Gedanken aus der Luft



Gedanken aus der Luft (USA/Germania, 2017, 8') simbolizza ciò che è - e non è stata - la Berlino Est,  tant'è che si potrebbe addirittura arrivare a parlare di un film simbolico, ancorché non ermeneutico. La forza della pellicola di Margaret Rorison, infatti, sta tutta nel suo essere a contatto con una storia che non è quella monumentale, e, se essa viene ad assumere i connotati dell'archeologia, ciò accade solo in via superficiale: è un film di frammenti, invero, anche se non sarebbe del tutto corretto definirlo un film frammentario. Cos'è Berlino Est? Berlino Est è stata una bomba che è implosa, e questa implosione ha frantumato una realtà che ora risulta parcellare, addirittura aleatoria. Di contro al carattere molare della Berlino Ovest, Berlino Est si presenta come un che di molecolare: ed è tale molecolarità a risultare sul corpo filmico, il quale, a sua volta, è uno spazio liscio sulla cui superficie sfrecciano a velocità variabile questi frammenti anomali, queste molecole, che, in definitiva, non possono essere oggettivate e l'unica percezione che se ne può avere è, appunto, quella della traiettoria percorsa, della velocità colla quale ci sono sfuggite. I frammenti della bomba-Berlino Est sono come stelle, di cui si può scorgere solo la luce - e solo la si può scorgere con ampio ritardo. Tracce, dunque. Ma tracce la cui consistenza è labile, di una fragilità unica: sono alberi, tutti più o meno spogli, e fumi dalle ciminiere che si confondono colla pesantezza delle nuvole, più incollate che appese al cielo. Questa, la simbolica di Gedanken aus der Luft. Non che l'albero sia simbolo di qualcosa, mentre la ciminiera di qualcos'altro, e la velocità supersonica della metropoli di qualcos'altro ancora; piuttosto, la simbolica è l'insieme, irriducibile, di alberi e tram, nuvole e ciminiere: una simbolica, dunque, che è vera perché non ignora il sangue e, con ciò, si ritrova ad essere all'altezza del mondo. In che modo? Nel modo in cui di Berlino Est, come di una stella, non possiamo che avere una percezione ritardata, e la sua esistenza si manifesta più ora che è implosa che ieri. La luce di Berlino, che altro non è se non quella che infligge la sua potenza sulla pellicola, è la luce della Berlino Est, e in un certo senso si potrebbe arrivare a dire che il film della Rorison ne è il destino. Destino non di un'utopia ma di una pratica, di un'etica specifica, che conosce la durezza della vita e porta la dovuta riverenza di fronte al mistero - mistero che ora Gedanken aus der Luft manifesta, abbagliando tanto intensamente da accecare. Non è il film di un'epoca, quello della Rorison. Esso, semmai, fa epoca: nel dire che esso sia il destino della Berlino Est non si dice altro che questo, e cioè che esso è il punto di collisione tra quella realtà, praticata nell'ordine della riserbo e della riverenza di fronte al mistero del destino, e questo stesso destino improvvisamente avvenuto e contro il quale Berlino Est, nella sua declinazione pratica, si è schiantata; l'implosione che ne risulta non può che essere tale, nella misura in cui Berlino Est non si è schiantata altro che con se stessa, non con qualcosa al di fuori di sé. Se, al contrario, il senso comune porta a credere che Berlino Est sia caduta, che essa sia esplosa, ciò è da spiegare nel senso in cui quel destino era il destino proprio di Berlino, la sua storia più intima, la sua essenza finalmente espressa. Margaret Rorison, su un tappeto dissonante, al limite dell'idiosincratico, di suoni che funzionano in maniera magistrale in contrappunto alle immagini, quasi scavandole ulteriormente, suoni composti da Joke Lanz, che ha davvero fatto un lavoro meraviglioso, comunque Margaret Rorison fa qui, insomma, un lavoro da storica, ma ciò, sul piano cinematografico, non significa altro che compiere la storia, e di qui la continuità con quel suo film che fa Sommo di nome e Capolavoro di cognome, One document for hope (USA: il Gedanken del titolo non è dell'ordine della filosofia, non è meditazione passiva, ma attività teoretica impastata colla terra e il sangue: dunque immagine, un'immagine che non ha nulla di meno della guerriglia palestinese, della resistenza zapata in Chiapas, e ciò in quanto, appunto, compimento storico di un destino che solo essa può - e qui riesce a - disvelare, manifestando una linea di fuga all'altezza del presente altrimenti invisibile.

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