A walk in January / A walk in February



Avevamo già parlato della serie sulle passeggiate iniziata da Chris H Lynn che con A walk in December (Usa/Francia, 2017, 4') l'inaugurava. Negli ultimi due cortometraggi di questa serie, A walk in January (Usa, 2018, 3') e A walk in February (Usa, 2018, 5'), rimane la presenza del nero a intervallare le scene, mentre è presente solo in A walk in February la quasi ripetizione della prima nell'ultima scena del cortometraggio, quasi a rievocare solo l'illusione di un cerchio. Si lascia così intendere nella sua semplicità, che la visione del "tutto ritorna" è un pochino più complicata e che l'acqua che ritorna ad essere pioggia è sempre diversa dalla sua prima volta in quello stato - tanto per capirci. D'altronde lo avevamo intuito fin dal primissimo cortometraggio sulle passeggiate che qualcos'altro veniva digitalizzato oltre alla ripresentazione, pixel dopo pixel, del paesaggio in sé - come se ci fosse un in sé del paesaggio che esuli da noi. Non si tratta quindi di un incontro di Lynn con il paesaggio che ritrova nelle sue passeggiate, se questo significa una contemplazione, la quale fa rimanere, giacere, in una sorta di parentesi, di contatto con la natura che esula in qualche modo dalla natura stessa e rimane nella mente dell'individuo. In questo senso capiamo quanto sia egoica la contemplazione, che, oltre a lasciare in un livello non paritario i due enti, occlude la vista solo a ciò che vede. La naturalezza di Lynn, che banalmente la sentiamo anche semplicemente nel rumore proprio della macchina da presa, non ha quindi a che fare propriamente ed esclusivamente con l'oggetto in sé - la natura del paesaggio e il modo in cui questo è ripreso - bensì con l'espansione sul piano orizzontale di ciò che è: in questo modo la passeggiata non è più un incontro ma una contemplazione senza la possibilità di essere l'occhio che vede ma il passeggiare stesso. Nulla di astratto: la perdita del sostantivo a favore del verbo non indica una condizione che può rifarsi unicamente in sé, ma una condizione che si espande a ciò che implica la condizione stessa. Che non vi è la passeggiata non significa quindi la perdita di ciò che si poteva fare *una volta, bensì che non esiste in quanto ente, nemmeno se astratto, perché tenderebbe, inevitabilmente, a un'idealizzazione. Con questi due ultimi cortometraggi Lynn contempla la possibilità che vi è nel passeggiare come la possibilità che ci si possa disfare di un'immagine che tenderebbe anch'essa, in quanto immagine che è sempre di qualcosa, a un'idealizzazione reazionaria. In questo senso la naturalezza dei due cortometraggi risiede nel venire ad essere di quei rapporti che non sono ciò che sono, ma sono ciò che è in azione: il paesaggio è questo farsi continuamente e la sua contemplazione prevede la capacità di capire tutto questo anche quando si è di fronte all'essenza di questi rapporti, ma che continuano a farsi nonostante ciò. Detto questo si capisce bene come i due cortometraggi in questione siano tutt'altro che apolitici: si inseriscono in una serie che probabilmente muterà nel corso del tempo ma che riflette non tanto un modo di concepire la realtà, bensì la realtà stessa così come si presenta nelle pieghe iper-visibili quotidiane e che proprio per la sua visibilità non si vedono così come siamo, ma solo negli occhi di chi vede. Così come siamo: se le ultime due passeggiate non sono dell'ordine dell'incontro ma della meditazione, così come lo abbiamo precedentemente chiarito, non possiamo escludere i rapporti che esulano dalla semplice connessione ma che si fanno precedentemente, nel senso che ci precedono, e di cui non tanto perdiamo il collegamento ma questo non viene problematizzato abbastanza. La critica serve a questo: non analizzare ma immergersi nelle pieghe della problematizzazione - e non tanto del problema. Diventa così difficile parlare di questa serie senza considerarla nel suo insieme nonostante sia ancora a venire, ma ciò che non è ancora non significa che non si stia facendo. Prendere singolarmente A walk in January e A walk in February è più un esercizio di stile se non si rimanda continuamente alla serie, anche se questo non significa che non possa essere fatto: noi stiamo isolando pur prendendo una coppia di cortometraggi. Ciò non esclude il cambiamento. Non pensiamo però che arriveremo a concludere il discorso con la fine della serie, perché convinti che essa non sia qualcosa che semplicemente arriva ma che compiendosi compie un destino insito in ogni scena: siamo così di fronte a un cinema che non si logora, perché non materializza ciò che è dove non è, ma realizza lasciando le possibilità dovunque si fanno perché dovunque è lì ma allo stesso tempo non è lì, nella piega tra è e non è c'è il farsi stesso come azione - prima di tutto.




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