Here I breathe



Suggestioni a parte, uno degli ultimi lavori di Linda Fenstermaker, Here I breathe (Usa, 2017, 8'), vaglia in una maniera del tutto particolare vecchie fotografie il cui cardine è messo costantemente in primo piano, lasciando poco spazio all'interpretazione, ma molto di più al cinema. In questo caso, a differenza di Erased etchings (Usa, 2016, 9'), l'orientamento circolare tra passato e presente è reso in qualche modo più indiretto ma concreto e capita di percepire una certa "terrosità" lungo il cortometraggio. Non che nel precedente Erased etchings ci fosse una vena più astratta e quindi fumosa, al contrario, abbiamo visto invece che il movimento interno del film rende bene proprio quel sentimento del tempo che va a sfumarsi pian piano, perdendo alcune certezze, quindi al di fuori della normalità consueta, ma lo fa in una maniera abbastanza forte e quasi di petto, che rende difficile pensare a qualcosa di concettuale. Lì però le sovrimpressioni risultavano come una necessità di operare sui tempi stessi, mettendoli quasi a confronto, in modo da creare una circolarità, che risultava su base binaria, su due scene, ma che, appunto, era della struttura e non del senso dell'intero cortometraggio. In questo senso Here I breathe si differenzia abbandonando una tecnica per farla carnalmente, cioè sulla scena stessa. Non è più una questione di operare su, bensì di entrare nel. In questa forma di immersione, ad esempio, il mettere insieme della fotografia e del paesaggio odierno lì rappresentato non è la conferma di una differenza, il tentativo di un mero confronto, quanto semmai il resto che emerge cinematograficamente diventa qualcosa che supera la realtà del confronto per dargli una libertà che allenta il confronto stesso, il quale non è più la cosa principale, ma semmai un pretesto per far emergere o escludere qualcos'altro. Per questo differente modo di procedere Here I breathe è più carnale rispetto a Erased etchings, perché si fa maggiormente sul film. Certo, qui non ci interessa un confronto tra cortometraggi, ma risulta interessante notare come la tecnica sia ciò su cui il film si forma, essendo appunto questo una questione di tecnica, ma non per questo la forma del film. Linda Fenstermaker questo lo sa benissimo quando in Here I breathe potenzia le sovrimpressioni e inserisce anche altre scene che vengono quasi addizionate con la mano o della carta o altro, quasi a imprimere sopra qualcosa che rafforzi il peso non tanto del presente, ma della spazialità dell'immagine, non il suo farsi nella realtà, ma per mezzo di essa. Sembra quasi paradossale che questo venga fatto proprio operando sul presente, ma ciò risulta comprensibile quando si capisce che il vortice di tutto non è la temporalità medesima o, meglio, è attraverso questo suo uso che la temporalità medesima è ancor di più solo un membro della formula e non il fine ultimo, da cui il rifiuto di un mero confronto come soluzione di significati bensì dissoluzione, la quale permette di cadere giù attraverso un forte ancoraggio alla carnalità nell'immagine. Sembrerebbe in gioco un continuo uso di opposti o comunque qualcosa che si differenzi per permettere il confronto: la carnalità e la suggestione, l'ancoraggio e la caduta, la rappresentazione nella foto e la realtà odierna, due foto, ma tutto ciò non sarebbe abbastanza. Tra le due cose infatti c'è quello spazio necessario che permette proprio il loro confronto, ma tale confronto, come già intuito precedentemente, qui opera diversamente. In questo senso è vero che si può avvertire un senso di claustrofobia se non ci fossero spazi, se non vi fosse una differenza, ma tutto ciò avverrebbe nella realtà, dove i margini della quotidianità ti permettono di proiettarti in avanti, ché altrimenti non ci sarebbe spazio per il cambiamento. Non fosse altro che vi sia un'ulteriore dimensione dove non c'è tanto il confronto, ma la possibilità che due cose coesistano, nella differenza medesima, dove, allora, ci si possa permettere di far cadere nonostante una carnalità prorompente, che si fa sentire e ti aggrappa ad essa. Non tanto quindi uno spazio tra, ma nell'immagine stessa. È nell'esaurirsi delle possibilità della realtà che c'è spazio per qualcos'altro, per altro che non sia lì, ma che lì è e può non essere, creando un possibile.  


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