Good night birthday



Strana nascita quella di Good night birthday (Canada, 2017, 3'), presente e ripetutamente assente nel cortometraggio realizzato da Amanda Thomson. Di difficile esplicazione, Good night birthday è un film fatto e finito, e non è certo per il suo contrario che si sente perpetuamente quella velatura d'assenza che aleggia tra i fotogrammi. Forse, è proprio questa sua assenza in mezzo ai fotogrammi a dare quella parvenza che si insinua di default, mentre i fotogrammi scorrono, ma che in Good night birthday è particolarmente presente, quasi cavalcata. Accade infatti qualcosa tra le immagini e al di là della sua non visibilità concreta, priva di significato, meccanica, insomma, che c'è indipendentemente dal film in questione, ce ne è un'altra di un'invisibilità quasi totemica, nel senso del rimando attraverso l'oggetto a un'assenza venerata, presente costantemente come etica - del comportamento, dell'azione, del pensiero, dell'emozione, della vita. Ecco che, accanto questo sentire, si fa largo una specie di incertezza sull'autrice come fautrice dell'opera: Amanda Thomson, in quanto creatrice di Good night birthday, è anche colei a cui maggiormente sfugge l'opera, come se, una volta creata, si annullasse per il suo essere strumento per il quale l'opera si è compiuta, nel mentre scorre e avviene senza una verticalizzazione autoriale, ma parallelamente a essa e scomparendo nel momento in cui il film viene visto dallo spettatore, che ne può cogliere il senso solo mentre perde quella certezza che lo guida quotidianamente. In fondo, a cospetto di un qualcosa che richiama un divino sentire, un cosmico richiamo, l'individuo non può che scomparire. Amanda Thomson, quindi, restituisce il totem alla collettività, come un artigiano compie il suo gesto non per se stesso o per l'altrui utilità, ma per far sì che la comunità vi si ritrovi. Non ci sono credenze o fedi da costruire od omaggiare, ma solamente il ritrovarsi divino in quanto assenza tra le cose. In questo senso capiamo come l'immagine in Good night birthday sia quantomeno problematica. La mancanza di un rimando rappresentativo di un qualcosa è palese e difatti non è attraverso la rappresentazione che si può manifestare un ritrovamento: se lo spettatore guarda il film, non avviene alcun trasferimento inconscio (che poi il sentimento che ne derivi sia conscio, questo è un altro discorso). Ciò che può avvenire, però, è un riconoscimento che non è del riconoscersi inteso come rispecchiamento, bensì un rinnovato conoscere originato proprio da quell'assenza percepita inizialmente e che nel rinnovato ritorno rappresentato si insinua, precipitando, ben inteso, quel ritorno visibile a uno stato a-sintomatico. Che il sintomo, infatti, abbia un significato, è ripetuto spesso, quale sia invece tale significato fa parte di una ricerca (sia essa motivazionale o cognitiva) a volte infinita o che si rinnova costantemente, e dunque perdura in eterno. Che quel ritorno sia quindi a-sintomatico non fa altro che affermare il contrario di una cosa nota: non essendoci significato, non possiamo ritrovare una presentazione in altre forme di un significato che va a simbolizzarsi nel film e lì a riconoscersi. Il riconoscersi proprio della comunità a cui va a restituirsi il film è invece un conoscersi nuovamente a partire da un noto - un elemento naturale - che originandosi continuamente scalfisce, paradossalmente, l'unica cosa certa: la morte. Non che essa non esista, ma perde quel significato di perdita per restituire una sua fenomenologia al di là del quotidiano: l'assenza da cui si origina un qualcosa che non può, per come lo stiamo esplicando, avere nulla a che fare con un'esistenza spazialmente definita e così legata alla temporalità. Non c'è alcuna propria e vera assenza nella vita che conduciamo, invece ci sono, spesso, delle mancanze di vario tipo. Oscilliamo frequentemente tra significare ogni cosa tramite la narrazione e privare le stesse cose di un senso grazie a una medicalizzazione sconcertante. Così, mentre si pensa di poggiare su qualcosa, si riempie il tutto in maniera egocentrica e una rinascita perenne perde quell'assenza sua propria che la vede insieme nascita e assenza. Il film della Thomson prova così a introdurre un dubbio nel nostro mondo, proponendo un film tanto semplice quanto di difficile esplicazione, dove cercare di capire il come avviene il film, non tanto a livello di tecnica, bensì del susseguirsi strutturale delle immagini, non aiuta e questo a causa di questa perdita inevitabile che avviene grazie alla sua restituzione alla collettività. Una collettività che non ritrovandosi se non in piccole comunità, non capisce mai la sua nascita, che invece cerca, senza afferrarla, in teorie di un'origine che deriva dalla pelle o dalla terra, dalla nazionalità o dalla cultura, senza riuscire a mostrare altro se non un'immagine che la rappresenti. 


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