Non è una cospirazione

Pieghe #40: Lo spiegamento della piega nel gesto naturale di Mazzola



Sono passati un po' di mesi dalla nostra prima visione di questi due cortometraggi di Ignazio Fabio Mazzola, - \ (Italia, 2017, 1') e O O O O (Italia, 2017, 1'), mesi durante i quali si sono succeduti anche altri cortometraggi che riprenderemo in futuro singolarmente o insieme, come questa volta. Quando si scrive una piega di solito si cerca di rimarcare un filo rosso che poi si traduce in una certa coerenza nel testo che andiamo a scrivere, la quale è sempre ricercata e studiata. Il filo rosso trovato è a volte più palese altre volte meno e a volte è lo stesso regista a cercare una coerenza tra i vari cortometraggi, che diventa, ma non sempre, una vera e propria serie. Se proprio vogliamo essere pignoli la piega in questo caso è probabilmente sbagliata: avremmo dovuto farla, ad esempio, con O (Italia, 2016, 1'), O O (Italia, 2016, 1'), O O O (Italia, 2017, 30'') e quest'ultimo O O O O, e invece la mania di scrivere ci ha preso prima. D'altronde, nemmeno lo stesso Mazzola ha cercato di rispettare una certa coerenza e, guarda un po', ci manda - \ e O O O O insieme: "ecco, i miei ultimi lavori". Quello che per il regista è stato un gesto naturale, è diventato però per noi motivo per ritrovare una certa politica che sottende queste serie di cortometraggi di Mazzola, che da *31 12 99 (Italia, 2016, 1') in avanti è andata sempre più radicalizzandosi. D'altra parte ritrovare un filo conduttore, per esempio, in una femminilità che, pur emergendo in qualche modo in O, O O, O O O e O O O O, si fa immanentemente sarebbe a dir poco ridicolo e pure in contraddizione... sarebbe tornare a quella rappresentatività narrativa che questi cortometraggi tentano di scardinare in tutti i modi, in una presa di posizione che non è assolutamente vaneggiante, nel senso di allucinata, straordinaria, ma è della e nella realtà più di superficie. Ciò che affianca appunto la realtà, ad esempio, in O O O O, questo viso di una donna, è ciò che può il cinema: in O O O O non c'è bisogno del terzo (la droga, la videocamera, il maestro) per mostrare l'altrimenti invisibile, perché la sua velatura è sacra, c'è bensì bisogno del cinema per scomporre la rappresentatività e rimandare al viso, alla bolla di sapone, a ciò che c'è di più pratico, naturale (come inviare - \ e O O O O... ma non vorremmo farne un'epopea). Ecco che inizia allora a darsi un senso questa piega, che non cerca quel filo rosso solitamente ricercato e studiato tra i cortometraggi, senza nulla togliere alle altre pieghe, ben inteso. Anzi, la legittimità di quelle pieghe è tale senza essere falsa, senza per questo inneggiare a capogiri trascendentali; tuttavia, è necessaria la mano di qualcuno per farsi seppur nel tentativo, sempre tenuto a mente, di non porsi come organizzatore (il recensore) delle cose, ma umile studioso. - \ si inserisce nel discorso a fatica, ma non perché, dovrebbe essersi capito, non c'è collegamento con O O O O: è vero dunque, non vi sono figure umane, donne che non lasciano la propria presenza come significato, ma il loro senso di servitù al cinema nascosto, c'è però, meglio, lo sciogliersi di un orizzonte che rimane orizzonte, sfondo quasi, figura incompleta nel proprio ruolo di figura. Non saremo certo noi a porre figure, a organizzare la spontaneità del gesto di Mazzola, ma da diligenti studiosi osserviamo ciò che è accaduto: l'assenza dei due cortometraggi rimane assente, rimane ciò che è, ovvero un'incompletezza di fondo. È importante questo e non sono vacue parole: che la realtà dimostri una propria assenza non è di poco conto, soprattutto perché dà scacco matto a tutte le stronzate sui vaneggiamenti allucinati ed extra-ordinari e sregolati scritti e riscritti, interpretati mille volte. Rimane questa assenza, e il cinema non ne può nulla, anzi di questa assenza assente si rafforza, paradossalmente: se noi traiamo energia dal consumo di alimenti, dalle gioie quotidiane, dai rapporti di amicizia, dalle sconfitte, insomma, se qualcosa si trasforma rientrando in circolo in forme nuove, qui, in O O O O e - \, funziona in altro modo, non c'è consumazione e trasformazione, non c'è la serie formata dai vari tasselli più uno vuoto. Questo rimanere dell'assenza non è una sconfitta o una rinuncia, ma mostra bensì il senso di quel velamento che non si ritrova nella pazzia: la pazzia è della pazzia, lasciamo parlare lei, non le immagini o le parole, quelle sono altre cose ancora. Il terreno comune è tuttavia lo stesso: dalla realtà non si scappa e neppure noi, parlando di questi due cortometraggi, non siamo riusciti a fare a meno di dire qualcosa al riguardo, di dire cosa vi era e cosa non vi era, di farne una piega. Ciò che rimane e che schiude lo scritto è lo sconfinato in - \, a dir poco sconvolgente nella sua brevità, e che sembra quasi voler dare una rottura, cioè una svolta: altre cose verranno filmate e probabilmente gli interessi cambieranno, ma quell'assenza rimane, quell'incompletezza della figura in - \, non destinata a quel ruolo eppure serva silente al cinema come la donna, come quelle bolle che scimmiottano i titoli, le etichette dei film: provate voi a dire qualcosa di questo.   


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