltanto nel momento in cui ci sia un pubblico, elemento, questo, che loro cercano di riportare in seguito, togliendolo da quel posto primordiale che gli appartiene per farne una mera conseguenza. Loro, allora, sono i benefattori. O i manigoldi. A seconda che il pubblico sia felice o meno della proiezione. Ma non è questo o, meglio, non è soltanto questo. C'è qualcosa prima. Una resistenza, e il potere si fa solo in seguito a una resistenza. Questa resistenza è il pubblico: e le scelte, le azioni che questi fanno implicano il pubblico. Per questo non rendono conto di sé, perché ciò già farebbe una fessura nei loro piani: mostrando come, in essi, il pubblico venga prima, non dopo le loro azioni. C'è già un pubblico. C'è anzitutto una resistenza, quindi un potere. Un potere che è così assurdo, così acefalo, così schizofrenico da ritenersi assoluto. Se, una volta, il potere doveva avere l'approvazione del pubblico, doveva essere rappresentativo, ora, nella post-democrazia cinematografica, non si crede nemmeno più a questo, cioè alla logica della rappresentanza: il pubblico si è addormentato durante la proiezione, non ha interesse, è rozzo, noi decidiamo e decidiamo per noi. Alla luce del sole. E se se ne accorgono? Il punto non è accorgersi dell'élite che viene a formarsi, del fatto, cioè, che si crei un vertice della piramide e che questo vertice decida soltanto a suo favore, fregandosene di tutta quella piramide che sta sotto; il punto, semmai, è accorgersi, appunto, che c'è una piramide sotto, e il rischio ora è che il vertice abbia la presunzione di creare la piramide. Quando invece se c'è un vertice è perché c'è una piramide, se c'è la Mostra è perché c'è la piazza, se c'è una proiezione è perché c'è un pubblico. Il quale può o meno legittimare certe azioni. Rendersi conto di questo, di una resistenza che sta prima del potere e non dopo, che lo anticipa - questo, a mio avviso, è ciò di cui oggi, al cinema, si deve prendere atto, nonché ciò di cui, di fatto, questi zotici, fingendosi intoccabili, tentano in tutti i modi di obliare. E concludo. Abbiamo più volte detto che sia necessario, ora come ora, far parlare l'istituzione: ma l'istituzione parla, non fa altro che parlare. Però parla di sé, non parla mai se interrogata. Bisogna, dicevamo, fare in modo che questa gente renda conto delle proprie azioni. Ma non lo fa. Perché? Perché la piazza è piena. Con quest'ultimo, insano gesto, la Mostra si è fatta un autogol pazzesco. Mostrando come, di fatto, tutto l'istituzione cinematografica si faccia a partire, da un lato, dal nulla del dato filmico (lo approfondiremo più in là) e, dall'altro, a partire da un mutismo di fondo - mutismo che, comunque, sottende a una presenza, quella degli spettatori. Loro non rendono conto di ciò che fanno: ma parlano, fanno. E lo fanno davanti a una platea, che implicano. Il loro assolutismo, il loro sciogliersi da qualsiasi legame al punto dal poter permettersi di non rendere conto di nulla, deriva dalle loro azioni, ma le loro azioni implica il pubblico. Ecco l'autogol di Armocida, Torri e fratelli. C'è una fessura, c'è qualcosa che scricchiola. Questo si manifesta. E, se le loro azioni pretendono un pubblico e sono quelle stesse azioni a legittimare il loro assolutismo, bene, scompariamo. Non boicottiamo la Mostra, ma scompariamo: letteralmente. Nessuno davanti ai loro schermi, nessun regista disposto ancora a legittimarli: semplicemente, scompariamo. Il sabotaggio è pane per i loro denti, scomparire è altra cosa: non si scompare mai andando a finire nel nulla a meno che il nulla non sia qualche cosa di contrapposto a un qui, un altrove contrapposto a un luogo presente. Inventare un'altra atletica della visione, sperimentare un'altra pratica; questo è scomparire. Il che non ha nulla di reattivo, nel senso nicciano del termine: ma, anzi, è di per sé produzione di qualcosa di nuovo e, se non ancora gioioso, sicuramente più originale e libero.

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