The rub



Si viene immersi quasi subito dentro The rub (Ungheria, 2018, 60'), film diretto da Péter Lichter e Bori Máté, che riprende alcuni versi di Amleto di William Shakespeare, nonché pezzi di alcuni film girati in 35mm, pellicole scadute e l'hand-painted film. Il connubio che ne risulta è abbastanza singolare, non fosse altro che l'insieme si mantiene nel corso del lungometraggio altamente trasognante. Vero è che questo stato di realtà non può essere propriamente inteso come un'alterazione al di là della normalità, bensì un modo per essere immersi in un flusso di realtà abbastanza lucido ma amplificato, così da cogliere delle sfumature che altrimenti sfuggirebbero nell'atto della visione. In effetti il connubio tra film e hand-painted potrebbe portare a dover forzatamente trovare un'interpretazione a tutto ciò nella maniera dei film rappresentativi, come probabilmente una modalità per aggiungervi o togliervi qualcosa, e tuttavia così facendo rimanendo in una forma di pensiero che divide e teorizza. Ci spieghiamo meglio. In The rub, a nostro avviso, non si tratta tanto di togliere alla rappresentazione il suo processo e quindi in qualche modo di togliere l'occhio, quell'occhio educato a guardare il cinema come semplice oggetto di visione: mostrando una scena di David Fincher, ad esempio, o ciò che c'è dietro una proiezione, la sala cinematografica o quant'altro, Lichter e Máté non svelano la rappresentazione del cinema e non cercano di smascherare la finzione, togliendo una sorta di patina che lo spettatore avrebbe immergendosi in una narrazione che lo contempla. L'occhio non ha bisogno quindi di essere ri-educato in questo senso: è passato il tempo della sorpresa verso l'immagine. Ciò che è invece rimasto negli anni però è un certo tipo di immersione che nello stesso tempo in cui cattura le personalità, continua a plasmare l'occhio verso un'immagine. L'operazione in The rub non ci sembra essere allora tanto quella di smascherare, ma piuttosto di ritrovare l'immagine e i suoi rapporti nella realtà, andando così a cogliere quella mancanza propria dell'immagine, come sua caratteristica, svelando, questa volta sì, l'inganno della pienezza. Questa non è chiaramente l'operazione strettamente propria dell'hand-painted però, altrimenti questo significherebbe che tale tecnica sia usata trascendentalmente dai due registi come mezzo per dire qualcosa: in questo modo la loro operazione sarebbe esterna e posteriore all'immagine rappresentativa e come tale l'operazione subirebbe perciò un'interpretazione del tutto arbitraria da parte nostra. Ma la scrittura di un film non ha scopi come questi quando parte dall'emersione del film stesso. Riprendendo ciò che è stato detto poco più sopra: mostrare la pellicola e rallentarla, mostrare i proiettori e le bobine, non è svelare il mistero o insinuare qualche dubbio, bensì considerare la sala, la tecnica e l'occhio educato come parte del processo e non l'aldilà del cinema. Se tale film risulta un'esperienza particolarmente immersiva, non è perché cattura, perché coinvolge con le sue immagini, così da permetterci di dimenticare o svagarsi, ma perché cerca piuttosto di mettere nel medesimo piano ciò che è della visione: non si tratta quindi più di considerare, come certi film fanno, unicamente l'oggetto di visione, che diventa l'unica cosa che conta, ma cosa possa il cinema. Ecco perché l'hand-painted si diceva non essere ciò che toglie o aggiunge a una certa immagine cinematografica, rendendo maggiormente dubbio il suo scopo rappresentativo. Non si tratta, ancora, di svelare e, anzi, si coglie più propriamente una mancanza che una maggiore visione. Ciò che The rub fa non è, a nostro avviso, istillare la domanda, il dubbio, l'incertezza, il sogno, bensì mostrare le scelte. Certo, la domanda vi è, altrimenti sarebbe solo un prodotto finito, l'incertezza pure, e infatti l'oggetto di visione non è posto, il sogno anche, abbiamo infatti parlato dell'aspetto più prettamente percettivo, ma tutto ciò indica le possibilità, mostra le linee più che, appunto, un oggetto di visione come farebbe un cinema strettamente rappresentativo. Se il cinema può qualcosa è proprio nel suo farsi campo per mostrare le trincee, le linee di difesa e attacco, in questo senso diventa ancor più propriamente della realtà - ma non del quotidiano.         



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