Non è una cospirazione

Hypnagogia



Di Pierre-Luc Vaillancourt ne avevamo già scritto qui sul blog con Ruins rider (Canada/Montenegro, 2017, 49'), lungometraggio che ci aveva particolarmente colpito e che, nonostante la sua lunghezza o proprio per la sua lunghezza, lascia qualcosa di esperenzialmente forte e che sgancia la visione da parecchi preconcetti che ci potrebbero essere quando la destrutturazione avviene nell'immagine o come immagine. Come immagine: propria dell'immagine dovrebbe essere la rappresentazione, come cioè ripresentazione del presentato, ciò che si è affermato davanti a. Ma che ne è di tutto questo quando si cerca continuamente di disfarsene? Con questo ultimo cortometraggio, Hypnagogia (Canada, 2017, 5'),  Pierre-Luc Vaillancourt fa un'operazione che, se per certi versi è simile al precedente lavoro, per altri se ne discosta completamente. Bisogna tuttavia stare attenti quando si fanno affermazioni simili: la similitudine e questo discostarsi sono, verrebbe da dire, propri dell'immagine, è vero, ma di un'immagine che cerca continuamente di allontanarsi da una ripetizione della realtà scandagliando continuamente la realtà medesima, attraverso la mediazione del mezzo, per l'appunto, e quindi l'essere dell'immagine risulta in questo modo più complicato, perché in un certo senso l'immagine tenta di essere nello stesso tempo in cui viene proiettata anche quell'altro da sé che non vuole essere rappresentato. Questo altro da sé, tuttavia, rimane nel sé dell'immagine, nel senso che avviene per tramite dell'immagine stessa e qui vi riposa, ma non può non allargarsi anche allo spettatore e l'intero spazio che la circonda. Detto ciò, bisogna dire che Hypnagogia è un cortometraggio molto concentrato ma che, in questa concentrazione, lascia un certo vuoto che è ciò che fondamentalmente resta dell'immagine stessa, logorata o meno, ma che non è mai sempre la stessa nella sua ripetizione, nonostante la riproduzione propria del mezzo, come si usa dire per definizione. L'immagine cambia, si sa, in base a semplici e sempre differenti disposizioni spazio-temporali, ma di queste noi non prendiamo le mere coordinate spazio-temporali come riferimento, bensì andiamo a vedere i rapporti di forza che ogni volta qui vi si creano. Non si può dunque semplicemente essere pragmatici, o tenere conto  dei problemi economici e logistici, ma si deve avere una visione che tenga conto al di là dei punti di vista, cioè quei punti da cui si è guardati: guardare alle forze in pratica, non alla pragmatica, che cela il rischio di una divisione tra piani di realtà (astratto-concreto, teorico-pragmatico, eccetera). È quindi in questa concentrazione che Hypnagogia tenta un'esperienza ipnotica. Esperienza ipnotica: qui bisogna nuovamente stare attenti. L'esperienza, come tutto ciò che abbiamo, non sfocia in un personalismo, appunto, ipnotico, che racchiude lo spettatore nel suo io e lì vi rimane. A seguito di alterazioni della realtà, in effetti, che sia un certo tipo di droga o di visione fuorviante (che devia dalla solita visione, portandoci al di fuori di una cosiddetta retta via, la visione quotidiana, che meglio si presta a vivere tale quotidianità), può accadere una certa chiusura in un io che, anche se malamente ancorato alla realtà, è altamente introspettivo o rimane ancorato in uno stato di sospensione racchiuso proprio nell'io. L'esperienza, pur mai immediata, tenta solitamente questo continuo rifarsi a sé - sé come persona e ambiente qui intesi in rapporto, chiaro. Ma l'esperienza di Hypnagogia non è fatta solamente per questo. Qualcosa ad essa sfugge, ma non ci è dato sapere - nel senso di averne conoscenza, esperirla. Ciò che quindi l'immagine può fare è solamente mediare tra ciò che non c'è dato sapere e ciò che possiamo noi in quanto umani nella realtà. Non vi è un momento in cui il cortometraggio arriva, si è totalmente immersi in esso. Ma questa immersione è chiaramente scardinante la nostra visione, come eduzione dell'occhio, non solo perché inusuale in quanto non rappresentativa, ma anche perché indica qualcosa senza poterlo vedere. Questa non è tanto una nostra mancanza nel senso di impossibilità, ma la mancanza stessa dell'immagine che non può dare tutto ciò che mostra e da qui il vuoto e ciò che manca. Ma non può dare tutto ciò che mostra per impossibilità nostra in quanto ancorati ad una realtà che per sua definizione non può accettare altro da sé, che sia in possibilità o realizzato. L'esistenza di un'alterità però è come un'ombra, che non si afferra.


1 commento:

  1. Penso al discorso di Bataille sul rapimento, a cui il soggetto non può accedere se non fissando un oggetto-paesaggio. Nell'immaginario scientifico - tralasciando le altre condizioni che causano il desiderio dell'uomo di scienza, tipo l'impulso ascetico evidenziato da Nietzsche -, mi sembra sia riscontrabile questa tensione verso l'impossibile dell'immagine; che un'epoca ostinatamente tardo-romantica ed estremamente spettacolarizzata come questa sfrutta con i suoi dispositivi di saturazione. Lo scienziato riempe la mancanza con la ricerca costante di oggetti "altri", ma incontra per l'appunto sempre e soltanto oggetti o leggi, per quanto vasti, vaghi od ampi - Leopardi vide bene, qui, la conflittualità interna del sapere e dell'intelligenza. Inoltre, come hai scritto, ciò avviene sempre all'interno di una condizione di mancanza evocata dall'oggetto-immagine stesso; ed ecco allora gli intrighi per la materia e l'energia oscura, i buchi neri, le dimensioni spazio-temporali extra ecc. Oggetti in certo qual modo visivi e al contempo conoscitivi - perché la conoscenza è essenzialmente immagine.
    E' la ricerca di un'impossibile: ogni oggetto, per quanto vago ed ampio, è sempre significato e definito. La smania di infinito, allora, può cercare di educarsi attraverso il possibile e il reale, seguendo l'inafferrabile ombra dell'alterità - che prima evocavi - senza la pretesa di afferrarla; anche perché la sua inafferrabilità è garante del movimento e della creazione. Non trovo l'atteggiamento di fascino e godimento rispetto alle droghe, ad esempio, così diverso da quello scientifico*, che è comunque più stratificato, oltre che spesso nascosto da boiate tipo "l'amore per la Verità" o per "la realtà".
    *vedi Michaux.

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