Sounding glass



Durante una visione, che sia un ricordo, un déjà vu, un'associazione libera o altro, non lo si vede il nero, nonostante ci possano essere dei buchi nel flusso di immagini: semplicemente non lo possiamo vedere. Ciò che meglio c'è è un'impressione di nero, associato più che altro alla narrazione delle immagini, un nero usato metaforicamente per parlare del vuoto, dell'interruzione dell'immagine per poi passarne ad un'altra: è tramite quel fotogramma nero, a volte impercettibile, che cambia la scena. Eppure Sylvia Schedelbauer in Sounding glass (Germana, 2011, 10') lo mostra questo nero, che giungerà a costruire un vero e proprio schock per l'occhio nel suo cortometraggio successivo, compiuto a distanza di qualche anno, Sea of vapors (Germana, 2014, 15'). Sounding glass risuona in modo più piano ma comunque pervadendo l'occhio con il suo ritmo incessante di immagini e nero, facendogli fare una ginnastica non abituale. Il fotogramma, quello nero, che per eccellenza spezza una scena da un'altra, opera qui come semplice significante che non allude al suo significato convenzionale, quello della pausa, del cambio, dell'interruzione, della svolta. Certo, rappresenta in qualche modo un'interruzione, ma questa è tale da non porsi come ciò che taglia e significa ciò che la precede e la consegue, bensì opera come amplificatore di un'immagine che non ritrova il suo senso nella sua rappresentazione, ma nel suo operare in quanto significante, immagine che precede il significato e non lo accoglie: Sounding glass pur rappresentando un viaggio introspettivo di un uomo, è insieme il suo disfacimento, cioè la rovina della rappresentazione che torna a rimbalzo sull'uomo, sui nostri occhi, per disfarsi. Questo è e avviene tramite ciò che permette il rimbalzo continuo, quel fastidio per l'occhio che altro non è che quel nero che noi solitamente non vediamo. Lo stacco, l'interruzione, la svolta, è, in questo senso, ciò che permette non il cambio, lo svolgersi della narrazione attraverso il tempo, ma ciò che fa defluire tale narrazione verso il suo sgretolarsi, la sua insensatezza nel tempo. Nel cortometraggio della Schedelbauer, infatti, il defluire temporale non è propriamente e continuamente interrotto, ma è più efficacemente ancora distorto, ampliato e contratto a seconda dell'esercizio dell'occhio-spettatore, il quale segue un suo tempo che non è quello che trascende su di lui, narrativo, ma è quello più propriamente pratico o della pratica. Ad essere in gioco non è tanto l'abituazione dell'occhio, cioè qualcosa considerato semplicemente fisico, quanto piuttosto il suo stato primitivo di non vedente. Se la funzione dell'occhio è la vista, non vedere non è la disfunzione umana ma un nuovo inizio da cui Sounding glass tenta continuamente di ripartire. Tornando quindi al nero: esso non è più il significante che dà il cambio, la svolta, lo stacco, ma ciò che non vediamo, non in quanto disfunzionali, ma in quanto primitivi. Quello che avviene nel cortometraggio in questione, il suo scopo, non è la vista di ciò che non vediamo di solito, bensì il protrarsi e il ritorno del non vedere attraverso ciò che non possiamo più non avere, vale a dire la vista: il saltato collegamento tra scene, ma anche tra un'unica scena stessa, permette così che l'introspezione si disfi di ciò che preme per snaturarla dal suo essere per l'uomo pura visione, ovvero il significato. Quando, infatti, lo psicanalista si erge ad interpretare, pone la mano di un dio creatore, creatore di significato, sul soggetto, spezzando la visione stessa. Paradossalmente quindi, si potrebbe dire che l'operazione di Sounding glass non è quella di una continua interruzione, come solitamente significa il fotogramma nero, bensì quella di permettere che il flusso continui, che la visione non si interrompa a causa di un qualcosa che la interrompe, che spezzi quella sua originalità costituente. L'occhio può praticare così ciò che non lo fa strumento per l'uomo, ma proprietà dello stesso attraverso l'incontro con un cinema che lo richiama.   


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