Errata corrige #8: Brakhage's childhood



Leggendo Brakhage's childhood può essere comprensibile aspettarsi una qualche rivelazione su Stan Brakhage, di conoscerlo forse meglio, di capire i processi che hanno portato all'essere quella sorta di mito che è diventato Brakhage nel cinema sperimentale, (nonostante i suoi lavori siano, tutt'oggi, ancora poco visti al di là della reperibilità delle opere) e per questo il lettore potrebbe rimanere un po' deluso. O, meglio, non lo sarà affatto e tuttavia l'opera si capisce bene come vada oltre tutto ciò. Si potrebbero infatti anche trovare dei passaggi che chiariscano quel qualcosa di particolare e quasi magico della sua infanzia, quel qualcosa che ha permesso di essere quel che è diventato, ma è proprio quella magia che leggiamo che dovrebbe farci sospettare qualcosa. Brakhage's childhood è stato scritto dalla prima moglie di Brakhage, Jane Wodening, la quale afferma nell'introduzione che è proprio questo il suo terreno, quella della scrittura ovvero del romanzo, questa è la sua forma d'arte, quella che le è più congeniale, mentre Stan ne ha un'altra, che ben conosciamo. Questo punto è da tenere presente per capire le dinamiche del libro che più tardi espliciteremo essere le più significative per noi. Al di là dei causalismi psicodinamici che possiamo trovare e che toccano i temi dell'abbandono, dell'antagonismo, della malattia eccetera, ci sono altri punti interessanti che anch'essi tracciano, se non causalismi, quanto meno delle correlazioni tra eventi e percorsi dell'infanzia di Brakhage e ciò che è poi diventato, il Brakhage dei film, delle immagini. Significativa è la prima volta in cui il piccolo Stan scopre il potere della visione e per il quale subisce prontamente un grosso scotto da pagare, cioè la perdita dell'oggetto e le botte: "And now I had found my power. Oh, not the ring itself, the power of the show, of vision and drama and rhythm, the power of word and voice"*. Ci saranno poi altre rivelazioni, altre possibilità di tessere dei collegamenti per scoprire la formazione di un individuo di cui tanto si parla e si cita nel cinema sperimentale, comprese le sue sensazioni di ragazzetto di fronte ai film, cosa significassero per lui tra speranze sull'esistenza di infinite possibilità e il crescere dell'immaginazione. Un romanzo di formazione, psicologico? In effetti, dal periodo di devianza e bullismo, che è il periodo in cui egli stesso afferma di sentirsi maggiormente solo (pur non tessendo mai delle linee di causa-effetto), al periodo in cui piano piano trova delle stabilità e si acuisce in lui l'interesse culturale, se ne potrebbe anche parlare come di quei sottili passaggi in cui ciò che emerge non è tanto un equilibrio, abbastanza autonomo ma frutto della scoperta di calore famigliare, verso una normalità, quanto piuttosto il proliferare di quell'interesse verso la cultura invece che dell'essere educato che trova una strada socialmente accettabile. Ma nulla di tutto questo è davvero fondamentale in questa sede e, anzi, si sarebbe certo potuto approfondirlo meglio e in maniera più ricercata e accurata, o comunque con un certo tono derivante da una disciplina che, immaginiamo, Tony Pipolo, nella postfazione ha avuto modo di rendere omaggio, tra pregi e difetti. A noi continua ad interessare del cinema qui. Più precisamente è del romanzo che si vuole discutere e le due cose sono accuratamente intrecciate. La Wodening non lo nasconde, ha scritto un romanzo. Senza dare tante altre definizioni, rimane in lei e in chi lo legge il dubbio su quanto sia romanzato, il che significa che si pone un problema di verosomiglianza tra ciò che si legge e ciò che è stato, il che non riguarda solamente l'interpretazione che volente o meno un adulto può dare della propria infanzia, bensì è molto più semplice: è accaduto o non è accaduto tale fatto? È chiaro che non si avrà mai la risposta, ma la cosa non è importante e non lo è nemmeno pensare che, comunque sia, certe formazioni o percorsi vi siano comunque stati, indipendentemente dal fatto che siano veri o no. E allora, che cosa ci lascia più profondamente Brakhage's childhood? Che le cose rimangano lì lì, sulla soglia tra realtà e fantasia, cela qualcosa di più importante che la ricerca di una verità o della ricerca della formazione del Brakhage di cui conosciamo le opere. Ci sono vari passaggi nel libro in cui emerge la predisposizione e l'interesse di Brakhage verso lo spettacolo. Purtroppo la parola in questione ha subito delle connotazioni che difficilmente riusciamo a toglierci, e siamo lontani dall'accostarlo ad una sorta di showman, eppure in parte è così: la scoperta del potere della visione parte da quegli spettacoli, da quei canti in chiesa, da quell'interesse spasmodico verso le storie dei fumetti e dei libri, dal riuscire a tessere e scoprire certe dinamiche nei rapporti che sottilmente sono legate a una certa suggestione, a un certo potere che è quello fantasioso che crea delle immagini negli altri. È questo, in ultima e definitiva istanza, ciò che smuove il romanzo in questione e Jane Wodening è stata magistrale nello scrivere Brakhage's childhood proprio per questo. In maniera più esplicativa: quando Brakhage, alla fine dei suoi film, scriveva by Brakhage, è stato detto più volte in questo blog, è necessario cogliere quell'attraverso il suo corpo e quello dei suoi affetti più cari del cinema. Proprio come il piccolo Stan si sentiva strumento di Dio attraverso il proprio canto, come lo era/erano con i suoi film, qui Jane in particolar modo, perché, come detto da lei stessa, è questo il suo campo, ma così anche Stan, è strumento della visione. Il romanzo, è quasi scontato dirlo, è un continuo omaggio alle pratiche della visione. Certo, sono visioni non-cinematografiche, ma ciò non era mai stato messo in dubbio, ciò che è importante sottolineare è che Brakhage's childhood rientri a pieno titolo in una collaborazione che nasce per essere il mezzo attraverso il quale qualcosa si possa scatenare non solo nell'immaginazione che fa da substrato alla vita, ma come pratica di un qualcosa che è in possibilità: per l'aver pensato che tutto fosse possibile, il piccolo Stan si è beccato un castigo, ma questo non ha minimamente scalfito le sue speranze, che ritrova più avanti: non solo tutto è in possibilità, dunque, ma esse esistono, anche e soprattutto, mai realizzate, non tanto nella loro virtualità ma nel possibile della visione. In questo senso, Brakhage's childhood non è tanto un omaggio a Stan Brakhage, ma è più profondamente quell'altro dal cinema che la loro unione poteva creare, quelle pratiche di cui si facevano mezzo per le immagini e che Jane ha qui riportato come l'altra forza del cinema.

* pag. 126, Brakhage's childhood, Jane (Brakhage) Wodening

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