Non è una cospirazione

Highview



Nell'atto del vedere noi percepiamo il nostro campo visivo come organizzato: la figura è inserita in uno sfondo, gli oggetti simili sono raggruppati insieme così come quelli che si muovono nella stessa direzione, percepiamo inoltre una gestalt armonica, sensata, le forme sono in qualche modo chiuse. Che sia l'esterno a me ad essere organizzato o che sia il mio interno che organizza l'esterno da me (ad esempio in base alla mia esperienza o ai miei valori), la cosa ha un'importanza relativa: se guardo, implico che i miei occhi siano il tramite tra me e ciò che non sono io, l'altro da me. Ecco allora che i fenomeni borderline o straordinari sono quelli che non tanto sono interessanti perché possono spiegare i processi ordinari, bensì disorganizzando i nostri modelli mentali, senza lo scopo di farlo, ovviamente, possono ledere la barriera mentale e fisica che separa il soggetto da tutto ciò che non lo è. Non posso più dire, allora, di guardare, non lo utilizzo più come verbo, se non sradicando il suo significato comune. Sarà che, effettivamente, il cinema si inserisce in un confine tra reale e fantasia, in una realtà, in qualche modo, amplificata, che questa amplificazione va quanto meno problematizzata nella particolarità del film. Highview (Hong Kong, 2017, 20'), nuovo cortometraggio di Simon Liu, tenta un'espansione che tocca varie linee. Innanzitutto, c'è quella della memoria e del conseguente, inevitabile, oblio: se quest'ultimo derivi da un mescolamento del ricordo con le altre immagini interne, o per effetto di un meccanismo di rimozione, di nuovo, poco importa in questa sede. L'oblio è ciò che sorregge la memoria stessa, la quale trova fondamento non tanto nella propria mancanza ma nell'irreversibilità del decadimento inteso come ritorno al principio del nulla. Se quindi i ricordi si scontrano tra loro, la traccia rimane indenne, una traccia fatta di intensità colorate, che in Highview ricalcano la pellicola in decomposizione. Lo scontro con la linea di un montaggio attuato nel presente, lo fa ricadere in un già montato che avviene prima del montaggio stesso, rimescolando i tempi attraverso i quali l'azione, appartenente al qui e ora, si disarticola della sua peculiarità, divenendo ciò che è già stato proprio nella manifestazione della sua presenza. Se, dunque, in Highview, questa dimensione si particolarizza in questo modo, ciò è effetto dell'effettuazione del regista stesso, che non essendo causa a sua volta, manca di soggettività trascendentale capace di operare delle strutture al cortometraggio stesso: più che l'organizzatore, è il mandante. In questo senso allora, l'organizzatore è colui che opera una trasformazione sulla realtà, gli dà una propria forma che quindi si presenta tale allo spettatore (è la condizione della gestalt a priori di tutte le cose, ma anche della condizione in cui il soggetto si trova a operare una propria valutazione soggettiva sulla realtà e dunque a percepirla in base alla propria storia, esperienza, eccetera, la seconda condizione quindi posta all'inizio). Il mandante invece rappresenta una sorta di terza linea come può esserlo colui che si trova in una cella di isolamento e comincia, pian piano, prima a cambiare modo di vedere, stando, ad esempio, molto più attento al dettaglio e perdendo di vista l'insieme, e poi ad allucinare pesantemente: il confine tra l'esterno da me e il me medesimo si espande a mo' di faglia prima, e poi "io sono come il muro e il muro è come me", dove il come è l'insieme dell'essere e del non-essere (quindi non una sovrapposizione ma, appunto, una metafora, che permette una qualche differenza). È nella differenza infatti che il campo, nel mentre che si amplia, si contiene. L'universo di Highview è, infatti, un qualcosa di contenuto, nel senso che non mira alla mera espansione della percezione, per cui "ah, che bello, che esperienza schizo..." e qualcosa, a seconda delle letture di ognuno, bensì "ah, c'è dell'altro", per cui quell'altro è lo spostamento della visione euro-soggetto-centrica propria, per qualcosa che è altro da determinate immagini che la scrittura può creare. C'è la particolarità del cinema, che ha una sua precisa espansione e che non ha a che fare con la *propria* espansione ed è al di fuori del mentale, inteso come immagine. La metafora come immagine, ad esempio, le proprie fantasie come immagini, un altro esempio, la storia come serie di immagini o la colonizzazione dell'immaginario: il cinema non appartiene all'ordine delle immagini, non almeno in questo senso. Se conquisteremo o abbiamo conquistato il mondo, allora, ciò non è avvenuto con il cinema. Certo, tralasciando Hollywood e il fuori da Hollywood. Non si tratta, infatti, di dare legittimità a ciò che è al di fuori di circuiti conosciuti, perché, effettivamente, è semplicemente dentro altri circuiti, più o meno invadenti: si tratta, forse, di trovare quella particolarità propria del film, come quella che abbiamo cercato di descrivere, più o meno bene, di questo film, e considerare quell'espansione che cosa può produrre. Se ciò si traduce in qualcosa, allora verrà sempre contaminato, ma poco importa, non è la purezza il punto, lo è l'effetto però. E tale effetto non è una conquista, al contrario, è una perdita: una perdita impossibile ma su cui si fonda un'esistenza basata sul nulla.  


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