Non è una cospirazione

Xun



È di una semplicità unica questo Xun (Taiwan, 2017, 1') di Lichun Tseng, una semplicità che non deriva tanto dall'immagine, bensì dall'impressione che se ne ha di essa: i nostri occhi colgono e si imprimono di tale semplicità senza che vi sia una corrispondenza pari pari con l'oggetto o, per meglio dire, la semplicità è dell'ordine dell'impressione e non della forma, la quale, a ben guardare Xun, non è definibile in qualcosa di concreto ma non sfocia nemmeno nell'astrattismo manierato, lasciandoci così a guardarlo senza la pretesa di trovarvi qualcosa di terreno o di astrale. Non ci preoccupiamo che quest'impressione sia vera o non vera, perché non è questa la domanda che ha da essere posta e che concerne il campo cinematografico: in questo senso vediamo bene che, non trovandoci nell'area della riproducibilità o della rappresentazione, non si sconfina in discorsi sulla finzione o sulla veridicità, utilizzando strumenti quali l'ironia o le metafore, bensì nascono sollecitazioni prettamente visive, se così vogliamo chiamarle, e non narrative, ad esempio, di struttura, meglio, che concernono la vita vissuta esperenzialmente. Se questo possa avere o meno un senso, francamente, non compete questa sede, a meno che non si svolga il discorso positivamente, nel senso del film in questione. È allora che un senso viene a farsi trasversale alle immagini, imperniandole di quella luce che, lungi dal rischiarare nel senso di chiarire, di rendere maggiormente manifesto, porta alla circolazione di quei possibili non ancora concretizzatisi nella realtà, perdendoli certo, ma portandoli a creare per questo una possibilità. Questo riferirsi a una possibilità non è tanto una visione ottimistica o che verte sul benessere, cioè: posso avere qualcos'altro oltre a ciò che vedo, qualcosa che mi permetta di andare avanti, di percorrere alternative che mi facciano respirare, bensì queste sono le sorti del cinema inteso come arte cinematografica che allude ad un universo al di là della terra. Se così non fosse, le alternative sarebbero alla fin fine altri mondi identici a questo, almeno nella forma, che è però tutto ciò che ci interessa e che porta a una pratica che per sua natura è reazionaria. Con ciò intendiamo dire di una natura di per sé conservatrice, della forma, che porta ad un tutto torna, a un rimescolamento o riassorbimento ecologico eccetera. Xun allora, in questo senso, ci sembra eluda questi discorsi, pur non escludendoli, anzi, ma vertendoli positivamente, e nel fare questo mostra la non manifestazione della luce su di una forma, che la porta solitamente all'occhio accendendo la sua proprietà di rifrazione, che fa sì che tale luce si manifesti. Non si presenta così la luce con lo scopo, implicito di solito, di illuminare qualcosa, di incidere verticalmente su di essa ed essere così fonte primaria e necessaria affinché esista, ma strumento tra gli strumenti, permettendo che possa essere studiata, non completamente, ma come parte di un processo. Con ciò allora non vi è una reificazione della luce, ma la possibilità che questa possa essere vista: essa sfugge alla sua stessa strumentalizzazione, e così, più che strumento, è quell'attraverso dello strumento, non lo strumento stesso, cioè la cosa-oggetto che è lo strumento, non quindi uno stare esclusivo nella terra della luce, ma il bagliore che permetterà l'opera filmica, oltre alla sua territorialità. Per fare ciò non siamo ingenui nel pensare che una terra, che un qualcosa, anche se non esplicitamente formalizzato in una forma, non sia necessario. Infatti, affinché ciò avvenga c'è bisogno almeno di un piano, di un qualcosa che è sfondo solo in relazione all'oggetto, ma che è oggetto esso esso - un ambiente che è contenitore e contenuto, uno spazio inteso matematicamente come tale ma che nella pratica esiste non come appoggio ma nella sostanza universale. Tuttavia, è proprio adempiendo al tutto, spazializzando ogni cosa, che nasce la possibilità di un al di qua della rappresentazione, un'impressione che fa leva sul territorio per mostrare una luce immanentizzata, che non allude a un al di là dell'opera, ma un al di qua della stessa, spezzettando la luce sul nero affinché lo stesso nero sia quell'oscurità velata quotidianamente e che rimarrà tale, pena l'ingabbiamento nelle maglie della pazzia o del misticismo che adduce a un confine pericoloso e anti-reazionario.


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