Der Abend



Dopo l'ultimo cortometraggio di Enzo Cillo, σκιά (Italia, 2017, 12'), avevamo intuito che qualcosa stesse radicalmente cambiando all'interno della serie di ricerche che Cillo ha compiuto in questi ultimi anni dedicandosi prevalentemente al cinema. È quasi pleonastico dirlo, ma in ogni cortometraggio abbiamo trovato un'evoluzione dell'immagine: non stiamo quindi qui dicendo nulla di nuovo, nel senso che la staticità nella ricerca non ha ancora attraversato Cillo, per quanto possa anche essere fisiologica a un certo punto, o forse no, perché altrimenti non sarebbe più tale, comunque, tuttavia prendiamo un po' di coraggio per azzardare un'idea e mettere per iscritto che, effettivamente, qualcosa stia radicalmente mutando. Infatti, al di là dei velati riferimenti che Cillo possa mettere, che sicuramente non sono fatti per fare i "grattini" al pubblico, il quale può bellamente rimanere nell'ignoranza, e lo sarà anche in questo scritto, Der Abend (Italia, 2017, 15'), a nostro avviso, può rappresentare davvero un'ulteriore campo di indagine che preme per essere attraversato o, quantomeno, visionato. In questo caso però la visione non rientra, letteralmente, nel visionabile. Nel senso che Der Abend non è, a tutti gli effetti, oggetto di visione: per esserlo, qualcosa dovrebbe proiettare la propria immagine, predisporsi affinché essa sia visibile e darsi in quanto propria rappresentanza. E questo non significa altro che mentre parlo, ad esempio, di qualsiasi cosa, mi rappresento, esprimo ciò che vale per me, non solo affermo la mia presenza ma la mia esistenza, parlo per quanto mi riguarda, e proietto l'immagine di me per quello che voglio essere visto. Questo, brevemente, nella mia quotidianità, dove sono presente a me stesso, più o meno meccanicamente, ma sempre dentro una certa istituzione che mi rappresenta a sua volta. In questo caso invece non possiamo fare un discorso del genere: anche il velato riferimento a una possibile citazione di cui abbiamo parlato prima, non è stato scritto a mo' di frecciatina ad altri autori, ma perché lì, ad esempio, è forte il parlare per, attraverso qualcosa che mi precede, che mi indirizza verso un orizzonte di significato che parla in vece mia: Der Abend non è nulla di tutto questo, e l'uso del tedesco è, in primo luogo, come lo era stato il greco precedentemente, non il fantasma di una rappresentanza che dia credito al cortometraggio parlando per esso, ma un nuovo inizio che si manifesta per quel che è. Infatti, compito del nuovo inizio non è fare le veci dell'origine, ma più propriamente un nuovo salto nel buio: in questo caso l'oscurità di Der Abend non è, e per questo parliamo di radicalità del mutamento, l'oscurità che attraversava What remains (Italia, 2016, 7'), tanto per citarne uno, ma più propriamente è un'oscurità che si fa carico di se stessa, il che non è un semplice modo di dire dell'assumersi una sorta di maggiore consapevolezza di sé. Beh, anche sì, ma che significato ha in questo caso, dove abbiamo detto però anche che Der Abend non è, a tutti gli effetti, oggetto di visione? Esserlo non implica infatti quel farsi carico di sé nel senso che attribuiamo solitamente, ovvero l'assumersi maggiore consapevolezza, perché la consapevolezza è propria degli oggetti o, se non scandalizza troppo metterli nello stesso piano, dei soggetti: certo, il senso è un po' diverso. L'oggetto di visione proietta la propria immagine: ma che immagine proietta Der Abend? Questa domanda, che non è esattamente il fulcro, fa però capire che il nostro essere di fronte a questo cortometraggio non è così innocuo. Der Abend fa i conti, ed è la cosa interessante, non con un'oscurità che si scontra con il suo opposto, cioè la luce, se la si vuole pensare in termini duali, i quali vengono abbastanza spontanei, considerando pure che di oscurità se ne è tanto parlato a proposito dei film di Cillo. In questo senso ciò che è stato ben detto in σκιά rimane saldo. Ciò che è meno saldo è invece l'avvicinarsi dell'oscurità al movimento. Queste sono due proprietà che solitamente sono separate, già il fatto che ci siano due vocaboli per riferirsene rende la cosa palese. Tuttavia è qui strabiliante il fatto che invece siano come una cosa unica, e non tanto per il loro intrecciarsi sul piano, bensì perché è così che acquisisce un senso pieno il farsi carico di sé dell'oscurità, come cioè qualcosa che si (s)copre maggiormente. La parentesi in questo caso non è un vezzo ma un obbligo, come ciò che è solo se si considerano entrambi i significati. Lo (s)coprirsi può avere un significato che rimane duplice, che li mantiene tutti e due i significati, ma non ciò che non è oggetto di visione in Der Abend: qui infatti, e non è semplice da dire, più che altro per la limitatezza di tutto ciò che per forza afferma la propria presenza come le parole, senza scomparire (e in questo senso l'immagine evocata dalle parole è delle parole anch'essa, è già rappresentazione, a differenza dell'immagine cinematografica - di certo cinema), il movimento svela il suo rapporto nel produrre l'immagine ma è immediatamente un farsi nell'oscurità, per essa e con essa, la quale non tanto la ingloba, ma ne prende forza, non tanto in un rapporto bensì nell'unione che disfa i contrari: non è, come dicevamo, l'oscurità e la luce, il movimento e la quiete, sono invece i termini dell'oscurità e del movimento, è Der Abend come principio di qualcosa che tenta un'altro principio. 


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