At hand



(Questo pezzo non vuole essere un memoriale né in alcun modo risultare esaustivo o finale o definitivo della filmografia del regista. L'ultima volta che abbiamo sentito Paul Clipson è stata qualche settimana fa, e in quell'occasione ci ha mandato questa sua opera, un omaggio a un'amica, Sarah Davachi. Abbiamo quindi scritto, dopo diverse visioni, il pezzo che segue, in attesa che il cortometraggio venisse pubblicato sul suo canale Vimeo, e non avremmo mai pensato di pubblicarlo in un'occasione simile. A dire il vero, abbiamo anche pensato di non pubblicarlo affatto. Tuttavia, abbiamo infine optato per pubblicarlo - e pubblicarlo oggi, nella speranza che non venga frainteso: il pezzo è stato scritto diverso tempo fa, dopo un periodo piuttosto lungo di silenzio sul cinema di Paul Clipson. Chi ci segue sa cosa abbiano significato per noi i suoi film, e nello smarrimento in cui ora ci troviamo è soltanto l'afasia. In questo senso, il pezzo che segue non è volto a ricordare Paul Clipson, e ciò innanzitutto perché il suo cinema rimane; piuttosto, è il nostro modo, l'unico modo che avevamo, noi, oggi, per poter non farci schiantare dal dolore. Non ci piacciono i commiati, e in un certo senso ci sembrano sempre fuori luogo. Quello che resta, dunque, altro non è che una recensione, come al solito, come d'abitudine: e quanto segue non è nient'altro che questo. Vi preghiamo quindi di non caricarla di significati che non ha e di non addensarla di sensi non propri.)

È passato più di un anno dai nostri ultimi scritti sui film di Paul Clipson, un silenzio duplice, nostro e del regista, che è sicuramente propizio da una parte, per permettere lo studio cinematografico e dall'altra, per far sì che le parole dimostrino col tempo la propria natura e prendano forza direttamente dal silenzio, cosicché le vanità sottese ai discorsi si dimostrino per quello che sono, per la loro debolezza intrinseca legata alle dinamiche dei social, di cui tutti siamo soggetti, e il fuoco di certe verità che possono trapelare si animino invece di un più potente strumento: il loro collocamento spaziale attraverso il tempo. C'è, infatti, un certo spazio in cui i discorsi si collocano, che non è tanto uno spazio mentale in cui vengono classificati scritti brutti e altri meno, altrimenti ognuno peccherebbe di una soggettività rivoltante perché basata sul consenso pubblico o su vanità personali che lasciano il tempo che trovano, nel senso che sono rivolte al presente per programmare, in una rete studiata di rapporti utili, ciò che si fa servo dell'altro. Quello che invece il silenzio permette di evidenziare è il tipo di modellamento che lo scritto e il film hanno prodotto sul corpo: questo è, in ultima istanza, lo spazio che interessa, non come strumento, ma come luogo in cui può la forza cinematografica e critica lacerarsi per essere recepita in qualche modo e produrre altra luce, non luce schiarente, ma bensì quell'insieme di rapporti che rinnovano dell'energia. Non un semplice incontro, dunque, ma il mantenersi dell'altro come ciò che dichiara l'appartenenza al proprio mondo e il combattere di ognuno per far sì che l'altro rimanga. Ed è questo forte senso di appartenenza che struttura anche il rapporto suono/immagini di uno degli ultimi film di Paul Clipson, At hand (Usa, 2017, 6'), che vede la collaborazione del regista con Sarah Davachi, collaborazione che precedentemente era stata intrapresa in Feeler (USA, 2016, 7'). Qui come allora, ogni termine del suono e immagine e suono - immagine è inteso come l'altro dall'altro, in modo che ognuno possa essere quel sé che è in quanto altro dall'altro, ma anche l'altro dell'altro, così da basare un rapporto che vede la propria potenza nel suo differenziarsi e quindi nello scontro. Uno scontro che non porta verosimilmente alla guerra o al caos, ma ad assumersi la propria e altrui proprietà, l'essere proprio dell'altro e l'essere mio. Analogamente, c'è questo rapporto tra immagini, soprattutto qualora siano le medesime, che porta nella loro ripetizione quella differenza che non le fa essere le stesse, nel senso che manca quel riconoscimento di sé nel tempo e nello spazio - ma si dissolvono in sé: in questo senso si capisce bene come l'essere sé delle immagini non abbia a che fare con l'essere se stesso che può venire per lo più inteso psicologicamente, ovvero identitariamente. È la percezione dell’essere se stessi e della continuità della propria esperienza nel tempo e nello spazio e la percezione che gli altri riconoscano il nostro essere noi stessi e la nostra continuità che potrebbe, come afferma Erik Erikson (ma questa formula è  variamente sovrapponibile ad altri autori), essere alla base dell'identità, insieme al sentimento dell'io, da intendere più a livello dinamico. In At hand il tempo è consegnato allo spazio materiale della pellicola e lo spazio è consegnato, temporalmente, al coglimento di un qualcosa che è ricercato non per la sua straordinarietà ma per il fatto stesso di estendersi nel tempo, dove è bloccato, rivisto, rimescolato, accidentato, così da lasciare che non si veda ciò che si è visto in quel gesto, in quella mano, in quel volto, ma che ognuno veda il proprio attraverso ciò che è in visione. Quello che ne consegue non sono tante visioni quanti sono gli occhi che le vedono ma, almeno in At hand, l'accecamento di ognuno, così da non riuscire a dire cosa si è visto se non nel mutismo collettivo. È in questo mutismo, infine, che si cela il nucleo di At hand, come di quel mutismo in qualche modo riconsegnato a ognuno di noi, quel mutismo che non sento quando sto con l'altro perché entro un sistema percettivo - la percezione dell'essere sé e del riconoscimento degli altri. Ma è quando questa percezione, questa presenza viene meno, che un'intimità celata gorgoglia in superficie: la possibilità concreta che la stessa esista è l'unica appartenente al cinema che costituisce la sua alterità specifica. Fondamentale, per tutto ciò, è stato proprio partire da quel rapporto di cui si parlava all'inizio che relaziona musica e immagine e che permette il piano di amicizia da cui l'intimità può sussistere, in quell'alterità che lotta per l'essere dell'altro.

   

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